il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2025
Sonetti per Malaparte, lo stile di Scerbanenco, il poeta davanti a Totò
Di ritorno da una spedizione nell’Africa Orientale italiana, Curzio Malaparte ammorbava gli amici coi suoi mirabolanti racconti di viaggio: aveva percorso l’Etiopia per circa 6.000 chilometri, attraversando il territorio Amara dal Tacazzè fino a Addis Abeba, poi il Mens-Marabetiè-Uoranà, quindi il Galla e Sidama fin quasi a Magi; ed era stato al seguito del 9° e del 5° Battaglione eritreo, prendendo parte alle operazioni militari contro il capo della resistenza etiopica, Abebè Aregai, guadagnandosi una croce di guerra al valor militare. La sua avventura coloniale, nella quale era stato accompagnato da un funzionario di polizia, il dottor Conte, poi nominato vicequestore di Gondar, fu dunque il soggetto scherzoso di un sonetto composto da Mino Maccari che descriveva così lo sbarco dell’intrepido giornalista: La nave sotto il vento di scirocco, / raggiunto facilmente il Corno a picco, / s’insinua della rada nell’imbocco / e cala in acqua un fragile caicco. / Vi prendon posto, armati sol di stocco,/ Curzio, vestito in guisa di sceicco,/ e il fido dottor Conte con il cocco / in bevanda disciolto dentro un bricco./ “Servo” egli dice “ammaina presto il fiocco, / ch’io sulla proda ostile il salto spicco / e il piumato selvaggio mi tarocco! / Tu resta quivi e veglia all’alambicco; / non paventar: ché se la freccia incocco, / l’ignobile meticcio al suol conficco!”.
Per parodiare lo stile descrittivo che imperversava nel romanzo poliziesco americano, Giorgio Scerbanenco scrisse, in un racconto pubblicato su Il Secolo Illustrato con lo pseudonimo Denny Sher: “– Sì –, gli dissi, facendo l’atto di accarezzare nella mia tasca un revolver, che non avevo, di acciaio brunito”.
Grazie alla raccomandazione orale di un uomo influente e alla commendatizia scritta da una di quelle signore di mondo alle quali non si può rifiutare un favore, un giovane poeta napoletano si presentò a Totò pregandolo di ascoltare la lettura di una raccolta di poesie scritte da lui. Il principe ascoltò con attenzione i primi versi, e poi con passiva indifferenza i successivi. Il poeta dilettante leggeva, leggeva, leggeva senza fermarsi mai: dopo un sonetto, una ballata, dopo la ballata un’ode, dopo l’ode un’elegia, delle ottave, delle quartine, delle terzine, altri sonetti, una poesia per delle nozze, e una fila di martelliani in morte di un amico. Giunto alla fine, chiuse il manoscritto e si rivolse trepidante a Totò: “Ebbene, Maestro, credete che io sia un poeta?”. Bonario, Totò rispose: “Ragazzo mio, voi non siete un poeta. Al massimo siete ’nu fetentone”.
“I più grandi autori di teatro sono Eschilo, Shakespeare e il sottoscritto”, disse in un’intervista Carmelo Bene. “In ordine cronologico”.