repubblica.it, 18 marzo 2025
L’ira dei familiari degli ostaggi: “Netanyahu usa le nostre vite”
La voce di Udi Goren è cupa. L’incubo che per più di cinquanta giorni ha tormentato i sonni delle famiglie degli ostaggi israeliani ancora a Gaza si è materializzato nella notte, quando i raid ordinati dal governo Netanyahu hanno fatto centinaia di morti riaprendo di fatto il conflitto. “Abbiamo ostaggi ancora in vita che rischiano di morire, sono in grave pericolo. E ci sono i civili di Gaza che soffriranno ancora con il ritorno alla guerra. Una decisione pessima, che avrà impatto su tutta la regione”, dice Goren. Suo cugino, Tal Haimi, era un soldato della squadra di allerta del kibbutz Nir Yitzhak. Fu rapito il 7 ottobre. La moglie Ella era incinta il giorno del massacro. Due mesi dopo ha ricevuto la notizia che era stata ucciso, sette mesi dopo ha partorito il loro quarto figlio, ma il corpo di Hiami non è mai stato restituito. Nella Striscia ci sono ancora 59 ostaggi, i servizi di sicurezza stimano che 24 di loro siano ancora vivi.
“È il momento che la comunità internazionale si faccia sentire, Israele e Hamas devono chiudersi in una stanza e uscirne solo quando ci sarà la fumata bianca ovvero quando avranno un accordo per riportare tutti i rapiti a casa, tutti, e porre fine alle ostilità. Bisogna mettere fine a questa catastrofe”, dice Goren. Da settimane le famiglie degli ostaggi premevano sul premier Netanyahu perché non facesse saltare le trattative. I raid della notte hanno stracciato ogni speranza e questa mattina seguendo l’appello dei familiari centinaia di israeliani si sono messi in marcia per raggiungere Gerusalemme e protestare contro la decisione “di riprendere le operazioni militari, che mette a rischio 59 ostaggi”.
Al raduno davanti alla Knesset, il Parlamento israeliano, una ragazza mostra cartelli con le foto di alcuni ostaggi, tra loro c’è anche Inbar Hayman, assassinato e ancora nella Striscia, con la scritta: “Non lasciarmi a Gaza”. L’appello è a unirsi alla manifestazione. “Non c’è niente di più urgente di questo! Con ogni giorno che passa, il pericolo per gli ostaggi aumenta. La pressione militare potrebbe mettere ulteriormente a repentaglio le loro vite e complicare gli sforzi per riportarli a casa sani e salvi”.
Intorno alle 14, al corteo nella zona di Gerusalemme si è unito anche Yair Golan, il leader del partito democratico che ha ridato nuovo slancio alla sinistra israeliana. Golan è considerato un eroe del 7 ottobre: quel giorno imbracciò le armi e si diresse verso il luogo del Nova festival riuscendo a portare in salvo una decina di ragazzi prima ancora che arrivassero i rinforzi dell’esercito. Una settimana fa, Golan aveva attaccato duramente Netanyahu la cui intenzione di riprendere la guerra era ormai chiara da settimane. Le truppe sul campo e gli ostaggi prigionieri di Hamas “sono solo carte nel suo gioco di sopravvivenza”, aveva scritto. “Netanyahu sta usando le vite dei nostri cittadini e soldati perché trema di paura di noi: la protesta pubblica contro il licenziamento del capo dello Shin Bet”, la cui agenzia sta indagando sui presunti legami tra i principali collaboratori di Netanyahu e il Qatar. Gli israeliani “non devono lasciare che la follia vinca” e invece protestare per salvare lo Stato di Israele “dalle mani di quest’uomo corrotto e pericoloso”.
Gershon Baskin, che nel 2011 fu tra i negoziatori per il rilascio del soldato Gilad Shalit, dice che “Netanyahu non ha mai avuto intenzione di entrare nella fase due del cessate il fuoco perché non ha mai avuto intenzione di porre fine alla guerra a Gaza”. La continuazione della guerra “gli consente la sopravvivenza politica contro la volontà della maggioranza degli israeliani”. Il governo israeliano di fatto non ha mai davvero avviato i negoziati per la fase due dell’accordo, che prevedeva il ritiro dell’esercito dalla Striscia, compreso dal corridoio Philadelphi, strategico per il controllo del contrabbando di armi. Era la condizione posta dall’estrema destra per garantire i voti a Netanyahu: riprendere il conflitto. E infatti questa mattina il partito di Ben Gvir ha comunicato che rientrerà nell’esecutivo. Resta da vedere come reagirà l’amministrazione Trump, che ha promesso di riportare a casa tutti gli ostaggi.