Corriere della Sera, 26 marzo 2025
Paola Severino: «A Napoli una grande regata per aiutare i ragazzi del carcere di Nisida. Ogni mattina i miei tre nipoti mi salutano con un bacio»
l reinserimento dei giovani detenuti, il recupero dei ragazzi a rischio, ma anche le iniziative per riportare in Italia – e in particolare al Sud – gli studenti e i cervelli in fuga. Paola Severino, presidente della Luiss School of Law, guarda al mondo degli under 25 con attenzione. Con la Fondazione che porta il suo nome si occupa del recupero sociale dei reclusi e intreccia primati – prima donna alla guida del ministero della Giustizia, prima vicepresidente della Magistratura militare e prima rettrice alla Luiss – e sfide. La passione che anima la sua professione di avvocato e docente si estende anche ai progetti destinati a chi è diventato trasparente per una certa parte della società, che ruotano intorno a Napoli, la sua città d’origine.
Nel corso di una sua recente visita al carcere di Nisida, ha tracciato le coordinate di una iniziativa per il recupero dei ragazzi detenuti legato al mare e al mondo della vela.
«Nisida è un luogo di sconvolgente bellezza. Legato indissolubilmente al mare, proiettato verso l’infinito, ma limitato da muri: il carcere e il mare si fronteggiano attraverso le sbarre. È un’isola che non c’è, separata e al tempo stesso legata alla terraferma da una sottile striscia di strada, che i ragazzi percorreranno solo dopo anni di detenzione. E da questa premessa nasce un progetto che riguarda Nisida e Napoli».
Come dialogheranno?
«Portando nel Golfo ai piedi del Vesuvio, uno dei più belli al mondo, una grande regata internazionale e coinvolgendo i giovani detenuti nel lavoro di preparazione della gara, nelle attività di ormeggiatori, in opere di manutenzione. Attività che li terrebbero a contatto con uno degli sport più sani e competitivi. Questa è la prima parte dell’iniziativa, che punta ad avviare i ragazzi ad un percorso lavorativo, che è la via di uscita definitiva dal carcere».
Quanto vale per un detenuto poter contare su queste opportunità lavorative?
«Le statistiche ci dicono che la recidiva si abbatte dal 75 per cento circa al 2 per cento quando il detenuto impara un lavoro durante il periodo di carcerazione e lo prosegue una volta riacquisita la libertà. E basta riflettere sulle opportunità che la cantieristica navale napoletana può offrire ai giovani addestrati per questi compiti, per comprendere che un simile progetto consentirebbe un allontanamento dalle famiglie criminose molto più accettato, socialmente condiviso e quindi ben più efficace. Sono molto grata a mia figlia che, dedicandosi a tempo pieno alla Fondazione che ha voluto portasse il mio nome, ha costruito una serie di bellissimi progetti di rieducazione carceraria e post-carceraria, basati sull’inserimento nel mondo del lavoro».
Nisida è al centro di «Mare Fuori». Come valuta questo «fenomeno» televisivo?
«Qualunque iniziativa faccia riflettere sulle condizioni carcerarie, e sulle ancor più serie problematiche dei minori, deve essere considerata importante. Dei temi legati alla detenzione si parla sempre troppo poco e saltuariamente, magari per fenomeni legati a situazioni drammatiche come i suicidi, le evasioni o le rivolte. Il carcere viene infatti percepito dai più come un elemento da relegare in un angolo remoto della coscienza del “cittadino perbene” o ancor più del “buon padre di famiglia”. Ospita persone che hanno commesso reati, che hanno tradito il patto di fiducia sociale e che quindi rappresentano un “altro da sé”, un luogo da dimenticare o comunque non meritevole di particolari attenzioni».
Questo vale anche se si parla di minori?
«Tanto più se si tratta di minori, ancor più se provengono da famiglie di pregiudicati o di gruppi rom, maggiormente colpiti dallo stigma della irrecuperabilità. E questo prima ancora di verificare se qualcosa si possa fare, per evitare una serie di recidive ben più numerose di quelle degli adulti e quindi un pericolo sociale più elevato. L’effetto di rimozione si accentua ulteriormente se ci si limita a considerare l’istituto minorile un luogo solo di punizione e di radicamento del modello criminale, piuttosto che un luogo deputato alla rieducazione di chi ha sbagliato per motivi fortemente imputabili al tessuto familiare e sociale. Proprio per questi motivi mi ha molto colpito che mio nipote, all’epoca diciottenne, mi sia venuto a parlare di Mare fuori e di quanto avesse sollecitato la sua attenzione, spingendomi a vederlo. Già questo potrebbe collocare la serie tra quelle da seguire, per incominciare a pensare quanto facilmente i destini di un giovane di buona famiglia e quelli di un giovane proveniente da una famiglia di camorra si possano incrociare nel carcere e non sempre svilupparsi nella direzione che ti aspetteresti. Vi è poi nella storia un sottile percorso di speranza, che si dipana sulle onde del mare, su una imbarcazione a vela, che ha forse ispirato il bellissimo progetto rieducativo, degli “Scugnizzi a vela”».
