la Repubblica, 21 marzo 2025
Amelia Rosselli la mia amica dalle ali di uccello
Fu senza fiato ascoltarla declamare i suoi versi che si stampavano in un tutt’uno con il corpo. Infatti colpivano il mio corpo. Nessun altro poeta quella sera d’estate, a villa Borghese, era capace di fare altrettanto. Ero un ragazzo, lì, solo. La timidezza mi rendeva invisibile. La poesia mi pioveva addosso come l’oro che ho visto sempre nei momenti estremi dei sensi. Avevo tra le mani Mia madre di Georges Bataille, comperato sulla bancarella dell’usato. Poi Amelia quasi scappò via con passo leggero, svelto e al contempo legnoso in compagnia di un giovane. Rideva a mo’ di singulto, da uccello, con tono alto. Quando osai chiamarla al telefono (non so ora chi mi diede il suo numero, forse Elio Pecora: uno dei pochissimi poeti romani che conoscevo), mi invitò a casa sua in via del Corallo. Quando mi vide mi disse se facevo l’attore. Mi sorprese. Citò Tyrone Power. Mi vergognai. Era magrissima; ossa ben saldate e piantate; aveva capelli molto neri striati di bianco; le palpebre leggermente calate; lo sguardo fisso eppure saettante. Era sì, una specie di ossuto uccello senza ali; e anche rettile. Fumava con il bocchino; camminava ondeggiando. «Queste librerie me le ha costruite un amico di Cave ricercato dai fascisti», incominciò a raccontarmi con quella voce bassa allungando le vocali, forse con la erre arrotata e anche slittante. Le librerie di pino russo nella mansarda con i pavimenti di cotto ammaccati. I libri erano pochi, polverosi e abbandonati. Una casa spoglia, nuda, identica a lei. Si era trasferita lì dopo aver venduto a Campo de’ Fiori, con il Dario Bellezza piazzato in casa.
Parlavamo poco. Di letteratura l’essenziale. Aveva il letto nell’angolo della stanza grande. «Leggo senza luce», mi spiegava. Amava seguire le parole dentro una luminosità stentata, grigia, da vezzo di perle non indossato ma che le sarebbe stato da divina. Non amava piuttosto chi inforcava gli occhiali da sole tutto il giorno. Sentenziava: «Si vogliono nascondere». Delle poetesse che la corteggiavano e che le portavano umilmente i loro versi da leggere, diceva: «C’è un po’ di vento dentro». Era un modo elegante per dire che non l’attraevano quelle poesie. In gioventù aveva avuto un uomo sposato che quando stava per andarsene lei gli nascondeva i vestiti; lei che sapeva tre lingue dalla nascita, con il padre ucciso a Parigi dai fascisti francesi.
Pasolini la portò da Garzanti. Diceva che il poeta di Casarsa parlava pochissimo. Ne raccontava tratti con atteggiamento e voce grave. Da rispetto santo. Una sera dovevamo vederci per andare a cena, però quando arrivai la trovai coricata che stava male. Allora scesi e andai da un pizzicagnolo e comprai: olive, mozzarelle, mortadella, patatine, altri formaggi. Insomma, comprai tutto per divertirla, per farla ridere da uccello-donna. Le misi accanto decine di piatti di plastica con dentro a ognuno una robetta diversa. Ridendo e assaggiando le passò il “male”. Lei che era chirurga distratta o snob a mangiare. Per la frutta usava coltello e forchetta. Era caparbia. Sezionava la buccia della mela. Poi mollava stufandosi di scatto.
Un giorno mi chiamò per dirmi se volevo andare con lei e una sua amica poetessa in un paesino in Toscana dove un’altra sua amica le lasciava «una casa piiiiccollla» per qualche giorno. Partimmo col mio Maggiolino. La casa era una piccionaia. Tutta scolata di cacche di rondini. Amelia prese la stanzuccia in basso; io e la poetessa ci sistemammo al secondo piano che aveva anche il bagno. Passavamo quasi tutto il giorno a letto. Amelia leggeva; io facevo l’amore con la poetessa. Infine saliva e ci diceva: «Ma tuttoooo il giornooo…», intendendo i nostri accoppiamenti. E mentre si sedeva al bordo del letto con la giovane bianca in volto e sempre anemica, io facevo la doccia e sentivo che l’amata Amelia quando mi vedeva era contenta: aleggiava una sottile primitiva e purissima sensualità. La lucidissima vestale Rosselli tornava giovane. Eravamo tutti giovani. Della morte sapevamo, ma era così tanto lontana che ci faceva gioire.
Certi giorni lei era molto agitata. Farfugliava che la spiavano, che la torturavano… la sua corte romana rimaneva silenziosa, non interveniva. So questo. Invece lei aveva bisogno di chi la staccasse col corpo, con la forza, con il comando dalle sue ossessioni. E così facevo io. Come lei nascondeva i vestiti del suo amante, io le intimavo: «Non c’è nessuno, dobbiamo andare via!». A un tratto si calmava. I fantasmi svanivano.
Un giorno la cosa prese una brutta piega nella mia auto, allora d’istinto le gridai: «Se non la smetti, ti faccio scendere e ti lascio in mezzo alla strada!». Quando mi regalò uno dei suoi ultimi libri Garzanti curato da Giacinto Spagnoletti, che in disparte si lamentava che l’Amelia volesse lasciare parole già storte in inglese o che cosa e comunque intraducibili, per dedica vergò: «Ad Aurelio che è più pazzo di me!». Io stupido che non presto i libri mai a nessuno, anche perché non saprei a chi farlo, credo per una volta lo prestai alla ragazza che mi riordinava la biblioteca. Il libro di Amelia non l’ho visto più. Per me è un lutto.
Quando venne a Velletri mia ospite, mia madre le regalò uno scialle bianco fatto a mano, e la sistemai nel mio appartamentino con tavolato di larice, scale di legno, letto alla francese e macchinetta moka per il caffè. Ad Amelia poteva mancare tutto meno che il caffè. Al mattino mi raccontava, quando ci vedevamo, che si alzava presto e con lo scialle da sciantosa se ne andava in giro per i vicoli. Diceva: «Questa città è drammatica». Da lei ho imparato che lo era sul serio. Forse è per questo che ci vivo da esule volontario. La guerra aveva fatto tremila morti e i bombardieri angloamericani l’avevano praticamente rasa al suolo. Ancora oggi ha scheletri che ricordano il corpo martoriato. Da Amelia Rosselli ho imparato che le ferite della guerra su una città sono identiche alle ferite sui nostri corpi. Ci vuole una vita intera per rimarginare. Per i corpi ne basta una; per le città molte.
Per qualche anno Amelia non l’ho più sentita. Sapevo che faceva a cicli controllati le sue analisi in un laboratorio di proprietà di un poeta che un tempo era stato eroinomane; e poi niente. Seppi con ritardo che era morta. Pare che per diverse ore abbia saltellato e deambulato sul cordolo esterno del palazzo che guardava un cortile o chissà che. Infine Amelia ha staccato il volo da uccello “curioso” quale lei era. Certo curioso che ha preso a volare, perché quell’aggettivo lo usava spessissimo con grande mistero. Era sinonimo di molte cose. Anche della morte.
Le tue poesie le ho dimenticate. Le poesie degli amici si dimenticano sempre.
Le poesie degli amici vanno dimenticate.
Gli amici come te, del resto, sono nati nel 1930: la data che porto ricamata sulla camicia di lino bianca.
La nascita tua e di mio padre. Ora avresti riso con fragore spruzzando saliva dalle labbra.
Bella d’ossa e di capelli neri. Identici a quelli di mia Madre.