lastampa.it, 18 marzo 2025
Draghi e quelle critiche a von der Leyen fra i deputati sonnambuli
Lo scorso 9 settembre – quando Mario Draghi presentava il suo rapporto sulla competitività a Ursula von der Leyen – Donald Trump non era ancora presidente e molti scommettevano non lo sarebbe diventato. Da allora è passata un’era geologica, e il primo ad ammetterlo è Draghi stesso: “La nostra sicurezza oggi è messa in dubbio dal cambiamento della politica estera del nostro maggior alleato”. L’antipatia reciproca fra i due è antica e risale al primo mandato del presidente americano, quando dall’altra parte dell’Oceano in Europa c’era un governatore che non chiedeva il permesso a Washington per muovere i tassi di interesse.
L’indiscusso impegno di Draghi dal grattacielo di Francoforte non è bastato a evitare il peggio all’Unione. Da quando ha lasciato la Banca centrale – più di cinque anni fa – i consumi europei sono aumentati del due per cento, negli Stati Uniti del tredici. Traiamo metà della ricchezza dal commercio estero – il doppio degli americani – ma nel frattempo il reddito pro-capite negli Usa è diventato il doppio del nostro. Risparmiamo più degli americani, ma nel solo 2024 cinquecento miliardi di quei risparmi sono stati investiti sui loro mercati, perché su quei mercati rendono di più. Spendiamo in Difesa più della Russia, ma per comprare in prevalenza armamenti Made in Usa. Spendiamo quanto gli Stati Uniti in ricerca pubblica, ma non siamo in grado di essere altrettanto competitivi.
Quando Mario Draghi prende la parola nella sala Koch di Palazzo Madama sono le 10 di martedì 18 marzo. È la prima volta dal 21 luglio di tre anni fa, quando gettò la spugna dopo la sfiducia di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Della ripresa post-Covid, quella che gli permise di tagliare le tasse, non è rimasto quasi nulla. Nel frattempo l’Europa ha avuto il tempo di stringere le regole di Bilancio e di ripensarci. Per convincere l’Unione a scorporare la spesa militare dal patto di Stabilità c’è voluta l’umiliazione di Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale e in mondovisione.
Le domande di deputati e senatori solo raramente servono a chiarire il senso di un piano – quello europeo – che nelle intenzioni dovrebbe evitare l’inesorabile declino. C’è chi cerca di regolare conti con l’ex premier, chi con l’ex governatore. Alberto Bagnai, responsabile economia della Lega e antico pasdaran antieuro, prova a dispensargli una lezione di economia. Draghi dribbla ogni provocazione, e nei due lunghi interventi mette in fila sempre gli stessi fatti, sempre più gravi nella loro portata.
Primo, il prezzo dell’energia: “Tra settembre e febbraio il prezzo del gas naturale all’ingrosso è aumentato in media del quaranta per cento, con punte del sessantacinque”. Nonostante l’impegno per cercare di superare la dipendenza dal gas russo, l’energia in Europa costa molto più che in Cina o negli Stati Uniti. L’Unione è la più grande consumatrice di gas naturale al mondo, ma non è capace di sfruttare quello che dovrebbe essere un vantaggio competitivo, perché ciascuno compra il gas di cui ha bisogno. Due: le troppe regole. “Il settore high tech deve fare i conti con cento leggi e duecento regolatori”. Terzo: l’innovazione. “Otto dei dieci maggiori modelli di intelligenza artificiale sono americani, due cinesi, nessuno è europeo”. La debolezza del mercato dell’innovazione europeo è l’altra faccia dell’assenza di un mercato unico dei servizi. “Abbiamo un mercato unico dei dentifrici, non dell’intelligenza artificiale”, riassume Draghi.
Draghi: “Prosperità e sicurezza Ue sconvolte e messe in dubbio dal nostro maggiore alleato"
L’ex premier, che pure il piano sul riarmo l’ha di fatto ispirato, non manca di criticarlo, facendo felice Elly Schlein e chi come lei sperava in maggior coraggio: “Gli angusti spazi di bilancio non permetteranno ad alcuni Paesi significative espansioni del deficit, né sono pensabili contrazioni nella spesa sociale e sanitaria: sarebbe non solo un errore politico, ma soprattutto la negazione di quella solidarietà che è parte dell’identità europea. L’unica strada è il ricorso a debito comune”. Draghi vede dunque nella deroga al patto di Stabilità per la spesa militare un pannicello caldo. Non solo: spiega che senza un mercato unico dell’industria della Difesa l’Unione rischia solo di gonfiare i bilanci delle aziende americane del settore bellico. In estrema sintesi: più spesa pubblica per stimolare la domanda interna di innovazione, infrastrutture, transizione climatica.
Il caso vuole che Draghi parli a poche ore dalle comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo di giovedì, quello che metterà in pratica le decisioni straordinarie del vertice dei leader di due settimane fa. Maggioranza, opposizione e partiti sono spaccati al loro interno, come dimostra lo psicodramma del Partito democratico. Come i sonnambuli di Christopher Clark, ci si divide sulle virgole, sulla critica al concetto di “riarmo”, sull’importanza di “cambiamenti radicali” ad un piano che potrebbe essere l’ultima chiamata dopo la sveglia del secondo Trump. Dopo trenta domande e una lunga replica, fra deputati e senatori c’è chi si deve alzare per andare ancora a discutere di questo. Draghi se ne accorge e fa Draghi: “Vedo che guardate l’orologio, quindi vi ringrazio moltissimo e vi saluto”. L’emergenza può attendere ancora un po’.