la Repubblica, 18 marzo 2025
Intervista a Gugu Mbatha-Raw
Quarantuno anni, nata a Oxford, mamma infermiera inglese, papà medico sudafricano sfuggito all’apartheid, Gugu Mbatha-Raw è cresciuta tra lezioni di balletto e di recitazione. A 18 anni era a Londra per studiare alla Royal Academy of Dramatic Art, ha alternato il teatro scespiriano (era Ofelia nell’Amleto con Jude Law) e serie tv come Doctor Who.
Del periodo hollywoodiano si ricordano La ragazza del dipinto, storia di una vera aristocratica di etnia mista nell’Inghilterra del Settecento, la leggiadra Spolverina di La bella e la bestia, era accanto a Edward Norton in Motherless Brooklyn.
Nel 2022 ha debuttato come protagonista e produttrice della serie thriller psicologico Surface, firmata dalla showrunner Veronica West (Ugly Betty, High fidelity), in cui interpreta Sophie, giovane donna, bellissima, intelligente, sposata a un uomo d’affari di successo. Caduta dal ponte di un traghetto nella Baia di San Francisco una volta soccorsa le riscontrano un trauma cranico che le ha danneggiato la memoria a lungo termine, Sophie non sa più chi era e cosa le è successo prima di quel salto. Come un giallo in cui lei è allo stesso tempo il detective e il caso Sophie si imbarca in una ricerca sul suo passato. La seconda stagione, attualmente su Apple tv+ (nuovi episodi in uscita ogni settimana fino all’11 aprile), la trasporta in Inghilterra.
Qual è la maggiore novità?
"La storia si sposta a Londra. Alla fine della prima stagione abbiamo visto Sophie lasciare il marito James, lasciare San Francisco e scomparire, fondamentalmente. A Londra è sotto copertura, in incognito. È in missione per scoprire il suo passato, sta indagando sulla sua vita e cercando di infiltrarsi in questa famiglia aristocratica, gli Huntleys. La prima stagione è stata il suo viaggio interiore per mettere insieme la sua vita dopo la perdita di memoria. La seconda stagione è più una presa di coscienza alla ricerca della verità sulla sua famiglia e in particolare su sua madre. Quindi sicuramente c’è ancora l’elemento del thriller, un po’ meno analisi interiore e un po’ più di azione”.
Di recente è tornata a vivere in Inghilterra, in campagna, dopo anni vissuti a Hollywood.
"È stato un vero piacere lavorare di nuovo nel Regno Unito. Con la prima stagione abbiamo girato a Vancouver e San Francisco, per questa seconda interamente a Londra. E per me è una gioia. Non giravo a Londra da tanti anni e in Surface la città è praticamente un personaggio dello show. Abbiamo girato in location iconiche come il Tower Bridge, sono stata contenta di lavorare con attori britannici. Sono orgogliosa di aver portato la serie nella mia città natale”.
Cosa l’è mancato maggiormente dell’Inghilterra nei suoi anni americani?
"Probabilmente il senso dell’umorismo britannico, credo, sia unico. Penso che ci sia una sorta di energia che va al sodo, più sarcastica nel Regno Unito che a Los Angeles. Questo ti tiene sempre con i piedi per terra, credo. E così, quando vivevo là cercavo di frequentare amici britannici ogni volta che potevo, per assicurarmi di mantenere quell’arguzia tipica inglese”.
Lei è impegnata nel movimento Black Lives Matter, per i diritti delle donne, è ambasciatrice per i rifugiati. Con questa nuova amministrazione ha scelto il momento giusto per lasciare gli Stati Uniti.
"Assolutamente ha ragione, però vede io sono tornata nel Regno Unito durante il Covid. Penso che per me sia stato un cambiamento a 360 gradi, in termini di valori. Poter tornare nel Regno Unito e lavorare su progetti britannici per me è stato fantastico, mi sento davvero fortunata. Ho ancora film e serie negli Stati Uniti in fase di sviluppo e questo progetto che prodotto con Hello Sunshine, che è una società americana. Quindi mi sento ancora come se avessi un piede su entrambi i lati dell’oceano”.
Facciamo un passo indietro. Lei non appartiene a una famiglia artistica, sua mamma era un’infermiera, suo padre un medico. Cosa l’ha portata alla recitazione?
“Ho amato recitare fin da bambina. Crescendo ho preso lezioni di danza ed ero ossessionata dai musical. Per me è sempre stato un modo di esprimermi e dar sfogo a tutta la mia sconfinata energia. E poi era proprio quello che amavo fare. Fin da quando ero molto giovane, probabilmente a 11 o 12 anni, sapevo che volevo esibirmi. Non pensavo necessariamente al cinema e alla televisione, più il teatro probabilmente che era accessibile per me nella mia città natale. Mi reputo privilegiata perché sono stata in grado di trasformare il mio hobby in un lavoro e collaboro con persone incredibilmente creative per raccontare storie a cui tengo”.
Aveva dei modelli di riferimento da ragazza?
“No. Voglio dire, non ho mai davvero cercato di essere nessun altro, ho sempre voluto essere solo me stessa in un certo senso. Non ho mai cercato di emulare nessuno. Quello che mi ha spinto era la sensazione del gioco e della performance. Quindi era più una sorta di energia interna piuttosto che cercare di apparire o essere o sembrare qualcun altro”.
A proposito di identità. Lei ha un nome molto particolare, cosa significa?
“Mi chiamo Gugulethu. Il mio nome completo è Gugulethu, che è una parola Zulu che significa “il nostro orgoglio”. Mio padre viene dal Sud Africa. E, sì, ho scelto di mantenere il mio nome. Amo il mio nome. All’inizio, qualcuno mi ha suggerito di cambiarlo ma se hai un nome che significa ‘il nostro orgoglio’ sarebbe veramente assurdo cambiarlo. Quindi ho scelto di esserne orgogliosa e tenermi il mio nome”.
Ha un sogno nel cassetto?
“È un’espressione davvero bella, poetica. Non so se ho un sogno nel cassetto. Mi sento come se con Surface si fosse realizzato un sogno: è stata un’esperienza veramente immersiva per me essere anche un produttore esecutivo dello show. E penso che questo mi abbia davvero aiutato a crescere, non solo sul mio ruolo d’attrice, ma sull’intero ciclo dalla pre-produzione alla post-produzione. Posso dire che il mio sogno nel cassetto è continuare ad evolvermi come produttrice ed essere in grado di sviluppare le mie storie, penso che sia qualcosa che mi piacerebbe coltivare e continuare a fare”.