Corriere della Sera, 22 marzo 2025
Intervista a Cesare Cremonini
L’ultimo disco, «Alaska Baby», è andato molto bene e si prepara un tour per l’estate prossima con stadi pieni già ora. Cosa puoi volere di più, Cesare?
«Non mi sento in credito, ma neanche in debito. Ho sofferto, ho lottato e ho vissuto per questo. E la ricetta per farcela l’ho scoperta cammin facendo. I numeri di oggi per me rappresentano quella campanella dell’intervallo della scuola che ti chiama verso il cortile, a giocare. Ad assaporare le cose. È questo ciò di cui ho più bisogno ora. Ho capito che la mia mente si espande solo attraverso l’incontro o lo scontro con persone diverse da me. Tutte le cose belle del mondo nascono dal contatto, o dall’incidente, tra abitudini pregresse e nuove esperienze inattese».
Come stai vivendo i tuoi venticinque anni di carriera?
«È sempre il presente il luogo in cui sto meglio. Mi alzo alle sei e guardo l’alba di ogni giorno, scrivendo. Ho un bellissimo studio immerso nel verde dove nascono i miei progetti artistici e dove nel frattempo accadono cose novecentesche, dai ghiri che si nascondono nelle dispense, ai fan che passano in bici per portare un dolce al cancello. Quando c’è il sole scendo a piedi a Bologna, che mi abbraccia e mi protegge come un figlio. L’ultima volta in cui ci sono andato ho incontrato Vasco Rossi sotto ai portici. “Camminare è importantissimo”, mi ha detto. L’ho abbracciato forte. Cammino molto anche io».
Un figlio che oggi è un uomo di quarantacinque anni...
«Vissuti quasi tutti sotto i riflettori, sebbene protetto da quelli rossastri, medioevali di Bologna. Ma era quello che volevo, una vita intera nel mondo dello spettacolo, come i grandi nomi che da bambino vedevo esibirsi nei varietà del sabato sera. Guardavo “Fantastico” o “Quelli della notte” e sentivo di voler far parte di quel mondo di coreografie, orchestre e paillettes che incollavano l’Italia al teleschermo. Anche per questo non mi impaurisce il passare del tempo. La musica ha radici profonde e non puoi temere di invecchiare, quando senti di avere qualcosa di antico dentro di te».
Degli stadi di questa estate ventisei ve li spartite proprio tu e Vasco Rossi. «Ripenso a quando suonavo gratuitamente nei campi sportivi polverosi delle feste di piazza. Chiedevamo al barbiere dei paesi più sperduti di restare aperto fino a tardi per farmi da camerino. Roberto De Luca, presidente di Live Nation, venne a vedermi quando ormai pensavo di non farcela. Mi disse: “Sei il più bravo che abbiamo sul palco, iniziamo da qui.” Era il 2010, avevo già trent’anni, ma decisi di tentare».
«Dove finiscono le strade è proprio lì che nasce il giorno ma questo è il posto che mi piace, si chiama Mondo» cantavi a 30 anni. Ora forse pensi che il bello è che le strade si incrociano?
«Per tutta la vita mi sono specchiato nei risultati perché sentivo il bisogno di una stabilità professionale che sorreggesse la mia vita privata. La domanda che mi sono fatto ogni giorno è: cosa mi sto perdendo? Vedevo i miei amici andare avanti, iniziare l’università, avere dei figli mentre io passavo le estati in studio, oppure in tour. Con questo album ho capito che il successo nasce prima della pubblicazione di un disco, attraverso le esperienze e le connessioni umane che ti concedi. Questo crea il vero valore di un’opera».
Cominciamo dall’inizio, come è stata la tua infanzia?
