Il Messaggero, 27 marzo 2025
Nato, Irene Fellin è rappresentante speciale del Segretario generale: «Con le donne ai negoziati una pace più duratura»
Irene Fellin, bolzanina, la rappresentante speciale del Segretario generale della Nato per Donne, Pace e Sicurezza, in queste settimane l’Ue ha lanciato un piano di riarmo in chiave di aumento della deterrenza. A guidare la svolta ci sono la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alta rappresentante Kaja Kallas. Dopo anni in cui le donne sono state tenute fuori dalla stanza dei bottoni della politica di difesa, qualcosa sta cambiando?
«La presenza femminile nei ruoli chiave delle istituzioni europee è un segnale positivo verso una leadership più bilanciata. Ma sarei cauta con l’entusiasmo: i numeri più recenti ci dicono che siamo ben lontani dagli obiettivi sulla parità di genere dell’Agenda 2030: a livello globale, solo 25 Paesi hanno una donna capo di Stato o di governo e le parlamentari sono meno del 24%».
Se guardiamo ai ranghi militari, i numeri raccontano di progressi ancor più limitati. Gli ultimi dati sui Paesi Nato parlano di un rapporto uomo-donna nelle Forze armate di circa 87%-13%. Quanta strada rimane da percorrere per la parità? E che iniziative servono per superare la sotto-rappresentanza?
«La crescita è lenta, ma con differenze sostanziali tra i diversi alleati, che restano i responsabili dei processi di reclutamento. Tuttavia, la Nato può avere un ruolo chiave nel promuovere standard più inclusivi e lo scambio di buone pratiche. C’è bisogno di ripensare le politiche di reclutamento, e i più recenti sviluppi geopolitici offrono un’opportunità in questo senso: dobbiamo chiederci quali sono le competenze che servono alle nostre Forze armate oggi, che certamente sono diverse da quelle del passato. Penso ad esempio al comparto cyber, all’IA e all’uso di droni. Inoltre, sarebbe utile pure una riforma del sistema delle forze di completamento, in particolare della riserva, finalizzato a un loro impiego più flessibile e in linea con le attuali condizioni di sicurezza».
C’è anche un elemento qualitativo, rileva l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere: più basso è il rango, più sono le donne presenti.
«Il soffitto di cristallo esiste in tutti gli ambiti, soprattutto nei settori storicamente maschili. Parliamo di barriere culturali e stereotipi difficili da superare, ma anche di ostacoli concreti, come la scarsa flessibilità della carriera e l’assenza di politiche di conciliazione efficaci. Le donne che occupano posizioni di comando nelle Forze armate restano ancora un’eccezione, rendendo difficile alle giovani ragazze avere modelli di riferimento a cui ispirarsi».
Guardando ai 32 Paesi Nato, quali registrano la maggiore presenza di donne in divisa quali adottano le politiche in questo senso più efficaci?
«Stati Uniti e Ungheria si distinguono per una partecipazione femminile superiore al 20%. Le politiche di reclutamento e ritenzione giocano un ruolo cruciale. L’Ungheria, ad esempio, ha investito nel miglioramento del sistema retributivo con aumenti salariali, bonus e misure di welfare. La Francia mira ad attrarre più donne nella difesa con campagne mediatiche che valorizzano il loro contributo nelle Forze armate e iniziative che incentivano la presenza femminile nei settori strategici, come quello della cyber-difesa. Anche il Canada adotta campagne di reclutamento mirate e conduce regolarmente sondaggi per comprendere le ragioni dell’abbandono del personale femminile e sviluppare soluzioni».
Preparazione alla guerra e costruzione della pace. L’agenda Onu pone l’accento sul ruolo delle donne nei processi di mediazione e di risoluzione dei conflitti: qual è il loro contributo in termini concreti?
«I dati mostrano che la presenza delle donne ai tavoli negoziali aumenta in modo significativo le probabilità di raggiungere accordi di pace duraturi. Questo perché le donne tendono ad ampliare l’orizzonte delle trattative, includendo aspetti cruciali per la stabilità a lungo termine, come la protezione dei civili, il reinserimento dei veterani, la giustizia di transizione e la ricostruzione sociale ed economica. Escludere metà della popolazione dalla sicurezza e dalla difesa dei nostri Paesi significa rinunciare a prospettive e conoscenze preziose in un panorama politico e di sicurezza sempre più complesso. Non possiamo permettercelo: significherebbe mettere a rischio la pace stessa e la sua sostenibilità».
L’agenda Onu su Donne, pace e sicurezza risale esattamente a 25 anni fa. In che modo andrebbe aggiornata oggi?
«L’agenda affonda le sue radici nel femminismo pacifista. Purtroppo, la storia recente ci ha dimostrato che è necessario pensare alla sicurezza soprattutto in termini di prevenzione e deterrenza. La Nato ha fatto propri i principi dell’agenda adattandoli alla sua missione di alleanza politico-militare. All’ultimo summit di Washington, i leader hanno adottato una politica che offre indicazioni concrete su come affrontare in una prospettiva di genere sfide legate a competizione strategica, terrorismo, disinformazione e lotta alla violenza contro le donne, da quella sessuale usata come tattica di guerra a quella online, che non solo mette a tacere le donne negli spazi online, ma ne riduce l’impegno nella vita pubblica e politica».