Tuttolibri, 22 marzo 2025
Onagri, cervi ed elefanti il lato anti-moderno dell’anima di Venezia
Le città sono in genere, per loro natura, poco ospitali per gli animali (o lo sono comunque meno delle campagne). Venezia, anche in questo, fa eccezione: città peculiare per struttura e temperamento, non solo circondata, ma addirittura penetrata e infusa da un elemento naturale, l’acqua, favorevolissimo alla fauna, Venezia è ostile al paesaggio iper-antropizzato dell’industria e della modernità invadente, e perciò tanto potenzialmente gradevole per l’uomo quanto accogliente per gli altri animali. Ci sono pesci, anfibi, uccelli, piccoli roditori d’ogni specie, e tanti felini: nelle calli e nei campi, sono oggi soprattutto gatti, ma sui muri dei palazzi, in cima alle colonne o a fianco di portali solenni sono naturalmente leoni.
Sono il simbolo della città fin dal suo passato medievale: i veneziani amavano disegnarli o scolpirli con le ali e con l’aureola, con le zampe artigliate strette a un libro («Pax tibi Marce, evangelista meus») o a una spada, o anche senz’aureola, ali, libro o spada: i leoni bastano – come una citazione evidentissima – a richiamare l’idea della città e del suo Stato, la sua inconfondibile essenza. Come capita davanti all’entrata dell’Arsenale, dove in quattro montano silenziosamente la guardia dai tempi di Francesco Morosini.
Uno storico dell’arte medievale che insegna a Ca’ Foscari, Stefano Riccioni, ha raccolto in un libro agile e preziosamente illustrato un bestiario popolato da tutti gli animali raffigurati nelle pietre di Venezia, e in particolare in quelle medievali. Ben al di là della fauna locale, tutto sommato prevedibile, c’è spazio per una tale quantità di creature reali e fantastiche da far sembrare la città dei Dogi una monumentale arca di Noè. Chi non conosce i cavalli antichi (vengono da Costantinopoli, dove furono prelevati nel corso della Quarta Crociata) che incedono solenni sulla facciata della Basilica di San Marco? E chi non ha presente, magari come sagoma indistinta, intravista contro il cielo, il drago (coccodrillo nel corpo, cane ringhiante nel muso) tenuto a bada con la lancia dal San Teodoro in cima a una delle colonne della Piazzetta? Accanto ad essa, vi è il leone (eccone un altro) del quale proprio di recente si sono riproposte le presunte origini cinesi, cui Riccioni allude con opportuna prudenza.
Ma c’è ben altro: ci sono grifoni, onagri ed elefanti, cervi e centauri, manticore e cammelli, pantegane graffite nel marmo (è così nella calle del Traghetto di San Felice, a Cannaregio, con data 1644), pavoni, volpi, cicogne e, naturalmente, sirene. Esseri naturali o immaginari, poco importa: dall’Oriente, dopotutto, poteva arrivare qualsiasi bizzarria, e in pochi si sarebbero stupiti nel veder discendere da una galea mercantile un corpo di donna con le gambe squamose come code di pesci (due code: così è di solito nelle raffigurazioni medievali veneziane), oppure una sfinge come quella figurata nel marmo di un frammento di cornice oggi conservato nei magazzini della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ D’Oro.
Quella di Riccioni è una delle molte, ma sempre suggestive, guide insolite di Venezia, che consente, a chi lo vuole pensare, un itinerario fuori dal comune, da tracciare seguendo le orme di questi animali di pietra o di vetro musivo, i materiali più tipici lasciati in eredità dalla città medievale. Accanto a testi come la Guida sentimentale di Venezia (1942) del poeta Diego Valeri, che giusto poche settimane fa è stata ripubblicata da Lineadacqua edizioni, questo Bestiario medievale edito da Carocci, illustrato non solo da qualche riproduzione delle opere censite, ma anche dai disegni versicolori di Federica Rossi, mostra come la storia della città sia veramente infinita nei modi, nelle forme e nelle prospettive da cui la si può riguardare. Ben più di un passato affollato di aquile e di castori, di chiocciole e di misteriose volpi (come quella morta, portata su un bastone da due galli, raffigurata sul pavimento di una chiesa di Murano), a inquietare oggi in questi luoghi sono un futuro senz’anima, più che senza animali, e un presente popolato di bestie ben vive e ben più minacciose.