«Posso dire di aver avuto un’infanzia felice. So che sembra strano in un mondo che cristallizza anche le più normali fragilità dell’anima, ma vado orgoglioso di questo ricordo avvolgente, sereno. Felice non significa semplice, non erano solo colori a pastello. Sono cresciuto nella bolla familiare di un padre già anziano mentre ero bambino, una madre molto più giovane di lui e un fratello maggiore con cui ho condiviso tutto. Durante le notti in cui dormivamo ancora nella stessa stanza mi chiamava. “Ce’, vieni qui”. Io mi infilavo sotto le sue coperte restando sveglio a sbirciare, da un lembo del lenzuolo rialzato, il buio intorno a noi. Una parte della mia fantasia si è accesa sotto quelle coperte legandosi al silenzio della notte».
Che rapporto hai con tua madre?
«Complicità. Già in “Padre Madre” le chiedevo “perché piangi? Non mi hai detto tu che una lacrima è un segreto?”. Ho imparato che le chaise-longue degli psichiatri sono ricoperte della pelle delle nostre madri. Per questo quando ci vediamo cerco sempre di spingerla – io, figlio – a sorridere. Ci sono troppe regole preimposte nel mondo famigliare, troppi moralismi di facciata e pochi esempi di libertà e felicità da mostrare ai figli».
E tuo padre?
«Era un “medico della gente” come ricordano le targhe che gli dedicano. Non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Porto una catenina al collo che mi ha regalato prima di andarsene e a volte la stringo prima di dormire, o quando salgo sul palco. Penso che lui sia lì. Mezz’ora prima di morire mi ha guardato dal letto, era in quello stato simile al coma che precede la fine. Ha socchiuso gli occhi e ha alzato il pollice in alto, come per dire: “sempre su, Cesare”. È un gesto a cui ripenso di continuo per darmi coraggio, un gesto da bambino».
Posso dirti una mia impressione? La tua musica, parole e note, ha dentro la speranza ma nei tuoi occhi riconosco sempre una malinconia. Da dove nasce?
«Nella mia vita ho conosciuto il dolore e ho sperimentato su di me la violenza e la protervia degli altri. Sono figlio di un periodo storico facile ai drammi sommersi, alle violenze rimaste nell’ombra del pregiudizio che trapelano dalle fessure del nostro tempo iper condiviso e su cui non si deve abbassare la guardia ma nemmeno piangersi addosso. Ho usato, credo con coraggio, ago e filo per ricucire le mie ferite. Molto spesso mi sono scoperto a rimpagliare una sedia in cui era seduta la mia anima, non il mio corpo. Invece di incattivirmi, sono diventato cardiocentrico. Il cuore è diventato il centro del mio punto di contatto con la vita, il punto di incontro con gli altri».
E così molto resta celato...
«Io non vivo per ricevere l’attenzione del pubblico, ma la cerco costantemente, perché so che solo lui può completare il ciclo di una mia opera e anche della mia vita. La mia carriera insegna che il pubblico non ascolta solo con le orecchie, lo fa sempre anche con gli occhi. Comprende, vede l’invisibile e sa proteggerti. La musica fa lo stesso con l’amore. Le storie possono finire ma le canzoni testimoniano i luoghi visitati insieme».
L’amore?
«Esiste un trono vacante dentro a ognuno di noi e, giusto o sbagliato che sia, il mio è ancora libero. Non sono un santo ma nemmeno una persona superficiale nei rapporti. Costruisco e decostruisco continuamente il mio ruolo nella coppia vivendo l’amore come una forma d’arte. Il dolore è un elemento di connessione fondamentale per me. Le sovrastrutture sociali ci proteggono, ma non definiscono chi siamo davvero».
La tua musica sembra aver unito anche generazionalmente il pubblico. «Sono sempre stato portato a parlare a un pubblico più adulto, provando a tenere insieme il filo che ci unisce al passato. In un mondo diviso, in cui, se parli a qualcuno, qualcun altro non ti sta più ascoltando, per me essere un artista ha soprattutto il valore di “tenere insieme”. È la dote che mi ha insegnato Bologna, la città in cui vivo e a cui devo il primo pensiero che feci da bambino sulla musica: essere grandi qui vuol dire esserlo in tutta Italia».
Quando hai cominciato a scrivere canzoni?
