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 2025  marzo 22 Sabato calendario

Ariel Dorfman: caro Claudio, morto con Allende al posto mio

Per gran parte degli ultimi cinquant’anni sono stato tormentato da un rimorso perverso: di non essere morto in Cile quell’11 settembre 1973, il giorno in cui una giunta militare rovesciò Salvador Allende, il nostro presidente democraticamente eletto. Conquistato dal progetto di Allende di realizzare il socialismo senza ricorrere alla violenza, come non era mai successo nella storia mondiale, ero andato a lavorare per lui alla Moneda, il palazzo presidenziale.
Oltre a consigliare il suo capo di gabinetto su tematiche culturali e giornalistiche, i miei compiti includevano passare una notte a settimana alla Moneda per montare la guardia. Se mi fossi attenuto ai turni prestabiliti (la notte del 10 settembre, un lunedì, spettava a me), sarei stato presente la mattina dell’11 e con ogni probabilità sarei morto, insieme ad Allende e alla maggior parte dei suoi collaboratori. Ma avevo chiesto a Claudio Jimeno, un vecchio amico dei tempi dell’università, di scambiare il mio turno con il suo, che era il giorno prima, di domenica, per poter far vedere a mio figlio Rodrigo, che aveva sei anni, il posto dove lavoravo. Claudio aveva accettato volentieri, perché così aveva l’occasione di passare un po’ di tempo con i suoi, di figli, Cristóbal, che aveva due anni, e Diego, un anno.
Così fu Claudio, e non io, che venne avvisato quel martedì mattina che i militari stavano impadronendosi del potere, Claudio che resistette mentre l’edificio veniva distrutto da bombe e carri armati, Claudio che venne catturato dai soldati e poi torturato e giustiziato, Claudio il cui corpo venne fatto sparire, Claudio che non fu restituito alla sua famiglia per dargli sepoltura. Queste immagini mi hanno ossessionato durante gli interminabili anni del mio esilio e nei miei tanti ritorni nel Cile della dittatura.
Quella che ho continuato a figurarmi nella mente, da quel giorno, era l’immagine di Claudio accanto ad Allende, Claudio che era stato leale al presidente fino all’ultimo istante. Durante i mille giorni in cui Allende aveva governato mi ero costruito un’immagine epica di me stesso, come di una persona pronta a dare la vita per difendere un governo rivoluzionario che stava liberando il Paese da secoli di sviluppo distorto. Era un modello, la dimostrazione che si poteva fare questa cosa pacificamente, con il voto e non con il fucile. Ma quando era arrivato il momento di dare prova di questa mia fede incrollabile, non avevo risposto all’appello. Avevo cercato di raggiungere la Moneda, ma la polizia armata mi aveva ricacciato indietro. Eppure, per anni mi ero detto – senza ragione, in modo assurdo – che avrei potuto trovare un altro modo per arrivare al centro della città mentre infuriava la battaglia. Che avrei potuto fare appello al mio coraggio per sfidare quella conflagrazione. Il fatto che Allende stesso, nel suo ultimo discorso, avesse detto ai suoi sostenitori di non sacrificarsi, di vivere per il giorno in cui il Cile sarebbe stato di nuovo libero, non mi aiutava a vincere il mio senso di colpa.
Forse il mio rimorso era di non essere, dopo tutto, l’eroe che sognavo di diventare. Annidato dentro a quel rimorso c’era qualcosa di più profondo, e forse ancora più devastante. Noi, Allende e i suoi sostenitori più entusiasti, avevamo promesso un paradiso socialista senza sfruttamento e invece avevamo consegnato il nostro popolo a un inferno reazionario. Anche se il fallimento era di noi tutti, e anche se avevo soltanto 31 anni, mi sentivo responsabile per quella catastrofe. Rimpiangevo di non aver saputo vedere l’abisso verso cui ci stavamo dirigendo, di non essere stato abbastanza saggio, abbastanza maturo, di non aver trovato un modo per evitare tutti quei morti e quelle distruzioni.
Il rimorso è qualcosa che ti può paralizzare, stritolarti nella depressione. Oppure ti può spingere a impegnarti per forgiare un futuro in cui nessuno dovrà perdere anni a cercare di riparare la sua anima afflitta, un domani in cui non saremo condannati a piangere quelli il cui unico peccato è stato battersi per un mondo più dignitoso e giusto. Io scelsi la via della lotta contro la tirannia, trasformandomi in portavoce dei diritti umani, giurando di non dimenticare mai il mio debito nei confronti delle persone che erano morte quel giorno alla Moneda e nei tanti anni successivi.
Non potevo cambiare il passato, ma potevo cercare di fare il mondo che il dolore di allora non si ripetesse. Lasciai che i miei rimorsi mi dessero la spinta e mi trasformassero nella persona creativa che avevo bisogno di diventare in un’epoca non di rivoluzione, ma di resistenza alla dittatura.Il ricordo di Claudio Jimeno mi aiutò in questo compito, non facendomi mai dimenticare che sua moglie era vedova perché io ero vivo, che ero io la ragione per cui i suoi figli erano cresciuti senza un padre, che i suoi genitori non avevano più un figlio, che il Paese doveva fare a meno del suo contributo come intellettuale e come cittadino. Erano tante le persone di cui rimpiangevo la morte, ma lui era la vittima a cui continuavo a ripensare in modo ossessivo, perché era morto al posto mio.
