il venerdì, 21 marzo 2025
Chi era il “vero” Maigret? Risponde un altro poliziotto
L’ appuntamento non è nella brasserie di Maigret, se non altro perché a Place Dauphine un posto chiamato Brasserie Dauphine non c’è mai stato. Fu un’invenzione di Simenon. Con Charles Diaz ci ritroviamo però in un fac-simile di quel locale immaginario, un caffè a due passi dal civico 36 di Quai des Orfèvres, storica ma ancor più leggendaria sede della polizia giudiziaria parigina sul Lungosenna: praticamente la seconda abitazione del commissario Jules Maigret.
Anche se non gli è stata dedicata una casa-museo come hanno fatto a Londra con Sherlock Holmes, l’eroe simenoniano ha conosciuto un destino affine a quello del detective di Conan Doyle: c’è chi crede che sia realmente esistito. «Adesso succede più di rado, ma per decenni, avvicinandosi all’ingresso del 36, turisti e curiosi chiedevano ai piantoni: “Scusi, qual è la finestra dell’ufficio di Maigret?”» racconta Diaz. Commissario in pensione, ha indagato sul personaggio come pochi, riversando i frutti delle sue inchieste in un libro che gli appassionati già considerano imprescindibile: Le 36 au temps de Maigret (edizioni Mareuil, 2024). In 260 pagine l’autore scioglie enigmi ed equivoci cui hanno dato luogo l’opera del Simenon giallista, la sua scrittura presuntamente realistica, che in effetti è ars incantatoria, sapiente illusionismo, stregoneria letteraria.
Come tutti i grandi romanzieri, “Sim” se ne infischia della realtà: vuole raggiungere il “vero”. E riesce a fare di Maigret una figura vivente con un geniale dosaggio di credibilità e artificio. La riuscita di quel lavoro stilistico non fu immediata, ma progressiva. Nel libro, Diaz mostra come tra il debutto, nel 1931, e la sua ultima inchiesta, datata 1972, il protagonista di 75 romanzi e 28 racconti si evolva nel senso di una sempre maggiore, seppur relativa, verosimiglianza.«Via via, il profilo umano di Maigret si precisa, acquista spessore, diventa quasi palpabile. Ma le trame, i metodi investigativi restano romanzeschi. Durante un’indagine lui non prende mai un appunto, ricorda tutto a memoria. Non ricorre alle perquisizioni. In servizio si concede troppi cicchetti: birra, vino, liquori. Utilizza gli ispettori, ma risolve i casi da solo. La presenza al suo fianco del dottor Moers, l’esperto della scientifica, è occasionale e alquanto allegorica: il commissario diffida degli strumenti della scienza, che oggi sono decisivi. Conta unicamente sul proprio fiuto, su intuizioni alla tenente Colombo che gli permettono di individuare i colpevoli nel giro di pochissimi giorni. Maigret è una spugna sensoriale: ruminando in silenzio, assorbe odori, colori, rumori degli ambienti nei quali è avvenuto un delitto e che ne nascondono il responsabile. Gli ambienti sono cruciali. In Il corpo senza testa il commissario avverte subito che il bandolo della matassa si trova in un certo bistrot. E ovviamente ci azzecca».
Da cronista Simenon aveva bazzicato parecchio in commissariati e tribunali, aveva assistito ad arresti, interrogatori, processi…
«Certamente, ma un bel giorno il celebre commissario Xavier Guichard se lo prese sottobraccio e gli disse: “I suoi romanzi mi piacciono molto, però sono pieni di errori tecnici”. E gli spiegò quattro o cinque cosette».
Con Marcel Guillaume e Georges Massu, Guichard è uno dei tre poliziotti chiave per ricostruire le veridiche fonti d’ispirazione del personaggio Maigret. Proviamo a tracciare i loro identikit.
«Caso quasi unico nella storia, Xavier Guichard fu il patron, il grande capo della polizia giudiziaria – che all’epoca si chiamava Sûreté – per due volte, a metà degli anni Dieci e poi nei Trenta. Si era fatto un nome sgominando la Banda Bonnot. Era un tipo carismatico. Credo che Simenon vedesse in lui una sorta di figura paterna».
