la Repubblica, 26 marzo 2025
Il Che è tornato la rivoluzione no
In una delle scene più divertenti di La via lattea (Luis Buñuel, 1969), Cristo annuncia a sua madre che vuole farsi la barba. Alla Madonna l’idea non piace. «Stai meglio così» gli dice. E lui le dà retta. Lo sketch desacralizza l’icona di Cristo rendendolo soggetto ai capricci della quotidianità, eppure allo stesso tempo e tramite un ingegnoso colpo di ostranenie, nel proporre l’idea di un Cristo rasato riafferma nella coscienza una delle immagini più pregnanti de lla cultura occidentale: il Cristo barbuto. Seppure esistono alcuni esempi iconografici paleocristiani del Nazareno sbarbato, l’immaginario cristiano è ormai legato inesorabilmente al volto irsuto. La barba è storicamente stata un marchio di rivolta e un segno di rifiuto delle norme sociali.
Nell’antichità la portavano il profeta, il filosofo e l’anacoreta. Nel Rinascimento, il condottiero. In quest’ultimo secolo, Ernesto Guevara la fece diventare marchio di fabbrica dell’eroe rivoluzionario. La barba del Che, come quella di Fidel Castro, come quella del disastrato Camilo Cienfuegos, è addirittura un’onoreficenza che rammenta l’impresa gloriosa di Sierra Maestra. Quando, durante la gigantesca manifestazione del Primo maggio del 1974, il presidente argentino Juan Domingo Perón cacciò da Plaza de Mayo imontoneros (guerriglieri della sinistra peronista, ammiratori del Che sebbene non guevaristi veri e propri) per umiliarli li chiamò «imberbi». La mancanza di barba indicherebbe sia immaturità che sottomissione al sistema. Nell’iconografia i peli facciali del Che, come quelli di Cristo, funzionano nello stesso identico modo che i capelli di Sansone. Eppure la barba non è l’unico punto iconografico in comune tra il Comandante e il figlio di Dio. La famosa foto della salma del Che ha una somiglianza sconvolgente con il Cristo morto di Holbein il Giovane che tanto colpì Dostoïevskij quando lo vide a Basilea nel 1867, un secolo preciso prima dell’esecuzione del guerrigliero argentino in Bolivia. E con questo arriviamo al punto nevralgico del paragone cristologico: il sacrificio. Ne La rovina di Kasch, il capolavoro di Roberto Calasso, si accenna al fatto che durante la maggior parte della Storia, gli uomini hanno dedicato le vittime delle loro uccisioni, sia altri uomini che animali, a un potere invisibile. Questo gesto cerimoniale era contemporaneamente un segno di consapevolezza dell’orrore che sarebbe stato commesso, un’ammissione di colpa e un’affermazione della natura aleatoria dei ruoli di vittima e carnefice.
La modernità, con le sue guerre su scala industriale, si dimentica della dedica liturgica e quello che rimane è soltanto la strage vuota di senso, meccanizzata. Secondo questa distinzione, il Che sembrerebbe appartenere a un mondo che non esiste più; un mondo in cui era ancora possibile morire per delle idee e non di morte lenta. L’ironia crudele è che l’idea per cui lui si sacrificò era stata già la bandiera dello sterminio su scala industriale di milioni di esseri umani nell’Unione Sovietica e, proprio durante i suoi ultimi anni di vita, nella Cina di Mao.
Ciononostante, il sacrificio individuale del Che rimane carico di una potente simbologia, contenuta nella fotografia scattata da Alberto Korda, una delle icone più riconoscibili della nostra cultura. La foto è uno scorcio temporale che racconta un’epica. Ernesto Guevara lascia la sua vita privilegiata in Argentina e prende le armi, fa la guerra e dirige una rivoluzione che sovverte il panorama geopolitico mondiale. Eppure non si ferma qui. Le sue idee non si limitano a un Paese, sono planetarie. La fortuna ahimè non lo accompagna. Castro, leader pragmatico, si stanca e lo molla. Il Congo è una peripezia rocambolesca. La Bolivia è un’impresa suicida. Al comando di un’armata Brancaleone, el Che trova la morte a La Higuera. Il giorno dell’esecuzione «i suoi occhi brillavano intensamente» raccontò Mario Terán, il sottufficiale dell’esercito boliviano messo in carico della fucilazione. «Stai calmo – mi disse – e prendi bene la mira. Stai per uccidere un uomo». Una scena che sembra tratta da un romanzo, ormai inconcepibile in un Occidente completamente secolarizzato dove la vita e il piacere individuale sono valori assoluti. Scrive Marx in Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte che la storia accade prima come tragedia e dopo come farsa. Cristo si sacrifica per la redenzione ad eternum del genere umano. Il Che lo fa per se stesso, per rimanere coerente con le sue idee. In un’altra ironia crudele del destino, la querida presencia del Comandante persiste oggi principalmente sotto forma di prodotti di consumo soggetti alla logica del merchandising; la sua proliferazione garantita dal mercato per la cui distruzione lui diede la vita.