E poi, naturalmente, c’era il fatto che non si sapeva come fosse morto esattamente, così ogni volta che sentivo dell’ennesimo atto brutale commesso dal regime di Augusto Pinochet, che aveva preso il posto di Allende, riproiettavo invariabilmente ogni orrore sullo sventurato Claudio.Un’esperienza in particolare ricorreva costantemente. Mi trovavo sulla sedia di un dentista e chiudevo gli occhi, e improvvisamente immaginavo che ci fosse lui lì, mentre gli estraevano i denti ma senza anestesia, mentre lo trapanavano fino a ucciderlo. Forse questa ossessione per la sua bocca era dovuta ai suoi incisivi sporgenti, che gli avevano procurato il soprannome di conejo, coniglio, un nomignolo che aveva accettato con la sua consueta bonomia. Probabilmente questa rievocazione involontaria, anche se orribile e degradante, di Claudio era dovuta all’orrore di non sapere cosa gli fosse successo effettivamente: era un desaparecido. Far sparire una persona è una delle punizioni più crudeli: arrestare qualcuno, poi ucciderlo e negargli una sepoltura, come se non avesse mai respirato, non avesse mai amato, non avesse mai riso su questa terra.
Il mio senso di colpa del sopravvissuto era così strettamente legato all’assenza del corpo di Claudio che concepii gradualmente la speranza che se i suoi resti fossero stati ritrovati e inumati forse sarei riuscito a smettere, almeno in parte, di biasimarmi. E se non fosse stato ritrovato neanche un osso, allora forse un po’ di consolazione mi sarebbe venuta dal ritorno della democrazia in Cile.
E così, quando cacciammo Pinochet dal potere nel 1990, mi aspettavo, con qualche esitazione, che il mio rimorso e il mio senso di colpa si attenuassero, e non mi sbagliavo del tutto: con il passare degli anni, cominciarono pian piano a regredire. Ma i vecchi rimorsi devono aver continuato ad attanagliarmi nei decenni successivi: quando si è avvicinato il cinquantesimo anniversario del golpe, quel letale 11 settembre 1973 ha cominciato a chiamarmi, a pretendere che tornassi a parlarne. Decisi di scrivere un romanzo, Indagine su un colpo di Stato, per inviare un personaggio di nome Ariel Dorfman in missione per indagare sulla morte di Allende e stabilire se il giorno del golpe fosse stato assassinato o se si fosse suicidato. In uno svolta a sorpresa della trama, verso la fine del romanzo, un personaggio di mia invenzione – Adrián Balmaceda, che essendo una delle guardie del corpo di Allende aveva assistito agli ultimi istanti del presidente in questo mondo – giunse in mio soccorso, risucchiando via la vergogna e il rimorso che mi tormentavano da quasi mezzo secolo. Quando il personaggio di Ariel Dorfman confessa il passato che lo affligge, sottolineando che porta la responsabilità del martirio di Claudio Jimeno, Adrián lo assicura che si sbaglia. Non è vero che è morto al tuo posto, dice: il tuo amico sarebbe morto anche se tu non avessi cambiato di turno con lui; voleva essere alla Moneda, ci sarebbe andato comunque, indipendentemente dalle tue azioni; assassinarono tutti i collaboratori del presidente. Non avresti potuto salvarlo, proprio come io, afferma Adrián, non avrei potuto salvare Allende, anche se ero accanto a lui, a due metri di distanza, quando morì. Pensai con sollievo, mentre terminavo di scrivere il libro: «Bene, adesso è finita». Non sapendo che c’era ancora un’altra rivelazione sorprendente in serbo per me.
Nel 2022 il figlio di Claudio, Cristóbal Jimeno, e sua moglie, la giornalista Daniela Mohor, pubblicarono un libro di memorie sui loro sforzi per ricostruire gli ultimi giorni di Claudio e la sua esecuzione. Mi ci è voluto un po’ per decidermi a leggere il libro, ma quando l’ho fatto ho scoperto con meraviglia che Claudio non aveva dormito alla Moneda la notte del 10 settembre, come avevo sempre creduto, ma che aveva lasciato casa sua l’11 settembre all’alba. Evidentemente, quindi, aveva scambiato il suo turno con qualcun altro senza dirmelo. Del tutto diverso da come avevo immaginato la sua ultima notte sulla terra. Possibile che la storia che mi ero raccontato e che avevo raccontato al mondo, il senso di colpa e la confusione, non avessero nessuna base reale?
C’è un momento, nel libro di Cristóbal, in cui il figlio tocca dei minuscoli frammenti di ossa e un dente che il DNA aveva dimostrato appartenere a suo padre. Una comunione con il morto seguita da una sepoltura con cerimonia privata di quei resti. Così, per il sollievo dei suoi familiari e di questo amico, Claudio è stato finalmente messo in una tomba, che un giorno forse andrò a visitare, e a ringraziare per avermi salvato la vita.
Ed è così, alla fine, grazie all’intervento di un personaggio immaginario e del figlio fin troppo reale di un uomo che aveva generosamente cambiato di posto con me tanto tempo fa, che sono riuscito a raggiungere una qualche parvenza di conclusione, la speranza di essermi dimostrato degno della vita che mi è stata regalata.