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 2025  marzo 26 Mercoledì calendario

Lo storico Fara Dabhoiwala: “La presidenza Trump è quella più censoria dagli anni Cinquanta”

Negli anni 90 il critico Stanley Fish scrisse un libro intitolato Il free speech non esiste, ed è una buona cosa. In un libro in uscita in questi giorni in Gran Bretagna, Fara Dabhoiwala, storico dell’università di Princeton, prima a Oxford, mostra invece che il free speech esiste eccome, ma non è quello che ci aspettiamo. Il saggio What Is Free Speech? The History of a Dangerous Idea ricostruisce la storia delle diverse concezioni della libertà di parola in Europa e negli Stati Uniti, e getta una luce sull’uso di questo concetto nell’agone politico statunitense attuale. “Non cercherei una coerenza di principio. La libertà di parola è da sempre un grande ideale artificiale usato come un’arma nello scontro politico. L’amministrazione Trump non è diversa da quelle del passato”.
Jd Vance ha accusato l’Europa di autoritarismo perché limita la libertà di espressione…
Negli Usa vige quello che definisco un assolutismo del free speech, mentre in Europa ci atteniamo ancora a un modello secondo cui la libertà di parola è un diritto che comporta doveri e responsabilità. E quindi limiti, perché bisogna verificare se qualcosa è dannoso per il bene pubblico o per gli altri. Gli americani ci hanno rinunciato. La Corte suprema ha rinunciato a perseguire la diffamazione. Nel libro spiego che questa lettura assolutista del Primo emendamento è un fatto recente: nasce a partire dagli anni 50 con la Guerra fredda. Trovo più interessante il lato pratico, però: non c’è alcuna differenza tra l’uso americano ed europeo della libertà di parola. La libertà di parola è uno slogan da usare quando conviene.
Trump, i trumpiani e Elon Musk, insistono molto sul concetto di free speech e di “trasparenza” del governo, hanno un concetto nuovo?
Non credo ci sia un disegno razionale. Vance e Trump sono andati in giro per anni, quando erano all’opposizione, a dire che la presidenza Biden censurava la libertà di parola. Ora l’amministrazione Trump si sta rivelando la più censoria dagli anni 50. Oggi negli Usa si può essere licenziati, arrestati o respinti alla frontiera per le proprie idee, ciò che tecnicamente e legalmente sarebbe protetto dal principio della libertà di parola. Se sei una persona di destra puoi vomitare bugie, odio e disinformazione sui social, ma invece non puoi parlare di uguaglianza di genere o della crisi climatica o dei diritti degli omosessuali e delle persone trans. È un attacco di grandi proporzioni alla libertà di espressione degli americani, in particolare quelli che hanno un orientamento politico diverso dalla destra al potere, che ricorda la “paura rossa” del 1917 o il maccartismo degli anni 50: gli americani non hanno una buona storia in questo senso e con Trump c’è una deriva autoritaria che assomiglia a quelle di Ungheria, Turchia o Russia.
Si può cercare un concetto diverso di libertà di espressione?
Il free speech è un concetto incoerente. Non voglio dire che non sia un grande ideale: è un segno distintivo delle società democratiche, troppe persone nel mondo non possono goderne. Tuttavia, il concetto di libertà di parola è sempre artificiale perché nega due elementi fondamentali. Primo, che la parola è un atto che ha conseguenze pratiche. Secondo, che il discorso dipende dal contesto, non necessariamente dalle parole, ma dal soggetto che parla, dal perché parla, dalla posizione da cui parla, lo scopo e così via. Raccontare una barzelletta in famiglia è un atto linguistico diverso dal raccontarla da presidente di un’azienda o di un Paese. Il discorso ha sempre a che fare col potere. E questo dà un indizio su come dovremmo pensare alla libertà di parola. La domanda giusta da porsi è: per cosa viene invocato il free speech? Perché spesso gridare alla censura serve a nascondere questioni reali.