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 2025  marzo 27 Giovedì calendario

Intervista alla cartografa di Limes

Laura Canali, professione cartografa, ha le caratteristiche proprie degli scienziati e degli artisti: un’ossessione per i dettagli che rasenta il patologico, una sensibilità epiteliale per le variabili in campo, una visione complessiva da far invidia ai satelliti. Colonna portante del mensile di geopolitica Limes, per cui disegna le mappe dal 1993, Canali dal 2011 è anche geopoeta: nelle sue tele, già esposte alla Biennale di Venezia, a Tokyo, al Maxxi e all’Auditorium di Roma, le cartine non sono più politiche, né fisiche, né geopolitiche. Sono cartine poetiche: insegnano tutto ciò che un essere umano deve sapere di diverso dagli scienziati, per accettare il dramma del mondo. Gli Stati si fanno stati dell’animo e i loro confini, che Canali è così abituata a delinare e a spostare sia per terra che per mare, sono linee tratteggiate, fatte per attraversare, non per inciampare.
Ci sono frontiere che presto cambieranno?
«Negli ultimi anni si è verificata un’accelerazione incredibile di eventi. Il territorio più interessante e più soggetto a mutamenti oggi sono le alture del Golan. Gli atlanti ancora non riportano linee ma Israele ormai controlla il monte Hermon, da cui fluiscono le acque nel fiume Giordano che sfocia nel lago di Tiberiade, prima fonte di approvvigionamento d’acqua per Israele. Altra zona critica è al confine con il Libano: esiste una fascia di sicurezza che probabilmente diventerà un confine. Si tratta di piccoli spostamenti, alcuni meno di un chilometro, ma strategicamente molto rilevanti».
Il mestiere del cartografo sembrava archiviato. Oggi si è rivelato invece più che mai prezioso...
«La cartografia è stata usata in epoca fascista e nazista come strumento di propaganda. Di conseguenza, dopo la Seconda guerra mondiale, i geografi sostennero che le mappe avessero troppo potere e sono state marginalizzate. Oggi ci si rende conto che non si può fare geografia senza disegnarla. Ammetto però che ci vuole un’etica: se usassi il nero per colorare la Russia, ad esempio, darei un messaggio ideologico. È il motivo per cui uso tanti colori: una mappa serve per informare, non per esprimere un’opinione».
Le sue mappe, oltre che dai colori, sono contraddistinte da decine di dettagli, fonti, didascalie. Come nascono?
«Amo la precisione, faccio ricerca, lavoro di scavo, controlli incrociati. Lavoro da sola e mi confronto con gli esperti di Limes solo a opera completa».
È un mestiere che affascina ancora?
«I giovani hanno enormi lacune in geografia. Ho fatto un colloquio di lavoro in cui ho offerto un cioccolatino che mi hanno spedito da Beirut e mi è stato chiesto “cos’è Beirut?”».
Ma che cosa è successo alla geografia?
«Credo che sia una distrazione collettiva. Anni fa avevamo mappe dappertutto, dalle aule alle stazioni ferroviarie... Adesso esiste solo Google Maps, ma così si perdono la visione d’insieme e il senso dell’orientamento. E poi aver unito la storia con la geografia in un’unica materia, la geostoria, è stato un errore madornale: si affrontano superficialmente entrambe le materie».
Lei fa questo mestiere da trent’anni. Il mondo com’è cambiato?
«Tantissimo, soprattutto dalla caduta del muro di Berlino. Prima del 1989 non sapevamo niente di ciò che accadeva a Est e sapevamo poco dell’Africa. Il mondo era più semplice. Oggi le notizie vengono trattate in modo troppo allarmistico, manca una visione complessiva e l’analisi delle potenze in campo. Ma solo attraverso l’approfondimento i luoghi si riempiono di significato. Penso ai territori sotto controllo degli Houthi, alla Siria, all’Afghanistan, alla Libia».
I confini sono ormai variabili...
«Sì, è tutto mobile. Bisogna rassegnarsi al fatto che quando la rivista è in stampa potrebbe già essere cambiato qualcosa».
E quello dell’Ucraina?
«Una parte del confine è disegnata dal fiume Dnepr, che è grande e fangoso e offre quindi una protezione naturale. Da Zaporizhzhia, a est, risalendo verso nord, sono state scavate trincee e installati sbarramenti, come denti di drago e reticolato: è diventata una no man’s land molto spessa. Una fascia di dieci chilometri, infine, è sorvegliata dai droni. Il risultato è un confine duro e difficile da spostare, eppure dovrà muoversi. Perché i quattro oblast (Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia, Kherson) non sono del tutto compresi in questa linea di difesa, ma Putin ha fatto capire che li vuole tutti».
È un confine possibile da difendere, come spera di fare l’Europa attraverso truppe di peacekeeping?
«No, direi di no. Si tratta di circa mille chilometri e poi, come si è visto nel Golan, le forze dell’Undof (la Forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite) non hanno fermato i militari israeliani, che hanno
preso possesso dell’area controllata dall’Onu. Noi andremmo lì come osservatori... e ci limiteremmo ad osservare. Non ha senso in uno scenario di guerra così violento e complicato».
Che succederà all’America di Donald Trump? Arriveranno il 51esimo stato e il 52esimo stato, il Canada e la Groenladia?
«Mi sarei stupita se come 52esimo stato Trump avesse preso in considerazione il Messico: avrebbe fatto il bene dell’umanità. È uno stato fallito: i cartelli dei narcos sono diventati delle multinazionali. Il presidente Usa la spara grossa sul Canada ma trovo difficile che diventi americano».
Arriviamo a noi: la mappa dell’Europa cambierà?
«È sempre più frastagliata. In politica estera, le sfide si fanno ardue ed è sempre più difficile trovare un accordo. Pur avendo stabilizzato certi Paesi, come la Romania e la Bulgaria, l’allargamento a 27 membri è stato drammatico. Ma pensiamo poco all’area balcanica, il territorio che potrebbe destabilizzare l’Europa. Infine, dal punto di vista cartografico, mi spiace vedere l’involuzione del confine Italia-Francia: è complesso, spesso chiuso, a causa delle migrazioni. Invece è un fronte che andrebbe istituzionalizzato e regolato, inutile far finta che il problema non esiste».