ilfattoquotidiano.it, 26 marzo 2025
Salto in alto (dello stipendio): così il presidente dell’atletica Stefano Mei si quadruplica la paga
È un momento d’oro per l’atletica italiana. La nazionale vince, continua a conquistare medaglie anche agli ultimi Mondiali indoor di Nanchino. E il presidente si alza lo stipendio: il n.1 della Fidal, Stefano Mei, già da quest’anno guadagnerà 150mila euro. Quattro volte più di quanto previsto dal Coni. E non è l’unico a farlo. È una delle rivendicazioni storiche dei boiardi dello sport: guadagnare tanto, guadagnare di più. Mentre la carica di presidente di Federazione sarebbe poco più che volontaristica. In teoria. Tutto parte nel 2013, quando il Coni ha introdotto un’indennità di 36mila euro per i presidenti federali: fu uno dei primi atti della gestione Malagò, per superare il vecchio sistema dei rimborsi (con cui ne succedevano di tutti i colori) e dare un contentino a chi lo aveva eletto. Quell’obolo però non poteva bastare ai più ambiziosi, e così i presidenti hanno cominciato a trovare escamotage per farsi pagare ben altre somme, a cinque zeri. Il Fatto se n’è occupato più volte in passato.
Uno dei primi è stato Angelo Cito, n.1 del taekwondo, che prima di essere presidente era già dirigente e al momento dell’elezione pretese di mantenere lo stipendio (vicino ai 100mila euro), indicando la via. Il caso più eclatante è quello del pallone: nonostante i fallimenti della nazionale e gli scandali che hanno trovato la sua gestione, Gabriele Gravina si è auto-attribuito un compenso di 233mila euro l’anno (tanto esattamente ha guadagnato nel 2022, come emerso dalle carte dell’inchiesta per appropriazione indebita e autoriciclaggio che lo riguarda). Si capisce bene perché non voglia mollare la poltrona. Di recente, la trasmissione Report ha reso noto che anche il capogruppo di Forza Italia e n.1 del nuoto, Paolo Barelli, si fa pagare come consulente dalla stessa Federazione di cui è presidente.
L’ultimo della lista è Stefano Mei, grande capo dell’atletica, fresco di rielezione plebiscitaria alle urne in autunno. Proprio questo è il segreto del successo, anche economico: blindata la Federazione, sbarazzatosi delle opposizioni, Mei gode di quel consenso interno che prima non aveva (nel precedente quadriennio la maggioranza era stata particolarmente traballante) e che gli permette oggi il colpo di mano. Così ad inizio 2025 il consiglio federale gli ha riconosciuto un compenso annuo di 150mila euro fino al 2028, con un ulteriore aumento del 5% in caso di incremento degli introiti commerciali. Previsto un ritocco anche per i consiglieri federali, così sono tutti contenti (tranne le casse dell’ente: il bugdet per gli organi federali passa da 47mila a 271mila euro in un colpo solo).
Il trucco è sempre lo stesso. Si rinuncia al forfait previsto dal Coni e si fa stanziare nel bilancio federale una somma maggiore, per retribuire qualche attività svolta per la Federazione: per Gravina ad esempio il ruolo di presidente del Club Italia, la struttura che controlla le nazionali, o in questo caso per Mei semplicemente “le funzioni connesse alla carica federale”. Il gioco è fatto. Dentro sono tutti d’accordo, fuori nessuno controlla: il Coni ormai si è arreso e si accontenta della garanzia che il compenso sia pagato con finanze proprie della Federazione (infatti anche la delibera Fidal è ben attenta a specificarlo, come se nel bilancio non confluissero tutte le risorse, anche quelle pubbliche). Senza più limiti e paletti, appena ne hanno la possibilità i presidenti provvedono a sistemarsi: Mei non è il solo, di recente si parla anche di Marco Di Paola della Fise, equitazione, un altro che da sempre rivendica il diritto allo stipendio, e l’elenco è destinato ad allungarsi ancora.
Che poi, nel merito, si potrebbe anche discuterne: un presidente ha oneri e responsabilità, ci sta che possa avere un compenso vero, specie nelle Federazioni maggiori, con fatturati milionari paragonabili a quelli di grandi aziende. Considerato il risvolto pubblico del loro ruolo, però, è assurdo che non ci siano regole e ognuno possa decidere da solo quanto guadagnare, alcuni sì, altri no, in base a chi ha la maggioranza interna per far passare il provvedimento. I più furbi, i più forti, sono anche i più ricchi. Nello sport italiano funziona così.