il manifesto, 26 marzo 2025
I dazi, la guerra e Keynes. L’azzardo americano
Si può dubitare che gli americani sarebbero amici dell’Europa se solo non vi fossero Trump e Vance. Per due lunghi anni gli Stati uniti non si impegnarono militarmente a favore dell’Inghilterra aggredita da Hitler. Keynes sperimentò la durezza americana nel 1944. Due anni dopo dovette ripetere l’esperienza. Morì anche per questo.
Nel 1944 Londra avevano delegato a Bretton Woods Keynes, Robbins e Robertson.
Ma i migliori cervelli non bastarono. Nello scorcio del conflitto Roosevelt, Morgenthau e White non escludevano di ricondurre la Germania, cuore dell’Europa, allo «stato di pastorizia». Keynes non riuscì a ottenere il Bancor e la Clearing Bank: né la moneta né la banca centrale che proponeva per ricostruire il mondo. White, coriaceo negoziatore, respinse senza appello la pretesa di Londra di conservare il commercio preferenziale con i Dominions.
Nel 1946 l’Inghilterra era altamente indebitata con gli Usa quando Keynes venne spedito a Washington per ottenere un ulteriore prestito all’Inghilterra stremata dalla guerra, ridotta a razionare il cibo. Le condizioni del prestito strappato da un Keynes fisicamente minato dalla trattativa furono meno favorevoli di quanto egli stesso aveva sperato e fatto sperare a Londra. Nemmeno allora bastò «il più intelligente di tutti», come lo definì Harrod, l’economista illustre, amico e allievo di una vita, insuperato biografo. A guerra finita, l’opinione pubblica e il Congresso degli Stati uniti volevano che gli inglesi ormai facessero da soli. Il pericolo rosso europeo era ancora poco avvertito. Solo nel 1948 Truman e Marshall finanziarono la ricostruzione dell’Europa, estesa alla Germania nazista che con l’Italia e gli altri alleati fascisti aveva sterminato 27 milioni di russi e sei milioni di ebrei. Non lo fecero per solidarietà, ma come barriera contro il comunismo.
E oggi? La differenza rispetto ad allora è che l’economia americana è debole. La sua crescita, sull’orlo dell’inflazione, è drogata dall’eccesso di spesa, dagli alti salari, dalla produttività che ristagna nonostante Ict, Ai, social, Musk. L’investimento eccede il risparmio nella misura di quattro punti di Pil. La manodopera scarseggia, eppure Trump deporta immigrati in catene. Il bilancio pubblico è passivo per il 7% del Pil, il debito supera il 120% del Pil. La Fed non può ridurre i tassi dell’interesse.
Gli americani consumano troppo, vivono a spese del resto del mondo. Che finanzia la loro bilancia dei pagamenti in rosso da mezzo secolo. Il deficit di parte corrente sfiora il trilione di dollari, tre punti di Pil. Riflette la carenza di risparmio ma anche la perdita di competitività di prezzo, rispetto alla stessa Europa. Quindi la posizione debitoria netta verso l’estero degli Stati uniti va ad avvicinare 25 trilioni. Un terzo del credito proviene da Cina, Giappone, Germania. Se questi paesi – o i Brics – lo vendessero, il dollaro crollerebbe con penose ripercussioni, inflazionistiche e recessive, per gli americani.
Trump ha intuito che la minaccia alla leadership del suo Paese è radicata nei conti con l’estero. Ma i dazi significano debolezza, e non risolvono. Aggiungono all’inflazione. Creano incertezza. Possono diffondere recessione. Proposti da Smoot e Hawley ben prima dell’ottobre 1929, in un parlamento di repubblicani filo-contadini i dazi superarono l’opposizione di Hoover – presidente fra i più colti – e quella di economisti, industriali, banchieri. La scelta «asinina» contribuì non poco a trasformare in mondiale la crisi di una Borsa.
Per evitare l’inflazione e riequilibrare la bilancia dei pagamenti, Trump dovrebbe piuttosto frenare la domanda interna con la politica fiscale e monetaria e attuare una svalutazione del dollaro controllata e accettata dai detentori, in un accordo «Plaza» nuovo e diverso.
Gli europei, dal canto loro, non devono rispondere con dazi a dazi che tolgono al commercio mondiale due punti già nel 2025. Se i dazi americani frenano le sue esportazioni, l’Europa sostenga la domanda interna con investimenti pubblici produttivi, tagliati da decenni. La Russia è fiaccata anche sul piano economico da tre anni di aggressione all’Ucraina. L’Europa, Londra inclusa, già spende molto per le armi, non meno di Mosca. La deterrenza è mero pretesto.
Obiettore di coscienza durante il primo conflitto, nel 1924 Keynes sottolineò come con le spese di guerra «le merci e i servizi ottenuti siano destinati a estinzione immediata e infruttifera».