il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2025
Garlasco, 18 anni di mistero che non contempla vuoti
Dunque si ricomincia con il nero racconto del delitto di Garlasco – un colpevole in carcere, un testimone mai preso sul serio, un sospettato non abbastanza indagato, il pasticcio delle indagini, gli indizi mai diventati prove – nonostante la piena luce di quel 13 agosto 2007.
Il fermo immagine è ancora laggiù, nel punto più oscuro della storia, dietro le persiane verdi della villetta, dopo il corridoio e la porta a soffietto, dove si srotola la scala che scende in cantina, Chiara Poggi a testa in giù, raggomitolata su stessa, il pigiama imbrattato di sangue. Lei riflessa per sempre in quella foto di ragazza, più giovane dei suoi 26 anni, gli occhi tondi, il sorriso morbido, il viso liscio di una vita in fiore, senza nessuna premonizione, se non quel vuoto estivo intorno, i genitori e il fratellino in vacanza, il caldo soffocante di pianura lombarda, il computer non ancora acceso, ci sarà tempo.
Il tempo diventa la trappola per Alberto Stasi, 24 anni, il fidanzato, che quel giorno incide il suo destino, va da Chiara che ha il telefono staccato, non risponde da ore, citofona, scavalca il cancello, trova la porta aperta, entra, vede le chiazze di sangue sul pavimento, vede là in fondo Chiara e fa quel che nessuno si aspetta, esce dalla casa, e alle 13:50 in punto telefona al 118, dice: “Mandate un’ambulanza, credo abbiano ucciso una persona”. Chi? “La mia fidanzata”.
Al telefono non grida, non piange. Non dice: è caduta dalle scale, una disgrazia, aiuto! E invece di precipitarsi sul corpo della vittima, toccarlo, scuoterlo, abbracciarlo, attendere i soccorsi, corre dai carabinieri che stanno a 600 metri dalla villetta. E poi perché dice “credo abbiano ucciso una persona” se l’ha guardata solo da lontano, rivelando di conoscere quel che al primo sguardo non poteva sapere?
La sequenza a seguire è registrata nelle carte giudiziarie. Diciassette ore di interrogatorio, quel giorno. I flash dei fotografi quando la porta della caserma si spalanca, “Sono innocente”, dice, mentre la prosa dei cronisti è già inchiostro che condanna: “Ecco il Biondino!”, “Ha gli occhi di ghiaccio”, “Ha la voce imperturbabile”, “Nulla sembra scalfirlo”, “È un solitario”, “Un animale a sangue freddo”.
È per tutti “Alberto, l’enigma”. Ai carabinieri risponde l’indispensabile. Ai processi rifiuta gli interrogatori. E quando tocca alle sue dichiarazioni spontanee, declina: “Non ho nulla da aggiungere”, come se la cosa lo riguardasse appena, in transito da Marte, destinazione un buon lavoro con la super laurea della Bocconi in tasca.
Le indagini girano a vuoto, Stasi viene arrestato a settembre, ma dopo quattro giorni scarcerato. Nella casa di Chiara trovano l’impronta del suo anulare destro sul dispenser del sapone in bagno. Ma sulle scarpe neanche una goccia di sangue. Le ha pulite, le ha cambiate? Per provarlo servirebbe sapere l’ora della morte di Chiara, da confrontare con il computer di Stasi che quella mattina stava usando per scrivere la tesi. Per un anno il delitto è collocato tra le 10:30 e le 11:30. Nel 2009 una nuova perizia dimostra che è stata uccisa tra le 9:12 e le 9:36, dunque sono da ricalcolare anche gli spostamenti di Stasi che allora sì, potrebbe essere andato da Chiara e tornato a casa in bicicletta per cambiarsi le scarpe, pulire i pedali, anche se non del tutto, perché all’ennesima perizia si troverà del Dna di Chiara che per l’accusa è sangue, per la difesa sudore.
E il movente di tanta crudeltà, le ferite sul corpo, lo squarcio sulla testa?
Gli spalti della cronaca dividono gli innocentisti dai colpevolisti. Erano una coppia tranquilla, niente litigi, nessun contrasto, i genitori di lei che dicono “Alberto è un ragazzo splendido”. Gli amici, lo stesso. Possibile immaginarlo armato di un ferro, divorato da così tanta violenza?
La sorpresa salta fuori dal suo computer: una cartellina intitolata “Militari” che contiene 7 mila fotografie pornografiche. Un po’ troppe, per essere l’angelo freddo che sembra. Ma il peggio arriva in fondo alla raccolta: 29 foto porno di bambini e bambine: un reato talmente odioso che finisce per trasformarsi in un altro indizio. È quello il suo segreto? È quello il suo doppio fondo? E se Chiara lo avesse scoperto? Se avesse minacciato di lasciarlo e denunciarlo, basterebbe a farne un movente?
Il processo di primo grado, anno 2009, mette in fila gli indizi. Non bastano: la corte lo assolve. Il processo di Appello, anno 2011, identica sentenza. Nel 2013, la Cassazione annulla tutto, ordina nuove perizie, si ricomincia. A dicembre 2015, l’esito si ribalta ancora: sentenza definitiva di condanna, 16 anni di carcere, movente il raptus, ma senza l’aggravante della crudeltà. Scontenti tutti. La difesa chiede revisioni. Indica un nuovo sospettato, Andrea Sempio, 19 anni all’epoca, l’amico del fratello di Chiara. Una nuova perizia ha repertato tracce del suo Dna sulle unghie della vittima. Lo indagano per tre mesi. Il Dna non è sufficiente. In quanto alla mattina del delitto ha un alibi, era a Vigevano a cercare un libro. Il 13 di agosto? Strano, ma possibile. Naturalmente la libreria è chiusa, in compenso ha conservato lo scontrino del parcheggio, eccolo. Strano, ma possibile anche questo. Nel frattempo saltano fuori un paio di altri testimoni, il più misterioso è un idraulico. Ai carabinieri racconta che la mattina del delitto, nella via di Chiara, ha visto una tipa in bicicletta che teneva sul manubrio un ferro da camino con una grossa pigna sul manico. La tipa è bionda e assomiglia a una delle cugine di Chiara. Un’ora dopo la firma del verbale, ritratta, dichiara: “Mi sono inventato tutto, sono uno stupido”. Gli investigatori invece di prenderlo per le orecchie, lo archiviano. E le foto pedopornografiche? Vanno in archivio anche loro, forse Stasi le ha scaricate per errore. E per errore sono diventate la traccia di un movente.
Ma siccome nel giallo di Garlasco il vuoto non esiste, la Procura di Vigevano ha appena riaperto le indagini su Sempio: i nuovi software possono esaminare il Dna che nel 2017 non bastava. Il sequel tv che ricomincia compie 18 anni e Alberto Stasi 41. Di giorno esce dal carcere di Bollate per lavorare da contabile e fra 6 mesi uscirà in libertà vigilata. La vita è andata avanti per tutti. Solo Chiara Poggi si è fermata laggiù in pigiama, quando alle 9:12 ha staccato l’allarme per aprire la porta di casa a una persona di cui si fidava. Non ha lottato. Non ha gridato. L’ufficio reperti nel 2022 ha smaltito il suo pigiama nell’inceneritore. Era un caso risolto. O no?