Mentre Guillaume?
«Andò in pensione nel ’37, dopo essersi occupato di casi celebri: il serial killer Landru, il gioielliere assassino Charles Mestorino, l’avvelenatrice Violette Nozière… Grande conoscitore della mala parigina, era dotato anche lui di una forte personalità. Con Maigret condivide la memoria elefantiaca, l’empatia, la capacità di radiografare le persone ma pure di ascoltarle. In più, era un fine giurista. A differenza del commissario di Simenon, che i codici li mastica poco…».
Dopotutto “Sim” nutriva un’esplicita avversione nei confronti della macchina giudiziaria. Il romanzo Maigret in Corte d’Assise è una dura requisitoria contro quell’ingranaggio.
«Lo considerava un tritacarne. Riteneva che le aule dei tribunali fossero luoghi kafkiani dove si parla un gergo incomprensibile all’uomo comune e non ci si mette mai nei suoi panni. Il poliziotto è invece l’ultima persona con cui un accusato può avere un dialogo umano. Del resto il “Non giudicare” è un refrain che attraversa non soltanto i Maigret, ma l’intera opera di Simenon».
Veniamo a Georges Massu.
«Fu senz’altro il commissario con cui lo scrittore ebbe i rapporti più stretti. Massu veniva dal popolo, sua madre faceva la fruttivendola ambulante. Era un tipo sanguigno, un po’ spaccone, dalla gran parlantina. In polizia mise a profitto quanto aveva appreso per le strade dov’era cresciuto e che conosceva a menadito, come l’argot parigino».
Alla fine dell’ultima guerra, però, ebbe guai con la giustizia.
«Durante la Liberazione lo accusarono di eccessiva collaborazione con gli occupanti tedeschi, e di aver contribuito alle deportazioni. La seconda accusa si rivelò del tutto infondata. Comunque Massu era stato di simpatie vichyste e l’antisemitismo non gli era sconosciuto».
Come a Simenon.
«Esattamente. Le accuse del dopoguerra stroncarono la carriera di Massu. Venne declassato a commissario di quartiere. Pubblicò alcuni libri di memorie, ma molto noiosi. Non era tagliato per la scrittura».
Lui e gli altri praticavano un genere di interrogatorio che ritroviamo nei romanzi di Maigret. Il cosiddetto interrogatoire à la chansonnette, “alla canzonetta”. In cosa consisteva?
«Nel mettere il sospettato a proprio agio. Gli si offre un caffè, un panino. Gli si ripetono le domande come il ritornello di una soave canzonetta da balera. L’obiettivo è farlo confessare con calma, senza strapazzarlo, senza trattarlo come un criminale, prima che arrivi un avvocato difensore. Siccome in genere il tizio agli arresti comincia col mentire, gli si dice: “Guarda che una storia così il giudice non se la beve e finisci dritto in gattabuia”. A fuoco lento, l’interrogato inizia allora a cambiare versione. E piano piano si avvicina a quella vera».
Simenon visitò a più riprese il 36 di Quai des Orfèvres (tradotto: Riva degli orefici). Gli conferirono perfino un tesserino onorario della polizia. In fondo, con il suo commissario aveva reso all’istituzione un servigio promozionale mica da poco.
«Altroché. Prima di Maigret gli eroi dei gialli francesi erano detective privati o giornalisti. I poliziotti godevano di pessima reputazione. Venivano rappresentati come soggetti incompetenti e insopportabili».
Il suo libro contiene una chicca, una specie di guida per spiegare ai profani chi sono i poliziotti parigini. Venne data alle stampe nel 1931 e lei la ripubblica integralmente.
