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 2025  marzo 18 Martedì calendario

Tripoli, è caccia al "nero". Arresti indiscriminati e case incendiate

A Tripoli i profughi subsahariani vivono da giorni nel terrore. È tornata la caccia al nero scatenata da milizie e polizia, con retate e arresti di “africani” e roghi delle povere case sovraffollate in affitto nei rioni periferici.
È la dura risposta del primo ministro Abdul Hamid Dbeibah alle voci false circolanti sui social media di una ipotetica intesa con l’Organizzazione internazionale delle migrazioni per ricollocare gli irregolari nel Paese e preparare una sostituzione etnica. Un clima razzista che ricorda quello della Tunisia da un paio di anni.
Venerdì 14 marzo l’ambasciata sudanese a Tripoli ha annunciato i raid esortando i concittadini in Libia, che con circa 75mila persone costituiscono la comunità di profughi più numerosa a causa della guerra civile scoppiata nel 2023, a evitare gli assembramenti e a ridurre al minimo gli spostamenti in vista “di un’operazione di sicurezza” contro i migranti illegali. La sera stessa è scattato il blitz.
«L’allarme è arrivato tramite social in Europa e negli Usa – conferma Abhram Tesfay, attivista eritreo che vive a Bologna – ed arrivato nei paesi dove vive la diaspora africana».
gli arresti violenti, le irruzioni e gli sgomberi. Siamo riusciti a raggiungere al telefono un testimone diretto. È Solomun, rifugiato eritreo bloccato da anni nella capitale libica.
«I blitz sono scattati a Zunzor e Suq’alehad, dove vive la maggior parte dei rifugiati. La polizia ha improvvisamente iniziato ad arrestare molti di noi. Diverse persone sono riuscite a fuggire, ma lo sgombero dei rifugiati continua e, come sempre, viene chiesto loro di pagare del denaro per il rilascio».
Il governo libico giustifica gli arresti sostenendo che tutti i rifugiati sono privi di documenti.
«In realtà eritrei, etiopi e sudanesi e somali - aggiunge Solomun – sono registrati presso l’Unhcr. Solo gli eritrei sono circa 10 mila, un decimo dei rifugiati registrati nella capitale».
Ma preoccupa il futuro. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha espresso preoccupazione per il crescente uso di discorsi di incitamento all’odio contro rifugiati e migranti nel paese, avvertendo che la disinformazione dei media sta alimentando le tensioni, la paura e l’ostilità.
«Credo che la popolazione libica non capisca perché viviamo fuori dal nostro Paese – commenta il rifugiato – ho sentito molte persone dire che alla fine del Ramadan si opporranno ai rifugiati. C’è la possibilità che ci picchino o addirittura ci uccidano. Abbiamo urgentemente bisogno di aiuto prima che il digiuno finisca. Anche la polizia ci sta dando la caccia. Siamo registrati presso l’Unhcr, ma non ci chiedono se abbiamo i documenti. Viviamo chiusi in casa nel terrore».
Intanto il governo di Tripoli ha criticato le milizie di Khalifa Haftar, capo del governo della Cirenaica, l’altra metà della Libia, per l’incapacità di proteggere i confini meridionali del Paese e di facilitare il flusso di migranti in Libia per poi lucrarci con i trafficanti. In una riunione con alti funzionari governativi il premier Dbeibah ha invitato l’esercito a prepararsi a intervenire e a proteggere le frontiere e ha chiesto al solito all’Ue altri mezzi per vigilare. E come il leader tunisino Saied, ha dichiarato solennemente che non farà il poliziotto per conto dell’Ue, ma intanto si prepara a incassare gli euro per inscenare altre cacce all’uomo che rassicurino libici ed europei.