Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  marzo 26 Mercoledì calendario

Intervista ad Alba Parietti

Alba Parietti, com’era sua madre, Grazia Di Pietromaria?
«Una donna bellissima. Colta, spiritosa, un’avida lettrice e una raffinata pianista. In casa, se sentivi la Primavera di Vivaldi voleva dire che si era in pace, se invece nell’aria c’era l’Inverno allora si avvicinava la burrasca».
Perché è come se ci fossero state «due Grazia»: la donna vivace e amata dagli amici d’infanzia della figlia, quella che in casa accoglieva tutti con calore e, dall’altra parte, la donna che improvvisamente diventava un’altra. È così?
«È così. Improvvisamente, diventava un’altra».
Nel corso di questa lunga intervista Alba Parietti si commuoverà più volte rievocando la madre, morta a 78 anni nel 2010. E alla quale, il 18 marzo scorso, ha voluto dedicare un toccante monologo a «Le Iene», incentrato sulla malattia mentale. Perché Grazia – come moltissime altre persone – ha fatto i conti con lo stigma che segna chi attraversa questo mondo di ombre e di demoni nascosti.
Alba, cominciamo dall’inizio: di che cosa soffriva esattamente sua madre?
«Nessuna diagnosi lo ha mai potuto definire, perché lei rifiutava di farsi visitare dai medici. E così in casa si viveva questa situazione paradossale: c’era una donna allegra e premurosa che, nel giro di poco tempo, diventava sospettosa, aggressiva, a tratti violenta con mio padre. Si auto-convinceva che era in atto un complotto contro di lei, dichiarava che i miei amici o noi stessi della famiglia fossimo una specie di Associazione votata a fare del male».
Un ricordo che lei si porta dietro sin da bambina?
«Ricordo quando lei e papà ingaggiavano forti litigi. Mio padre – sbagliando, ma oggi posso capirlo – minacciava di lasciarla e allora lei dichiarava che mi avrebbero spedito in collegio. Al solo sentire quella parola scoppiavo a piangere, mi buttavo a terra. A un’amica dissi che mi avevano fatto una puntura che non faceva più sentire dolore. È evidente che cercavo di proteggermi dal dolore psichico traslandolo sul piano fisico. Ancora oggi ho una soglia di sopportazione del dolore altissima».
Quanto è stato difficile per lei, Alba?
«Guardi, in questo racconto non voglio essere una vittima. Innanzitutto perché non mi sento tale e poi perché se oggi sono quella che sono – una donna realizzata, una mamma a mia volta e una professionista —, è stato anche grazie a mia madre. Oggi, da adulta, provo a ragionare con lucidità: Grazia era malata, ma all’epoca era difficile fare i conti con le malattie mentali. Vigeva una sorta di “non detto” per cui bisognava “tenere tutto in famiglia” e mio padre ha scelto di fare così per proteggerla. Perché, vede, negli Anni Sessanta l’unica alternativa era il manicomio».
Un giorno di qualche anno fa lei ha ritrovato dei diari di famiglia. Che cosa le hanno rivelato?
«Un mondo. Grazia ha tenuto un diario dall’età di 7 anni fino alla morte. Parlava della guerra, ma anche della malattia. Parlava di sé in terza persona e solo allora, dopo la sua morte, ho capito: lei era consapevole di quello che le stava succedendo. Anche lei ha sofferto, non solo noi. E allora mi sono sentita in colpa, perché non nascondo che qualche volta io sono stata aggressiva. Un giorno, esasperata, ho preso una sedia e l’ho scagliata contro il muro».
Si è sentita in colpa altre volte, da adulta?
«Quando mamma entrò in stato di morte cerebrale dopo un ictus, io diedi l’autorizzazione all’espianto degli organi. Mi sembrava bello poter donare la vita a qualcun altro. Ma poi ho cominciato a tormentarmi: e se l’avessi fatto, inconsapevolmente, per vendicarmi di lei? Così anche io ho sottoscritto per me stessa la tessera da donatrice. Per mettermi l’animo in pace».
Con i diari lei ha scoperto che anche sua nonna aveva avuto dei problemi e così suo zio Aldo, il fratello di sua madre.
«Fino ai dieci anni non ho saputo di avere uno zio. Aldo soffriva di schizofrenia, era internato nel manicomio di Collegno. Ricordo quando lo vidi per la prima volta: lo sguardo perso, l’odore di borotalco. Ero poco più di una bambina, non potevo capire, solo oggi affronto con obiettività tutto questo e il dolore mi ha insegnato che, dietro la malattia mentale, si celano sensibilità uniche, menti geniali. Mia madre era raffinata e ironica, mio zio era un intellettuale. Però erano dei malati e i malati sanno essere dei fini manipolatori, seppure inconsapevoli. E all’epoca, le malattie mentali le curavano con l’elettroshock e per il resto era proibito parlarne. Oggi non è più così. Oggi possiamo e dobbiamo parlarne. Ed è per questo che ho scelto di raccontare la storia di mia madre: spero che questo faccia da sprone per le tante persone che stanno affrontando quello che ho affrontato io».
Se dovesse incontrare un familiare di una persona malata, che cosa gli direbbe?
«Che non deve provare vergogna. La vergogna la deve provare chi non mette a disposizione strutture per sostenere sia i malati che le famiglie. Costringere queste persone al silenzio significa ucciderle. Mia madre, come molto spesso succede, fingeva di star bene per non diventare uno scarto della società. E allora dico: aprite il cuore, ascoltate queste persone».