Libero, 27 marzo 2025
Aneddoti sulle mappe
Nel corso della storia le mappe sono state, al tempo stesso, filo d’Arianna per uscire dai labirinti del mondo oppure percorsi immaginari in geografie inesistenti. E benché oggi le carte geografiche con ai margini creature mitiche, e draghi, kraken e leviatani che infestano terre e mari siano solo accessori dei giochi di ruolo, tuttavia anche le nostre mappe raccontano menzogne. Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia (Marsilio, 240 pagg., 18 euro), di Paul Richardson, professore di Human Geography all’Università di Birmingham, analizza alcune macroscopiche discrepanze tra la carta e il territorio, tra la raffigurazione contemporanea del mondo, con tutte le sue varie e labili partizioni, e la sua oggettiva estensione.
Il primo mito da sfatare, il più macroscopico, è quello relativo ai continenti. Infatti, come si stabilisce cos’è un continente? «Dell’esistenza dei continenti siamo certi», scrive Richardson, «ma stranamente non riusciamo a chiarire in modo attendibile e senza tentennamenti quanti siano o dove si trovino di preciso i loro confini».
Le origini della divisone del mondo conosciuto in continenti risale almeno al V secolo a.C.: «Furono gli abitanti dell’antica Grecia e i loro filosofi, geografi e marinai ad assegnare per primi i nomi di Europa e Asia alle terre lambite da Mar Egeo, Mar Nero e Mar d’Azov, fondamentali per la comunicazione, la cultura e gli scambi commerciali nel mondo greco».
Ma fin dalle origini, questa geografia fu tutt’altro che rigida. Per Aristotele, ad esempio, la Grecia non si trovava né in Europa né in Asia, ma in una “posizione intermedia”, una considerazione che, alla luce della sua teoria filosofica della virtù come il mezzo tra i due estremi, non è solamente geografica, ma assegnava alla Grecia un primato morale. All’Europa e all’Asia, si aggiunse un terzo continente, la Libia, che era il nome col quale nell’antichità classica si indicava l’Africa, divisa dall’Asia dal delta del Nilo. Ma già in quello stesso V secolo, nel quale si ebbe questa prima “carta” tripartita del mondo conosciuto, Erodoto mise in discussione la divisione, segnata dal corso del Nilo, tra Africa e Asia. E nelle sue Storie scriveva: «Un altro fatto che mi sconcerta è perché mai tre diversi nomi di donne (Europa, Asia e Libia) siano stati assegnati a una singola terra». Asia e Africa infatti non erano separate, ma continue, «esattamente come avveniva per entrambi i continenti rispetto all’Europa» scrive Richardson, che aggiunge: «Nonostante queste obiezioni, la divisione in tre continenti cominciò a plasmare una visione del mondo che, resistendo ben oltre l’epoca in cui era nata, ha creato uno strumento di classificazione durato quasi due millenni». Il numero dei continenti si legò presto, con l’avvento del cristianesimo, al simbolismo trinitario, e le mappe accolsero il passo della Vulgata di San Girolamo in cui si dice: «Noè assegnò in eredità a ciascuno dei tre figli, Sem, Cam e Iafeth, una delle tre parti del mondo, rispettivamente Asia, Africa ed Europa». La rappresentazione teologica del mondo prevalse su una precisa descrizione geografica, come si può osservare nelle cosiddette mappe “O-T” (mappae orbis terrae): «In esse una O rappresentava i confini del mondo conosciuto e, al suo interno, una T, ispirata a una croce, indicava tre masse d’acqua: il Mediterraneo, il Nilo e il Don. I cartografi medievali conoscevano bene l’Europa, ma preferivano ritrarla come uno dei tanti elementi del creato che si dispiega sotto lo sguardo contemplativo di Dio, evitando di applicare le descrizioni più accurate introdotte dai seguaci di Tolomeo». Inutile dire che lo scopo di queste mappe non era la navigazione bensì l’esaltazione di una visione del mondo, quella cristiana. Nelle mappe medievali, «più ci si allontana dall’Europa, più il mondo si riempie di mostri e bestie».
Viene in mente la scena terza del primo atto dell’Otello di Shakespeare in cui il Moro – lui stesso un diverso, un “altro” rispetto all’aristocrazia europea – racconta di avere sedotto Desdemona raccontandole dei suoi mirabolanti viaggi tra «gli antropofagi, e gli uomini ai quali cresce la testa sotto alle spalle«(gli uomini senza testa, nelle mappe medievali, erano chiamati blemmi). La dialettica centro-periferia, sé-altro, che ancora oggi genera attriti e scatena conflitti, era già perfettamente attiva nella cartografia medievale. Ma la geografia dell’epoca conobbe anche momenti luminosi: «A metà del XII secolo, Muhammad al-Idrisi creò una delle più grandiose opere della geografia e della cartografia medievale», la Tabula Rogeriana, che sintetizzava le conoscenze cartografiche e territoriali accumulate fin lì: «Per i successivi trecento anni l’opera di al-Idrisi, in cui alla sapienza greca e araba si univano osservazioni tratte dalla sua esperienza personale e dai resoconti dei viaggiatori, restò la mappa più precisa del mondo». In ossequio alla prospettiva islamica dell’autore, era un mondo capovolto rispetto al paradigma corrente: il sud era in alto, e La Mecca al centro.