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 2025  marzo 26 Mercoledì calendario

Imputato Gauguin si difenda

Negli ultimi anni, abbiamo iniziato a guardare il passato con occhi diversi. Più consapevoli, più critici, meno indulgenti. Le biografie dei grandi artisti non sono più soltanto miti da tramandare, ma territori complessi da esplorare, pieni di luci e ombre. Si scavano, si interrogano, si mettono in discussione.
Paul Gauguin, in questo senso, è diventato un caso esemplare. Il suo nome è finito al centro di un acceso dibattito pubblico, tra accuse di colonialismo, relazioni con minorenni e persino presunte responsabilità nella diffusione di malattie nelle isole del Pacifico.
Nel 2019, una mostra a lui dedicata alla National Gallery di Londra ha riacceso le polemiche: c’è stato chi invocava la censura, chi proponeva di bruciare i suoi quadri, chi pretendeva scuse ufficiali dal museo. E online si è scatenato l’ennesimo processo postumo.
Ma Gauguin è davvero colpevole di tutto? Oppure, come spesso accade con le figure più ingombranti del passato, ci troviamo davanti a una storia che merita di essere raccontata con maggiore profondità?
A provarci è stata la scrittrice britannica Sue Prideaux, che conWild Thing – la prima biografia completa dell’artista pubblicata negli ultimi trent’anni – ha ricostruito la sua vita con uno sguardo nuovo, senza sconti ma anche senza pregiudizi. Non una difesa d’ufficio, ma un’indagine a freddo, tra archivi, lettere di famiglia, manoscritti dimenticati e persino... denti. Sì, proprio denti umani! Ma ci arriviamo tra poco.
Prima, un breve riassunto. Gauguin non è sempre stato il pittore che tutti conoscono. Per trentacinque anni, ha condotto una vita ordinaria: giacca, cravatta, un impiego da agente di cambio a Parigi, una moglie danese, cinque figli. Una vita borghese, insomma, apparentemente tranquilla.
Fino a quando, all’improvviso, all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento, decise di mollare tutto – famiglia compresa – per dedicarsi all’arte, inseguendo un’idea di autenticità che, secondo lui, non si poteva trovare in Europa. La sua fu una fuga, ma anche una frattura. Non solo geografica: esistenziale.
Lo si vede nei suoi quadri. I colori diventano accesi, irreali. Le forme piatte, quasi da sogno. È una pittura che rompe con la realtà per cercare altro. E proprio scavando in quell’“altro” emergono storie che spesso non conosciamo, o che abbiamo raccontato in modo troppo frettoloso.
Come quella della sifilide. Per anni, si è creduto che Gauguin ne fosse affetto e che l’avesse trasmessa nelle isole dei Mari del Sud. Lo chiamavano “untore”. Eppure, quel sospetto così radicato si è scontrato con una prova scientifica inattesa... Venticinque anni fa, durante il restauro della sua capanna sull’isola di Hiva Oa, fu ritrovato un barattolo con quattro denti umani. Le analisi genetiche dell’Human Genome Project di Cambridge hanno confermato che erano proprio suoi. E soprattutto che nel corpo non c’era traccia dei metalli pesanti usati all’epoca per curare la sifilide: niente cadmio, niente arsenico, niente mercurio. Il verdetto degli scienziati è stato netto: Gauguin non era sifilitico. A farlo soffrire erano altre malattie tropicali.
C’è poi la questione, ancora più delicata e controversa, delle giovani amanti polinesiane. Oggi ci sembra inconcepibile. Un uomo adulto con ragazze poco più che adolescenti suscita giustamente indignazione. Ma all’epoca – e questa non è per niente una giustificazione, ma un dato storico – era purtroppo una prassi comune e legalmente consentita. L’età del consenso in Francia e nelle sue colonie era allora di tredici anni. Context is not an excuse, si dice in inglese. Ma è comunque context.
E a proposito di contesto: qui spunta un altro tassello inatteso. Nel 2020, è riemerso un documento dimenticato per oltre un secolo, il manoscritto Avant et Après(“Prima e dopo”). Duecento pagine fitte in cui Gauguin riflette sull’arte, sulla religione, sulla vita e anche… sul ruolo delle donne. Con parole sorprendentemente attuali.
Figlio spirituale di Flora Tristan, la nonna socialista e pioniera del femminismo ammirata da Marx, Gauguin difendeva l’uguaglianza di genere e incoraggiava le donne, inclusa la moglie danese, a cercare indipendenza economica e libertà personale. Di certo, non il ritratto del maschio dominante che ci aspetteremmo.
C’è poi l’accusa forse più diffusa: Gauguin colonialista, simbolo dell’uomo bianco in cerca di piaceri esotici. Eppure, anche qui, la storia prende una piega inaspettata. Gauguin si opponeva attivamente al sistema coloniale. I suoi quadri tahitiani non sono cartoline da sogno, ma immagini di una cultura in pericolo, minacciata dalla presenza occidentale. Una bellezza fragile, sull’orlo della scomparsa.
Non solo! A Tahiti, fondò un giornale per denunciare i soprusi del governo francese, attaccare i funzionari corrotti e difendere i diritti della popolazione locale. Fu processato per diffamazione. E perse.

Si trasferì allora a Hiva Oa. E lì fece qualcosa che in pochi conoscono: scoprì una vecchia legge dimenticata, secondo la quale i bambini che vivevano a più di due miglia dalla scuola non erano obbligati a frequentare i collegi religiosi francesi. Gauguin la rese nota e salvò un’intera generazione di bambini polinesiani dalla perdita della lingua e della cultura nativa. Per gli abitanti, fu un liberatore. Per i coloni, un “sovversivo pericoloso”. Venne di nuovo condannato. E ancora una volta, aveva ragione.
Tutto questo non serve ad assolvere Gauguin, né a riabilitarlo. Ma a capirlo meglio, sì. Le biografie dovrebbero fare proprio questo: illuminare, non giustificare. E ci ricordano quanto sia difficile – forse, anche insensato – giudicare i comportamenti di ieri con i valori di oggi.
Paul Gauguin resta una figura controversa, difficile da incasellare. Selvaggio, provocatorio, scomodo. Ma proprio per questo continua ad affascinare. I suoi quadri ci parlano ancora, anche se oggi li guardiamo con occhi più vigili, attenti e consapevoli.
E, forse, è proprio questo il punto: non smettere di guardarli. E continuare a farci domande.