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 2025  marzo 19 Mercoledì calendario

Narcos capitale

La periferia di Roma come Bogotà. Due interi quartieri di Roma circondati, Tor Bella Monaca e Quarticciolo, più di trecento militari impiegati, elicotteri in volo, cani sguinzagliati ovunque alla ricerca di droga e di armi. Gli abitanti del quadrante Est della Capitale all’alba di ieri si sono svegliati così, con il maxi blitz, condotto dal Nucleo investigativo dei carabinieri di via In Selci, coordinati da un pool d’eccezione di magistrati della Dda della procura di Roma; una retata che segna un punto di svolta non solo nel contrasto al narcotraffico, ma anche nella comprensione dei meccanismi che regolano lo scacchiere della criminalità romana.
Quella che finalmente emerge con nettezza in quest’indagine denominata Cacher è una struttura (altro che batterie sparse!) radicata, pericolosa e verticistica guidata da narcos spietati che hanno imposto a Roma una sorta di monopolio nel mercato della droga, terrorizzando con tentati omicidi, sequestri e violenze chi si opponeva alle loro regole e proteggendo chi invece più prudentemente abbassava le orecchie e si poneva sotto la loro ala. Una novità importante per una città che secondo quel che narra la leggenda non vuole capi, insofferente com’è a chi si sente «er più», a chiunque cioè voglia ergersi al di sopra degli altri.
Ma in realtà quella della città senza capi è una favolaccia, che funziona bene al cinema e male per strada, dove accadono fatti che raccontano tutta un’altra storia. «È una persona di carattere che non c’ha bisogno di nessuno, è uno pericoloso che ti spara in faccia», dice Fabrizio Capogna, grossista della droga e da qualche mese collaboratore di giustizia. «Lo chiamano l’innominabile dotto’… C’hanno paura tutti... e pure ’sti ragazzetti crescono tutti con il nome di Peppe Molisso e Bennato e ’sta cosa si rafforza. Molisso è diventato il Michele Senese di dieci anni fa», dichiara Simone Capogna, fratello di Fabrizio, entrambi pentiti per salvarsi la pelle. Del resto, Peppe Molisso e Leandro Bennato, alias Barba e Bio, avevano proposto a Fabrizio Capogna, detto lo Squalo, di rifornirsi di cocaina da loro e lui aveva rifiutato, perché i loro prezzi erano decisamente più alti degli altri. Per tutta risposta Barba e Bio gli avevano teso un agguato, assieme ai loro soci albanesi (Altin Sinomati e Renato Muska, oggi latitanti), per rubargli 10 kg di cocaina con tanto di Ak-47, un fucile d’assalto, puntato in faccia, così, per evitare ulteriori fraintendimenti e sveltire la pratica. «Guarda non ce l’abbiamo con te» – gli avevano pure detto» – «ma ce l’abbiamo con chi te dà la roba».
Arrivati a quel punto, c’era ben poco da fare, la clessidra per i fratelli Capogna, figure di un certo spessore a Tor Bella Monaca, era stata girata, tanto valeva collaborare con i magistrati e salvarsi. Sì, perché Molisso e Bennato non sono due qualunque. Sono due che comandano, il primo ancora più del secondo, e che da anni inondano Roma di droga e di terrore. Entrambi sono reclusi da più di due anni, ma questo non costituisce certo un ostacolo ai loro affari e all’esercizio della loro egemonia. Almeno finora.
Per la prima volta oggi, attraverso le attività di indagine dei carabinieri, le intercettazioni e le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia (un fatto insolito per una città solitamente molto «silenziosa») si ricostruisce la rete dei sodali di Peppe Molisso e di Leandro Bennato, entrambi pezzi da novanta di un cartello al cui vertice resta saldamente lui, Michele Senese, detto ‘o Pazzo, al quale tutti, compresi i colonnelli devono da sempre e per sempre una parte di profitto. «Michele è Michele, è il Colosseo a Roma», dice Andrea Ronelli, un pentito.
La droga però dove passa impregna le strade di sangue. Non a caso il cerchio più stretto degli uomini di Molisso e Bennato risulta coinvolto negli omicidi e nei tentati omicidi più importanti avvenuti a Roma (e non solo) negli ultimi anni. Tra gli uomini più fidati del sodalizio di Barba e Bio figura innanzitutto Raul Esteban Calderon, l’argentino accusato di essere il killer sia di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, che di Selavdi Shehaj, detto Passerotto a Torvajanica e del tentato omicidio dei fratelli Costantino, responsabili di un diverbio con il nipote di Molisso. Uno dei due si è salvato solo perché ha spostato la testa, sentendo le urla dell’altro fratello e la pallottola gli ha lisciato la mandibola. È andata meno bene a Diabolik, il capo ultrà della Lazio, freddato dal solito Calderon con un colpo a due centimetri dalla nuca il 7 agosto del 2019. Molisso, Bennato e Alessandro Capriotti, detto Er Miliardero, sono indagati come mandanti del suo omicidio.
