il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2025
Omero nel pollaio e Tacito tra le SS: i classici latini e greci spariti e ritrovati
I sommersi e i salvati: l’Inno omerico a Demetra? Trovato in un pollaio russo nel 700, in mezzo a galline e maiali. La Costituzione degli Ateniesi di Aristotele? Acciuffata sulle sponde del Nilo poco prima che un trafficante, colto in fallo, la gettasse nel fiume. I teoremi di Archimede? Camuffati a margine di una Bibbia, idem le sconce commedie di Plauto: di questi “libri perduti e ritrovati” narra Tommaso Braccini in Avventure e disavventure dei classici, in uscita venerdì con Carocci.
Galeotto fu il libro e rocambolesca la sua esistenza, dalle satire di Luciano, boicottato in quanto “giudeo”, alle favole erotiche greche ripulite da un afgano e finite in un trattato islamico. Bigottismo, censura e cancel culture hanno spesso condannato all’oblio i testi – o meglio tavolette e papiri – antichi: nel Medioevo sono gli studiosi e/o i crociati cristiani a dare alle fiamme gli osceni componimenti “grecuzzi”, così come i Romani occultano le teorie del nemico Archimede. Uno dei suoi pochi lavori superstiti ricompare nel 200: un sacerdote aveva riciclato le carte del matematico – lavare e riutilizzare pergamene era un altro classico – per scriverci sopra preghiere, scongiuri contro i bruchi e riti di purificazione dell’olio e del miele contaminati dai topi. Nel 900 la propaganda si fa nerissima, quando le SS, su mandato di Himmler, tentano di impadronirsi della Germania di Tacito, che parla di “indigenità” di quel popolo scambiata per elogio della razza: dopo una prima richiesta a Mussolini, i nazisti approfittano dell’armistizio del ’43 per saccheggiare le ville dei nobili marchigiani che possiedono il Codex, che sopravvive però alla razzia nascosto in una scatola di latta, poi viene chiuso in un caveau di una banca fiorentina, scampa all’alluvione del ’66, viene venduto ai tedeschi e fortunosamente riacquistato dallo Stato italiano.
Se Cicerone e Seneca sono poco appetibili per i barbari semianalfabeti, e quindi i loro testi ricicciati per confezionare libelli religiosi, Petronio è vittima di una fake news mentre il Terenzio Bembino finisce smembrato in un cortile, dopo che i soldati hanno strappato le dorature dalle pagine, e il “canovaccio” platonico di Petrarca arriva in Armenia. Pare: anche le leggende pretendono la loro parte in questa commedia. Di fatto, poco è giunto fino a noi dalla classicità: di Euripide si è salvato meno di un quinto delle opere, mentre di Tito Livio esistono 35 libri su 142. Quelli dispersi – rumors – stanno a Lubecca, o in Norvegia, o alle Ebridi, in Tunisia, sul monte Athos, a Napoli, a Istanbul. Ma lì “quel barbagianni del custode non le ha ancora ritrovate”.