Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  marzo 18 Martedì calendario

Roua Nabi uccisa dopo 5 richieste di aiuto: il braccialetto elettronico del marito non ha funzionato


Roua ha chiesto aiuto almeno cinque volte, in un anno e mezzo, prima di morire ammazzata. A voce. Al telefono. E con una denuncia, sporta contro il compagno tre mesi prima che lui la uccidesse con una coltellata al cuore. Era la sera del 23 settembre 2024. Aveva 34 anni.
Una tragedia annunciata
Diciotto mesi prima, a marzo del 2023, le insegnanti dei figli di Roua avevano capito che la tragedia poteva essere vicina. Avevano attivato i servizi sociali, il Telefono rosa, la polizia e ogni autorità possibile. Sette mesi dopo, visto che non accadeva nulla, avevano sollecitato tutti. Non era cambiato niente.
Cosa dicono i dati Istat
    15% delle vittime di femminicidio aveva già denunciato le violenze prima di essere uccise
    63% delle vittime non aveva raccontato a nessuno le violenze subite
    35% erano state adottate misure di sicurezza ma inefficaci
    117 donne sono state uccise nel 2023, 63 delle quali uccise da partner o ex
La relazione degli assistenti sociali
Il primo sopralluogo nella casa di Roua e dei figli costretti ad assistere alle violenze avviene il 23 settembre 2024. Gli assistenti sociali varcano la soglia dell’alloggio poche ore prima della sua morte. Vedono i pavimenti rotti. Le stanze senza letti. Il frigorifero vuoto. La cucina senza il gas, che l’assassino di Roua – all’epoca ai domiciliari in un’altra casa – per vendetta aveva fatto staccare. Vedono il tavolo dove Roua aveva fotografato un piatto da cucina con in mezzo un panetto di droga. Quella che il padre dei suoi figli si faceva davanti a loro.
Ogni dettaglio viene messo nero su bianco. Nella relazione di servizio viene scritto: «Viene proposta a Roua, di nuovo, la comunità. Ma lei dice di essere tranquilla. Mostra il braccialetto elettronico acceso e dice. Me lo hanno dato le forze dell’ordine. Lui non può avvicinarsi».
Il femminicidio e la testimonianza dei figli
Tre ore dopo Roua Nabi muore ammazzata dall’ex marito Ben Alaya, che la accoltella senza pietà davanti ai figli. Questi ragazzini, orfani e traumatizzati, vengono sentiti. E disperati dicono: «Mamma era la persona più buona di questo mondo». Poi aggiungono: «Papà non poteva avvicinarsi a lei perché aveva un braccialetto. Ma il beep non funzionava. Il segnale non funzionava. Non funzionava mai».
Il “braccialetto” fuori uso
Il «beep» è il braccialetto elettronico che avrebbe potuto salvare Roua, trafitta al petto nella casa di via Cecchi dove l’assassino non avrebbe potuto mettere piede. Lo avevano detto i vicini di casa. Lo confermano i figli. Il dispositivo non funzionava la sera del femminicidio. E nemmeno prima.
Ben Alaya era violento. E questo non era un mistero. Era stato arrestato l’ultima volta a luglio per maltrattamenti. In carcere era stato poche notti, poi gli avevano dato i domiciliari con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico. Probabilmente non ha mai rispettato le regole. Ma nessuno lo ha mai saputo. Fino alla morte di Roua.
Se vuoi approfondire
Femminicidio a Torino, il vicino: “Ho tentato di fermare il sangue dopo la coltellata"
Verso il processo
Ieri la gup Francesca Roseti ha rinviato a giudizio l’imputato, difeso dall’avvocato Rocco Femia, per maltrattamenti e omicidio volontario. I familiari di Roua si sono costituiti parti civili con le avvocate Stefania Agagliate e Silvia Bregliano. Sperano di arrivare in Italia dalla Tunisia per la prima data del processo, il 28 aprile.
Una violenza di lungo corso
Nella richiesta di costituzione di parte civile le avvocate Agagliate e Bregliano scrivono: «Roua Nabi è morta il 23 settembre 2024. Ma i maltrattamenti sono iniziati sin dopo il matrimonio. Lei è stata costretta a scappare più volte in Tunisia per tentare di salvarsi. I figli hanno visto anni di maltrattamenti che hanno segnato profondamente la loro crescita. Entrambi hanno assistito impotenti alla morte della madre». Come ci si salva quando non c’è più nulla da salvare? Chi può rispondere, adesso, ai tormenti dei familiari di Roua, che si domandano: perché nessuno l’ha aiutata?
La richiesta (inutile) di aiuto
Le legali di parte civile ricordano: «Più volte Roua si è rivolta ai servizi sociali, alle insegnanti, e all’autorità pubblica per vedere tutelata se stessa e i propri figli. Erano costretti a vivere senza letti, senza cibo. I ragazzini erano senza vestiti e scarpe. Il padre ha sempre negato l’accesso allo sportello psicologico per i figli. Si drogava davanti a loro. Roua ha mostrato più volte agli assistenti sociali le foto in cui si vedeva l’alloggio con il frigo vuoto e il piatto da cucina con la droga».
Il “monitoraggio” e le sollecitazioni
C’è una parola che ricorre in tutte le relazioni dei servizi: «Monitoriamo». «Si prosegua il monitoraggio». Questo «monitoraggio» è durato un anno e mezzo. Le insegnanti dei figli non si danno pace. Hanno segnalato per prime, più volte, i rischi e i pericoli.
A ottobre 2023: «La signora Roua ha detto di vivere in una situazione di disagio. Il marito le impedisce di trovare un lavoro. Tiene per sé tutti i soldi, anche l’assegno unico. La minaccia continuamente. Lei vuole andare in Tunisia con i figli ma lui glielo impedisce. Roua dichiara che ha subìto violenza fisica da parte del marito. Il padre si droga e beve davanti ai figli. Roua dichiara che è disposta ad affrontare un percorso in comunità con i figli».
La richiesta di aiuto di Roua
Un anno prima di morire ammazzata Roua chiede aiuto. Poi la perdono di vista. Il 4 giugno 2024 gli assistenti sociali scrivono di avere fatto una riunione con tutti gli enti coinvolti: «Tutti concordano sul fatto che ci troviamo davanti a un palese esempio di incuria della famiglia di appartenenza. In questi mesi le scriventi hanno proseguito nei tentativi di contattare la madre dei minori, a lungo, tuttavia senza alcun successo». Precisano: a una telefonata Roua non risponde, alla seconda il telefono è spento. Non risponde a una lettera. Dov’era Roua? E con quali paure viveva? Perché nessuno andava a vedere di persona come stava?
In manette
L’8 luglio Alaya viene arrestato. Lei, che lo aveva denunciato un mese prima, dichiara: «Mi ha lanciato i piatti perché non cucinavo bene. Da quando l’ho denunciato per vendetta non ci da soldi. Ci ha tolto anche il gas». Due mesi e mezzo dopo, vanno a vedere quella casa rotta e lurida. Roua muore accoltellata tre ore dopo.