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 2025  marzo 18 Martedì calendario

Scuola, 75mila alunni disabili in più: perché aumentano i bimbi con neurodivergenze

Il dato è netto: continuano ad essere in fortissimo aumento gli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane. Parliamo di quasi 359mila nell’anno scolastico 2023-2024, il 4,5% del totale degli iscritti, +6% rispetto al precedente anno scolastico. Un numero ci deve però indurre a una riflessione: ci sono 75mila alunni disabili in più negli ultimi cinque anni (+26%).
Perché un’impennata così forte?
Le diagnosi di disabilità aumentano, è un fatto. Da un lato, riflessione che vale soprattutto per le Superiori, cresce il numero di ragazzi che non si ferma alla licenza media, un muro un tempo invalicabile che oggi è la normalità, sintomo di attenzione e integrazione. Sintomo anche della preparazione di molte scuole (nonostante alcune eccezioni, storie dolorose che fanno capire che la strada è ancora lunga) e delle chance aumentate per le famiglie di non far fermare il proprio figlio con difficoltà alle medie. Dall’altro, tuttavia, c’è il fatto che sono in stragrande maggioranza disabilità su neurodiagnosi riguardanti stati emotivi e comportamentali.
Come spiega il Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, le sigle legate ai disturbi dell’apprendimento ormai stanno entrando nel glossario dei genitori. Termini un tempo specifici, tecnici, che diventano materia conosciuta perché sempre più spesso nelle classi ci sono bimbi e ragazzi con questo tipo di problema. Si tratta di acronimi che cominciano a entrare nell’immaginario collettivo: si va dall’ADHD, disturbo da deficit di attenzione/iperattività, caratterizzato da difficoltà nel mantenere l’attenzione ed eccessiva difficoltà nel controllare il proprio comportamento, come ad esempio l’iperattività motoria, al DOP, il Disturbo Oppositivo Provocatorio, caratterizzato dalla difficoltà nel controllo delle emozioni e del comportamento (si manifesta attraverso rabbia, irritabilità e comportamenti vendicativi oppure oppositivi, agli insegnanti nel caso della scuola), e si arriva fino all’ASD, il cosiddetto spettro autistico, un insieme eterogeneo di disturbi del neurosviluppo caratterizzati da deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale in molteplici contesti e pattern di comportamenti, interessi o attività ristretti e in alcuni casi ripetitivi.
La frase che più aiuta a capire la rivela lo stesso Centro: è cambiata la percezione la percezione del bambino da «alunno che disturba ad alunno che ha un disturbo». Di fronte a questi problemi così diffusi, i genitori devono essere accompagnati e informati, per evitare di incappare nel rischio più grosso: la confusione e di conseguenza la patologizzazione di un problema educativo che diventa problema psichiatrico.
L’importanza di una diagnosi corretta
Michele Zappella, tra i primi in Italia ad affrontare i disturbi dell’autismo, come ricorda il CPP, spiega: «In poco più di due decenni, l’epidemia di autismo ha moltiplicato le diagnosi fino a quasi settanta volte, il tutto senza tenere presente che nei primi anni di vita ci sono variazioni della norma, difficoltà transitorie nel comportamento e vari disturbi del neuro-sviluppo. I disturbi specifici del linguaggio e i disturbi d’ansia sociale vengono spesso scambiati per disturbi autistici. Ci sono bambini normali che possono essere chiamati in causa da implacabili cacciatori di autismo. È necessario avere ben chiari quali sono gli aspetti centrali di ognuna di queste condizioni e situazioni, comprese in primo luogo quelle in cui c’è un comportamento autistico».
Cosa devono fare i genitori
Su questo aspetto esperti e mondo della scuola concordano: invece di aumentare le certificazioni neurodiagnostiche, bisogna sostenere i genitori nelle loro funzioni educative, fornendo loro informazioni adeguate. Un folto gruppo di neuropsichiatri infantili non ha dubbi: c’è il concreto rischio di trasformare l’ambiente scolastico da comunità di apprendimento a luogo di terapia. Come a dire, diagnosi sì ma senza confondere un bimbo monello in un bimbo con difficoltà patologizzate. Occorre sostenere gli insegnanti e le scuole che sanno lavorare sul versante educativo piuttosto che su quello diagnostico.
Servono insegnanti di sostegno, ma uno su tre non è specializzato
La richiesta c’è, ma la specializzazione manca. Cresce infatti la quota di docenti per il sostegno con una formazione specifica: dal 63% al 73% in quattro anni, ma sono ancora molti gli insegnanti non specializzati (27%, nel Nord 38%) e l’11% viene assegnato in ritardo. Lo certifica l’Istat. Elevata la discontinuità didattica: più di un alunno su due (il 57% degli alunni con disabilità) ha cambiato insegnante per il sostegno da un anno all’altro.