«Avevo undici anni. Iniziai a scriverle in una lingua tutta mia, usando i suoni più che le parole. Mia madre si infuriava perché le registravo sopra i nastri che mio padre usava per i suoi convegni medici, disegnando a mano le copertine. Ma a tredici anni dissi ai miei compagni di scuola, con cui avevo messo in piedi una band, che pensavo fosse ridicolo non cantare in italiano. Volevo diventare un cantante come lo erano i miei miti: Lucio Battisti, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Vasco Rossi, e Lorenzo, che è stato centrale per la mia generazione».
E la prima canzone quando prese forma?
«La prima che mi fece sentire bravo nacque, nota per nota, su un pentagramma di fantasia immaginato sul soffitto, come ne “La regina degli scacchi”. Si chiamava “Vorrei”. Ero a Maratea, luogo di luci e di spettri della mia infanzia. Quella forma verbale, il condizionale usato in amore, era una parola gentile. “Vorrei” al posto di “Voglio”».
Chi ti è stato vicino all’inizio? I tuoi non avevano nulla a che fare con la musica...
«Ho avuto un secondo padre, Walter Mameli, un cognome suggestivo. Il nostro incontro fu da film. A quindici anni trascorrevo ore davanti ai negozi che esponevano chitarre, appannando le vetrine con i sospiri del desiderio di possederne una. Un giorno in cui avevo marinato la scuola, passai al reparto libreria del negozio Ricordi a Bologna e mi saltò agli occhi un libro dal titolo curioso: “Pagine gialle musicali di Bologna”. Non avevo i soldi per comprarlo e allora strappai una pagina a caso. Era la lettera D. L’ultimo indirizzo era lo studio Double-Face, suonai e mi aprì Walter al quale consegnai il CD con le mie canzoni. Fu il primo adulto a credere in me, prima ancora dei miei genitori. Tre anni dopo ero primo in classifica con un album da un milione e mezzo di copie».
Vi siete separati dopo vent’anni, come mai?
«Hai presente il colonnello Parker di Elvis? Mi sentivo un toro nella corrida e così, quando è morto mio padre, ho trovato il coraggio di uscire dal recinto e diventare grande davvero. Il successo attuale per alcuni aspetti è figlio della nostra separazione, avvenuta in un mattino di sole poco prima della pandemia. Mi ha permesso il confronto con musicisti che oggi sono come parabole ricettive delle mie visioni».
Hai capito il valore del confronto e dell’incontro?
«Ho sempre inseguito un percorso di affermazione per lo più solitario, più indie che mainstream, quando l’indie era un miraggio. Il primo ad aprirmi una porta fu Lorenzo Jovanotti, con “Mondo” nel 2010. Mi disse: “Gli stadi un giorno saranno il tuo terreno di gioco”. Oggi ho la grande fortuna di poter creare progetti con una visione molto più larga. Non faccio solo musica, cerco sempre di fare qualcosa anche per la musica».
Per te conta il numero di dischi che hai venduto nella tua carriera?
«Chi si vanta di copie vendute oggi non ha capito come funziona. Ho iniziato a fare musica con i CD, ho vissuto l’epoca del digitale e ora sono nella stagione dello streaming. Le certificazioni oggi riempiono le casse della discografia ma sono svuotate di significato, perché non raccontano più quante persone ascoltano un disco, ma quante volte viene cliccato. La musica senza materia si è trasformata nella slot machine dell’industria».
Tu appartieni a una generazione di cantautori che si è espressa a cavallo di due secoli, di due millenni, restando di successo.
«Infatti siamo in pochissimi ad essere sopravvissuti a quel periodo di passaggio tra analogico e digitale. Truman Capote dice nella sua autobiografia che devi avere qualcosa di molto potente dentro di te per resistere ai tempi che cambiano. Alcuni artisti sono come vampiri. Per ucciderli bisogna conficcare un tronco appuntito nel loro cuore. Altrimenti si rialzeranno sempre. A volte non basta neanche quello».
