Domani, 26 marzo 2025
Va bene, parliamo pure dell’Europa Però raccontiamocela con umiltà
Ci sono quelli che si dichiarano orgogliosi di essere europei: l’ Europa madre di civiltà e culla della democrazia, che ha regalato al mondo Umanesimo Rinascimento e Illuminismo, e Dante Palladio Galileo Rembrandt Mozart, che ha promosso la solidarietà internazionale e i diritti dell’uomo. Poi ci sono quelli (talvolta gli stessi) che si vergognano dell’Europa perché odiano il colonialismo, non dimenticano i pogrom e la Shoah, sanno che le due grandi guerre mondiali sono state sostanzialmente una faccenda europea e che il suo chiudersi come una fortezza sta facendo morire le persone in fondo al Mediterraneo.Io credo che farebbe bene a tutti, oggi, riscoprire tra orgoglio e vergogna la via mediana dell’umiltà. Dovremmo esserci accorti da tempo che l’Europa non è più al centro di nulla, gran parte degli abitanti del mondo sa a malapena dove si trovi, l’atlantismo sta perdendo peso perché i giochi si sono spostati sul Pacifico.
Le carte geografiche mentono
Non sarebbe male, ogni tanto, dare un’occhiata alle carte geografiche di altri paesi, invece di quella di Mercatore con l’Europa al centro e gli altri continenti a farle da corteo. Nelle carte cinesi e indiane è molto chiaro che l’Europa è solo una frastagliata penisola nel nord-ovest dell’Asia, come l’India e l’Indocina lo sono a sud-est. (A proposito di Mercatore, mi piacerebbe vedere la faccia di Donald Trump quando scoprirà che la Groenlandia non è così grande come gliela promette la carta).
Si dirà che la geografia non è tutto, che a contare sono piuttosto la storia e l’intensità culturale che un luogo ha saputo esprimere, o vogliamo dire la sua radianza. Non c’è dubbio che la cultura europea abbia avuto una capacità penetrativa di rara potenza (non di rado favorita da fucili e cannoni), ed è vero che sono stati gli europei a scoprire l’America invece che il contrario, l’oceano essendo lo stesso per i popoli di ambo i lati.
Conoscere davvero
È anche vero però che l’Europa (tranne i gesuiti e gli antropologi) non si è mai sforzata seriamente di conoscere le culture degli altri: la capacità di ordinare gli avvenimenti secondo una linea significativa non è un’esclusiva europea, la scienza con immediata applicazione tecnica non è l’unica scienza, Baghdad e la Cordoba araba erano le più evolute città del medioevo; il romanzo in prosa effettivamente è quasi tutto nostro (Giappone e Cina permettendo), come il realismo nell’arte figurativa; ma l’ arte simbolica, religiosa e stilizzata ha esempi meravigliosi in tutto il mondo, a cui l’Europa ogni tanto ha attinto. Nel moto della compassione il buddismo è forse il vertice, la spiritualità non è certo solamente cristiana. I nostri concetti di “individuo” o di “progetto”, o di “autentico”, sarebbe utile confrontarli con culture come quella indiana con la sua idea di flusso e impermanenza; l’idea di connessione tra singolo e collettività potrebbe imparare assai dal diritto tradizionale in alcune etnie africane; il nostro rapporto con la natura ci guadagnerebbe ascoltando i popoli amazzonici e precolombiani in genere.
Il dialogo con gli Usa
Quanto al dialogo con gli Stati Uniti, a lungo l’Europa ha creduto di poter adattare a sé il famoso verso oraziano: «Europa capta, ferum victorem cepit» (catturata, a sua volta ha catturato il selvaggio vincitore); vinti militarmente, abbiamo però portato a loro la “peste” della psicanalisi, la French Theory, per non parlare di quel che era successo prima con la letteratura e la filosofia inglesi.
Ma il vincitore aveva dalla sua parte gli spazi enormi e vergini (a non voler tener conto del genocidio appena consumato sui nativi) e soprattutto lo slancio giovanile: ci ha restituito la nostra cultura resa più radicale, più energica, col cinema ci ha colonizzato l’inconscio; le nostre scienza e tecnica le ha trasformate in una tecnologia che sta sfuggendo di mano un po’ a tutti; ci ha mostrato (ma senza dircelo) come lentamente la democrazia può diventare oligarchia economica e finanziaria; infine con la cultura woke ha tratto conclusioni abnormi cercando di abolire le verità universali, con tanti saluti all’Illuminismo.