Dal bullismo alle baby gang: l’emergenza minori è trasversale e a Napoli si affronta arginando l’evasione scolastica. Secondo lei quali sono le misure più efficaci?
«Arginarla rappresenta certo uno dei mezzi efficaci per combattere le forme più odiose di microcriminalità aggressiva, ma perché si trasformi in un autentico strumento di prevenzione utile per evitare che si commettano reati o si reiterino è necessario che si tratti di un progetto formativo completo e coinvolgente, capace di suscitare l’interesse dei ragazzi, di farli sentire utili e apprezzati, proiettati in un mondo lavorativo che possa attrarli e allontanarli definitivamente dalla tentazione di commettere illeciti. Penso al progetto realizzato alla Sanità da don Antonio Loffredo, che ha trasformato giovani ad alto rischio in sapienti ed entusiaste guide turistiche nelle visite delle catacombe di San Gennaro».
Oltre 100mila ragazzi ogni anno vanno via dall’Italia e solo un terzo torna. L’esodo al Sud è più forte e inizia dall‘università. Ma l’offerta formativa nel Mezzogiorno è così poco interessante?
«Il fenomeno della fuga di cervelli impoverisce le nostre città dell’apporto dei migliori, che potrebbero invece sostenere lo sviluppo economico italiano senza allontanarsi dai propri affetti e dal luogo in cui sono nati e cresciuti. Un fenomeno negativo e assurdo se si considera che in luoghi iconici della cultura italiana, come Napoli, ci sono Università come la Federico II, che eccellono anche in campi innovativi come l’intelligenza artificiale e sono polo di attrazione per grandi realtà imprenditoriali come Apple o le grandi aziende alberghiere del lusso, che hanno a loro volta prodotto potenzialità lavorative di immensa portata».
Come si riportano a casa i cervelli in fuga?
«Con l’impegno di tutti noi che ne abbiamo la possibilità. Nel mio piccolo ho cercato di farlo, aprendo uno studio legale a Napoli che offre opportunità di lavoro a giovani laureati di valore che magari sarebbero andati a cercare successo a Londra, a Milano o a Roma, anziché dare un contributo di legalità e un esempio di premio al merito nella loro città. D’altra parte io stessa avevo e ho mantenuto un legame fortissimo con Napoli e con i miei cugini e amici d’infanzia, da cui mi dovetti allontanare a 14 anni per motivi di carriera di mio padre. Ancora adesso ho contatti affettuosi con una mia compagna delle elementari rimasta a vivere a Napoli».
A che punto è la parità di genere?
«Nel mio studio c’è una pressoché assoluta equivalenza di uomini e donne, e non già perché nella selezione io applichi un criterio percentuale, ma perché cerco sempre di scegliere i migliori e trovo sempre tante donne che meritano».
Al di là delle passioni profuse nel lavoro, lei coltiva quella per la musica classica.
«Sono una appassionata melomane e credo che il culto della musica classica a Napoli nasca da una profonda e radicata cultura, che trova ispirazione nell’orchestra Scarlatti e nel Teatro San Carlo, il suo più grande interprete in Riccardo Muti e il suo più significativo punto di riferimento in una estesissima rete di appassionati e intenditori, che ben può fare concorrenza a quelli di altri celebri teatri e orchestre italiane e straniere. Per non parlare di fenomeni contemporanei come La gatta cenerentola, con cui Roberto De Simone ha trasmesso e attualizzato gli antichi cantici napoletani de Lo cunto de li cunti, oppure le canzoni di Pino Daniele, uno dei musicisti più innovativi del panorama italiano. Insomma, la città ha la musica nel Dna».
Le resta tempo per i nipoti?
«Molto meno di quanto vorrei, ma credo che la forza degli affetti non si misuri col tempo, bensì con la qualità e la forza dei legami. E io ho tre meravigliosi nipoti che abitano al piano di sopra e tutte le mattine passano a salutarmi con un bacio».