Avvenire, 27 marzo 2025
«È una carenza che sappiamo gestire»
«Il problema della mancanza di neve c’è. Non lo sottovalutiamo, ma da tempo abbiamo imparato a gestirlo». Valeria Ghezzi, presidente dell’Anef (Associazione nazionale degli esercenti funiviari ), traccia un quadro confortante dello stato di salute degli impianti di risalita italiani.
Presidente, è vero che il settore è in crisi per la scarsità di precipitazioni?
Tutt’altro. Dopo il Covid gli impianti sono ripartiti molto bene, sulle Alpi è andata sempre meglio. E anche per le stazioni appenniniche, dopo un biennio difficile, questa stagione è stata molto positiva. Sono stati decisivi gli investimenti fatti grazie ai bandi ministeriali. Vero, dal cielo non cade tanta neve, ma teniamo conto di una cosa: quella programmata, erroneamente denominata artificiale, dura molto di più: il manto è più compatto e gli sciatori lo apprezzano.
Però per produrla occorre consumare acqua e energia.
Direi piuttosto che l’acqua la prendiamo in prestito. La preleviamo da torrenti e laghi durante i mesi autunnali, quando non serve all’agricoltura a valle. Poi a primavera si scioglie e torna nel terreno e nelle falde, arrivando nei campi quando è il momento. Per di più pulita, perché il procedimento per produrla è fisico, e non chimico. La restituiamo all’ambiente così come l’abbiamo presa. Discorso simile per l’energia. Vero, consumiamo elettricità. Ma per almeno il 40%, con punte del 70%, usiamo ormai fonti rinnovabili. Senza contare che i cannoni di oggi producono una quantità di neve 10 volte maggiore rispetto a 10 anni fa, utilizzando la stessa quantità di risorse. E comunque l’innevamento artificiale ce lo siamo inventati nel biennio 1988-89, quando non cadde un fiocco. Siamo stati lungimiranti, perché nessuno all’epoca parlava di cambiamento climatico… Resta il problema degli impianti dismessi. Ha senso investire soldi per farne di nuovi?
Quando realizziamo un nuovo impianto, tanto per cominciare, rimuoviamo ogni traccia di quelli vecchi. Semmai la questione riguarda le stazioni a quote basse, scomoda eredità degli anni ’70. In quei tempi non erano previste clausole di ripristino, né fideiussioni che le garantissero. Così tutto è rimasto in capo ai Comuni. Ma devo dire che in molti casi le comunità non se ne sono preoccupate granché.
Neve a parte, il settore soffre di overtourism e rischia l’elitarismo: per una famiglia andare a sciare rischia di avere un costo proibitivo.
Sul primo punto, bisogna guardare a Francia, Germania e Polonia, che d’inverno assegnano una settimana di vacanze scolastiche in periodi diversi. Questo consente di spalmare meglio le presenze. Da noi invece tutti chiudono 4 giorni a Carnevale, e così sulle piste si riversa il mondo intero… Quanto ai costi, esistono gli sci club, con cui abbiamo attivato diverse convenzioni. Con 2-300 euro si possono fare anche 4 uscite. Come per ogni passione, poi, i soldi se uno vuole alla fine li trova. Vedo gente che fa la fila per comprare l’ultimo smartphone… Forse non ci sono molte famiglie in coda, ma tant’è. Legambiente parla di 265 impianti dismessi contro i 132 di cinque anni fa. Investire ha ancora senso?
Certo che ha senso, anche perché questi numeri non sono del tutto veritieri. Nella lista finiscono anche impianti che magari non funzionano un anno e poi la stagione dopo tornano in funzione. E poi ci sono le stazioni che, secondo loro, sono tenute in vita con una sorta di accanimento terapeutico. Mica vero. L’esempio è Bolbeno: è a 600 metri, ma esposta a nord. È diventata il campo scuola di tutto Trento. Non si può generalizzare, ogni caso ha la sua storia. Con Legambiente comunque c’è un dialogo costruttivo. Abbiamo lo stesso obiettivo: valorizzare la montagna, migliorandone l’accessibilità.
In alcune località si fanno tuttavia investimenti “ottimistici”, per usare un eufemismo: non si capisce bene cosa ci guadagna un’impresa nel rilevare un impianto che funziona tre volte in un anno.
Ripeto, ci sono piccole realtà che riescono a far quadrare i conti anche con un piccolo bacino d’utenza. Certamente, altre situazioni suscitano qualche perplessità. I sindaci forse dovrebbero farsi qualche domanda in più quando scelgono a chi affidare i loro impianti. Ma la provenienza dei capitali è un problema che non riguarda solo il nostro settore. Anzi, posso dire che il mondo degli impianti sotto questo punto di vista è uno dei più trasparenti.