Però da noi la qualità della vita era più alta, ce ne rendevamo conto ogni volta che ci mettevamo piede, si stava meglio alla periferia che al centro dell’Impero; il “benessere” è gradualmente diventato il massimo dei nostri valori. Sotto l’ombrello delle armi americane anche i conflitti entro i confini europei (come quelli che videro la dissoluzione della Jugoslavia) potevano essere vissuti come marginali e tollerabili; intanto la produzione industriale era delegata sempre più alla Cina, che ne approfittò, mentre dall’Africa arrivava manodopera sottocosto. Il tutto nella pace, cioè nel desiderio di esser lasciati in pace.
Anche meno
Ora la pacchia è finita, come diceva Matteo Salvini in altre circostanze: regole comuni, organismi sovranazionali e ambientalismo, di cui siamo gli araldi, sembra che tutto ciò che pareva certo stia evaporando. E non è accaduto all’improvviso, Trump è stato l’ultimo gradino, pian piano l’invidia da cui credevamo di essere circondati (se no perché tutti vorrebbero emigrare da noi?) si è tramutata in ostilità, o nel migliore dei casi in sano disinteresse.
Nella progressiva infantilizzazione del mondo, siamo gli anziani un po’ noiosi e risparmiatori, quelli con la pensione che non vogliono mettere a rischio. I ragazzi indiani o iraniani o turchi non sono pochi e timorosi come i nostri, hanno voglia di sfidare e di menare le mani, “occidentalizzarsi” gli pare una malattia. Il futuro è incerto, lo scacchiere mondiale si sta ricalibrando rapidamente come i vetrini colorati in un caleidoscopio.
E se fosse qui la nostra ultima, vera eredità? Non eravamo noi gli esperti del dubbio sistematico, dello scetticismo e dell’ironia? Non i soli, d’accordo, con lo zen dobbiamo interloquire, ma insomma non abbiamo avuto Socrate, e Montaigne, e Sterne, e Kierkegaard, e Wittgenstein? Se gli orientali ci insegnano la coesistenza degli opposti, il nostro romanzo lo sapeva già per conto suo. La semplificazione polarizzata del pensiero, così diffusa oggi, non dovrebbe far parte del nostro Dna.
Mi piacerebbe (se quel che piace a me importasse a qualcuno) che i media si accordassero per una astinenza di qualche mese dai discorsi esortativi enfatici e dal tono comiziante anche quando si discute in privato, o si scrive. Poche richieste, semplici: 1) tra i sinonimi, scegliere sempre quello di registro più basso; 2) evitare le ripetizioni non utili che ad alzare retoricamente il ritmo di frase; 3) ogni due o tre righe inserire per obbligo un’avversativa o una concessiva, un “ma” o un “anche se”; 4) quando si parla di un testo, evitare di estrapolarne un frammento promuovendolo a emblema del tutto; 5) diffidare delle metafore: una esecuzione multipla non è un’orgia di sangue, aver ragione non significa “asfaltare”, ridurre gli sprechi non può essere illustrato con una motosega.
Insomma, un po’ meno. L’enfasi retorica che incita ed eccita serve a rincuorare prima di una battaglia o a consolare dopo una sconfitta; ma quando il terreno di scontro è mobile, il nemico magari si intravede ma cambia aspetto e subdolamente si insinua pure dentro di noi, serve di più la lucidità mentale.
La generazione “Erasmus"
I giovani italiani, si dice, non vanno tanto alle manifestazioni sull’Europa perché si sentono già spontaneamente europei, per loro è naturale, sono la generazione Erasmus; non ne sono così sicuro, ho più l’impressione che i social li abbiano abituati a fare a meno di storia e geografia, vanno a cercare il meglio dovunque nel mondo, se ne hanno i mezzi, che sia il Canada o Dubai. Per gli Usa aspettano, come tutti, se saranno le Borse o la politica scriteriata sui dazi a chiudere la parentesi Trump; i soldi ancora una volta decisivi.
Ogni postura di protagonismo mi pare l’ennesima illusione di saper spiegare agli altri come si fa. E se dicessimo, volando basso, che ci conviene stare insieme per necessità? Non da sognatori di una pace perpetua (come ha fatto l’altra sera il cantastorie Roberto Benigni), ma da fratelli che conoscono le divergenze profonde e il diverso carattere di ciascuno e ciononostante si stringono per affrontare più pronti ogni evenienza. A travestire da ideali la paura si fa come la rana che voleva essere un bue.