Del resto, Piscitelli era considerato una testa calda e un megalomane, pensava di poter fare il cane sciolto, di poter decidere alleanze e di avere la forza per allargarsi su territori dove c’era già chi dava le carte, come a Tor Bella Monaca. In qualche modo, quest’inchiesta potrebbe fornire in tal senso un’ulteriore chiave di lettura del perché Diablo dovesse morire. Era un intralcio alle mire espansionistiche dei suoi alleati? Molisso, partito dal Tuscolano, anzi da una zona denominata Giardinetti, da anni perseguiva il sogno di unificare tutte le piazze di spaccio presenti a Tor Bella. Perché fosse così importante possedere le chiavi di questa parte disgraziata di Roma, dove gli abitanti vivono in casermoni indicati con una lettera e un numero, R4, R5, R8, è facile da comprendere. Tor Bella è un pozzo d’oro. Si tenga presente che per estensione è cinque volte le Vele di Scampia e che oggi rappresenta il mercato più importante della droga in Italia. Una sola piazza del quartiere può arrivare a produrre fino a 30 mila euro di profitti al giorno. Al giorno! E Barba le piazze le voleva tutte. «Ora si è messo in mezzo Peppe, ora sistema tutto...» – dice un soggetto coinvolto, Simone Ciotoli, in un’intercettazione del 2018 – Peppe sta facendo una bella cosa, ti dico la verità», «Tipo?» – gli chiede il suo interlocutore – «vuole riunire tutte le piazze, riunisce tutto e nessuno discute, la roba la pigliano da loro, capito?», gli spiega l’altro.
La sua è stata una scalata incredibile, partita di certo anni prima, ma che dopo la morte di Diabolik – stando ai racconti dei collaboratori di giustizia – aveva avuto una significativa accelerata. «Vende a prezzi anche superiori rispetto ad altri, ma tutti acquistano da lui perché a richiesta risolve problemi ed è temuto quale persona particolarmente violenta», mette a verbale Fabrizio Capogna. Molisso, affiancato dai suoi, è riuscito ad imporre a Tor bella (come altrove) la fornitura di cocaina a prezzi più elevati della media, pretendendone ovviamente una percentuale sui ricavi; in cambio però Barba garantiva la protezione ai diversi capi piazza (di cui però decideva il mantenimento ai vertici o la sostituzione) e soprattutto era in grado di assicurare interventi violenti e tempestivi ogni qualvolta ci si rivolgesse a lui per dirimere una qualsiasi controversia. In un’occasione addirittura si era rivolto a tal Spadino per chiedergli di recuperare una bomba a mano: «Ma che c’hai una bomba a mano?… Me fai sape’ che me serve».
Una volta entrato in società con Leandro Bennato, Bio, le mire espansionistiche si erano raddoppiate, i due iniziarono a rifornire insieme anche tutte le zone di competenza di quest’ultimo: Boccea, Casalotti, Primavalle, Palmarola, Montespaccato, Tore Vecchia, dando vita ad un impero della droga mai visto prima a Roma. E Diabolik non faceva certo parte «della cartolina», pur appartenendo anche lui a Michele Senese. Il collaboratore Andrea Ronelli 20 giorni dopo l’omicidio di Piscitelli aveva dichiarato: «Secondo me, attualmente il potere più forte che ci sta a Roma, più forte di tutti quanti, sono questi qua di Giardinetti e Tuscolana e tra un po’ di anni ne sentiremo delle belle. Già si sta cominciando a vedere. Quando mai è successo qualche omicidio?». Il processo ai mandanti di quel delitto deve ancora aprirsi, ma forse le cose, almeno per strada, erano già abbastanza chiare da subito. Quest’inchiesta è un colpo durissimo all’esercito di fiancheggiatori a disposizione di Peppe Molisso e Leandro Bennato e come si sa quando le truppe si sparpagliano e i capi sono quasi tutti in galera, è più difficile restare fedeli (o in silenzio) al «clan». Se questo dovesse accadere, gli equilibri a Roma presto potrebbero cambiare. Ma questo si capirà meglio nei mesi a venire.