Cosa pensi della nuova generazione che calca la scena musicale italiana? «Li seguo, li ammiro ma non li invidio. La discografia oggi sforna e accantona nomi continuamente in un perenne presente che non prevede più una prospettiva di carriera lontano dalla televisione e dall’esposizione costante. Poi non ci si deve meravigliare se le nuove generazioni di artisti, vivendo di numeri si ammalano, vanno in burn out, privati di sistemi difensivi per proteggersi. Ma i ragazzi di oggi hanno grandi sogni, come li abbiamo avuti noi prima di loro. Vorrei che la mia storia servisse a ricordargli il grande valore del tempo, dell’assenza e del viaggio, utile come volta pagina nella vita. Non devono trovare tutte le risposte subito, ma imparare a farsi le giuste domande».
«E quanti inutili scemi per strada o su Facebook che si credono geni ma parlano a caso». Sono le parole di «Nessuno vuole essere Robin»…
«Il mondo interconnesso è un oceano di solitudini. Mi turba l’esibizionismo dell’emotività, oltre a destarmi qualche sospetto. Mi commuove invece il mutismo degli esseri sensibili, questa prigione dei sentimenti che uccide silenziosamente. Quello è il territorio umano delle mie canzoni».
Il giorno più bello che tu abbia mai vissuto?
«Quando sono partito per il primo tour della mia vita con i Lùnapop, avevo 19 anni. Quell’esperienza mi ha mostrato nella realtà la fantastica diversità di paesaggi e linguaggi del nostro Paese. La sensazione di libertà di attraversarlo con il finestrino dell’auto aperto è una cosa che ancora oggi mi dà la gioia di tornare in tour e attraversare l’Italia».
Che fine ha fatto Cesare dei Lùnapop, quello con i capelli rossi?
«Il Cesare irriverente con i capelli rossi che imitava i suoi idoli glam e innervosiva i critici è qui, da qualche parte, in qualche gattabuia sotterranea della mia anima. Lo sento che urla in piena notte ogni tanto: “fatemi uscire”. Ma gli permetto di vedere la luce solo quando salgo sul palco, quando le luci di uno stadio si spengono e il boato del pubblico risuona fino alle sue orecchie. Allora, con me, c’è anche lui. Per il resto non sarebbero più tempi per tipi del genere, questi».
Siete durati poco, ma siete rimasti nella memoria.
«Arrivammo dal basso da indipendenti, attraverso le radio fino in cima, facendo venire i capelli bianchi ai capi della discografia che si chiedevano: “Da dove arrivano questi?”. Ma anche quella separazione non avvenne per caso. Mi tagliai i capelli rossi e partii per un lungo viaggio tra l’Argentina e New York. Mi misi alla ricerca di Bob Dylan, iniziai a leggere Pasolini e a studiare Gaber, mi innamorai del cinema e dei libri. Quando bussai alla porta di casa ero malconcio, vestito con dei jeans stracciati, una t-shirt bucata e una giacca dylaniana da freddo americano e da geloni. Avevo un quaderno con me in cui c’erano le canzoni di “Maggese”, che fu d’ispirazione per tanti giovani artisti nati qualche anno più tardi».
Sono stati gli anni più importanti, quelli.
«Sì, quattro album lanciati come sassi in uno stagno e quattro tour con pochissimi paganti. Il capo della Warner quando portai alla luce “Maggese” mi guardò con disprezzo: “Non ti paghiamo per questo”. I più giovani li avevo persi con la fine dei Lùnapop, per gli altri, non potevo avere una seconda possibilità. Ma andai avanti, album dopo album, facendo quello che secondo me era giusto. E così, a partire dal 2012 con “La teoria dei colori”, io e una nuova generazione pronta ad ascoltarmi di nuovo ci siamo incontrati».
C’è un detto nella musica che sembra incontrovertibile. «Nessuno ce la fa due volte».
«Beh, io ce l’ho fatta, con le mie forze e i miei sogni ancora intatti».