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 2025  marzo 26 Mercoledì calendario

Cina-Europa: prove di avvicinamento. I 27 in fila a Pechino

Europa chiama, la Cina risponde. Ma solo nei prossimi giorni sapremo se si tratta dell’ennesimo telefono senza fili. Con la visita a Pechino del ministro degli Esteri portoghese, Paulo Rangel, è cominciata ieri una lunga serie di bilaterali, che si concluderà l’8 marzo con l’arrivo del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez. Convitato di pietra Donald Trump che, con i dazi già imposti e quelli minacciati, sta riavvicinando Pechino e Bruxelles.
Le tariffe Ue sui veicoli elettrici (Ve) cinesi sono ancora là. Ma il recente cambio di registro di Ursula von der Leyen– più aperta a cogliere i “vantaggi reciproci” seppure nel quadro del de-risking – mostra una maggiore disponibilità al dialogo, che Pechino non sprecherà. “La Cina considera l’Europa un polo importante in un mondo multipolare e sostiene l’Europa nel mantenimento della sua autonomia strategica”, ha affermato martedì il ministro degli Esteri cinese Wang Yi incontrando l’omologo portoghese. Un enunciato che sembra preludere a quanto seguirà giovedì, quando nella capitale cinese arriverà il commissario per il Commercio Ue, Maros Sefcovic.
Alla sua prima visita ufficiale nella Repubblica popolare dall’inizio dell’incarico, l’ex diplomatico slovacco farà il possibile per aprire maggiormente il mercato cinese alle aziende europee, convincere Pechino a contenere la tanto temuta sovracapacità industriale, e attrarre capitali cinesi nel Vecchio continente. Purché vengano raggiunte condizioni più vantaggiose, come il trasferimento di alta tecnologia, che la leadership comunista sembra però intenzionata a tenere per sé. D’altronde, se la necessità di maggiore reciprocità è una richiesta corale, le differenti priorità economiche tra i 27 paesi membri continuano a indebolire la postura dell’Ue. Insieme a Sefcovic, giovedì atterrerà in Cina anche il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot.
In cima all’agenda di Parigi svetta la questione delle tariffe cinesi sul cognac, sottoposto a indagini antidumping fino al 5 aprile. Per Sanchez, alla sua terza visita nel paese in soli due anni, la missione consiste invece nel portare a casa nuovi investimenti: 3 miliardi di euro è quanto le aziende cinesi si sono dette disposte a sborsare, in aggiunta ai circa 7 miliardi di già annunciati da settembre, di cui in buona parte da destinare all’industria spagnola dei Ve. Ricompensa per gli sforzi messi in campo da Madrid per cercare di fermare le tariffe Ue. Pechino, da parte sua, sembra quindi – almeno in parte – propenso a trattare. Accogliendo al China Development Forum un’ottantina di Ceo delle principali multinazionali straniere – da Apple a Siemens – negli scorsi giorni la leadership cinese ha rassicurato sullo stato dell’economia nazionale, aggiungendo di voler fronteggiare gli “choc esterni” mantenendo il “corretto corso della globalizzazione e del vero multilateralismo”. Promessa non nuova, ma che l’inattendibilità di Trump rende oggi un po’ più credibile. Restano tuttavia da appianare le divergenze di politica estera: prima tra tutti l’ambiguità “filorussa” mantenuta da Pechino in Ucraina. Aveva fatto ben sperare la notizia battuta da Welt am Sonntag di un possibile coinvolgimento cinese nella coalizione dei “volenterosi” per il mantenimento della pace. Ma la smentita categorica di Pechino conferma un approccio attendista che comincia a infastidire l’Europa. Così come la Cina ha accolto con fastidio l’ultimo libro bianco sulla difesa, in cui Bruxelles si dice preoccupata per “qualsiasi cambiamento dello status quo a Taiwan”.