«Fu realizzata per volontà del commissario Guichard. Nell’opuscolo si rispondeva a domande tipo: “Perché la Buoncostume si chiama così?”, “Come ci si deve vestire durante un’indagine?”, “Come si effettua un pedinamento senza farsi scoprire?”. La brochure fu d’aiuto allo stesso Simenon, che vi fa riferimento in La prima inchiesta di Maigret, del 1949»
I veri investigatori da cui lo scrittore trasse ispirazione avevano risolto intrighi che sarebbero entrati nella storia francese, non solo quella criminale: trame politiche, finanziarie… Invece nei Maigret la Storia con la esse maiuscola è totalmente assente.
«Non c’è. Al suo personaggio il romanziere affida casi che non sarebbero di competenza di un maxi-commissario. Piccole storie di infedeltà coniugali, eredità, rancori familiari. Vicende che potrebbero essere ambientate in ogni luogo e in ogni tempo. A Simenon interessavano proprio per questo, per la loro universalità. Con la sua scrittura asciutta, lui diceva di voler ritrarre “l’uomo nudo”, l’essere umano nella sua dimensione più profonda, al di là delle maschere sociali».
Se dovesse redigere un rapporto conclusivo della sua inchiesta che cosa scriverebbe? Chi è alla fine il vero archetipo di Maigret?
«Direi Simenon stesso. E non perché siano entrambi dei grandi fumatori di pipa, ma perché sono animati dalla stessa passione e dalla stessa indulgenza nei confronti dell’umano, dei suoi drammi, delle sue follie, dei suoi limiti».
Però Maigret è anche un alter ego rassicurante dell’inquieto Simenon. Per esempio è un indefettibile monogamo, mentre lo scrittore era un sessuomane compulsivo…
«Vero. Nel libro ricordo un episodio divertente a riguardo. In un’intervista televisiva, il famoso giornalista letterario Bernard Pivot se ne uscì con una domanda che lasciò il romanziere spiazzato: “Maigret ha mai tradito la moglie?”. E Simenon, evasivo: “Forse. Chissà. Non posso dirlo. Tanti uomini tradiscono le mogli, ma non ne parlano”».
Parliamo invece di lei. Com’è nato il suo culto per Maigret?
«A 14 anni. In casa mia non c’erano libri. Nella biblioteca del liceo trovai Maigret e l’omicida di rue Popincourt. Fu un colpo di fulmine. All’improvviso volevo fare il poliziotto. Mi è andata bene. Ho passato il concorso. A 23 anni ero il più giovane ispettore del Quai des Orfèvres. Poi sono diventato commissario. In polizia ho trascorso 45 anni».
Occupandosi anche di casi importanti?
«Qualcuno. L’omicidio di René Gorlin, che era il regista dell’attore Coluche, l’attentato antiebraico della Rue des Rosiers, la sparatoria dell’Avenue Trudaine per mano del gruppo estremista Action Directe…».
Anche ad altri suoi colleghi la lettura di Simenon ha fatto scoprire una vocazione poliziesca?
«Fino alla mia generazione ne ha convertiti un bel po’! Oggi dubito che tra i giovani faccia lo stesso effetto».
Dal Montalbano di Camilleri ai giallisti scandinavi, Maigret è diventato un modello letterario. Ma con la sua patina vintage…
«È l’idealizzazione di un poliziotto d’altri tempi. Mantiene sempre il self control. Non vomita alla vista di un cadavere, non mena. In un’unica occasione lo vediamo mollare una sberla a una ragazza bugiarda, ma come se fosse sua figlia, quella figlia che lui e la moglie non sono riusciti ad avere. Nei gialli di adesso dominano gli investigatori violenti, depressi, alcolizzati. Se non hanno un figlio drogato o una figlia che si prostituisce, nei romanzi non li lasciano entrare».
Mentre nel “tempio” di Quai des Orfèvres si può entrare? È visitabile?
«No. Anche perché è in ristrutturazione. Non è più la centrale della polizia, che è stata trasferita in un moderno complesso del 17esimo arrondissement. In pratica al 36 restano soltanto gli agenti della Bri, Brigade de Recherche et d’Intervention, l’antiterrorismo. Però ci stiamo attivando affinché il Quai possa ospitare il Museo della polizia. Attualmente si trova nel locali del commissariato del Quinto arrondissement. Ma gli vanno decisamente stretti».