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 2025  marzo 18 Martedì calendario

Andrea Prospero, la madre del ragazzo arrestato: «Mio figlio è l’istigatore? Anche lui una vittima, ostaggio di droghe e web»

«Mi crolla il mondo addosso, anzi già è crollato». Quanto sia veramente difficile il mestiere di un genitore lo si capisce solo incontrando lo sguardo lucido per le lacrime della mamma di un ragazzo romano di appena 18 anni arrestato con l’accusa di avere istigato al suicidio il 19enne Andrea Prospero, lo studente universitario morto a Perugia il 24 gennaio scorso per un micidiale mix di droghe e psicofarmaci. Centosettanta chilometri di distanza separano Perugia dalla cameretta al secondo piano di questo palazzo a pochi passi dalla via Prenestina che è il rifugio di un altro giovanissimo che ora è ai domiciliari. Da qui, secondo quanto ricostruito dalla polizia, chattando via Telegram, avrebbe esortato Prospero a non avere paura a lasciarsi andare: «Non sentirai dolore». Poi Prospero, nickname “Criss”, ha taciuto per sempre.
«Mio figlio è in casa – racconta la mamma – lo guardiamo a vista, non lo lasciamo mai solo. Facciamo i turni il padre e io perché abbiamo paura che compia un gesto estremo, che arrivi a togliersi la vita». Occhi azzurri e profondi, è appena tornata a casa dal suo lavoro, fa l’infermiera in uno dei policlinici universitari della Capitale, stesso mestiere del marito. Deve ancora salire le scale e non sa ancora dell’arresto e del coinvolgimento del ragazzo nelle vicende di Perugia.
Sa solo che da fine febbraio la sua famiglia è ripiombata in un incubo che sembrava confinato a un episodio archiviato l’anno precedente. «Invece, pochi giorni fa – confida – ci hanno chiamato dalla scuola, mio figlio studia al quarto anno delle superiori. Si è presentato a lezione strafatto, ha problemi di tossicodipendenza. Era talmente fuori di se che l’hanno dovuto portare via con l’ambulanza. Nel suo zaino, insieme con i libri, la polizia ha trovato dell’ossicodone e una polvere bianca che non so che cosa sia e per questo è stato denunciato a piede libero. Da allora lo controlliamo a vista. Credevo che lei ora mi chiedesse di questo...». L’ossicodone è uno tra i più potenti antidolorifici oppioidi, usato nelle cure palliative per i malati terminali di cancro. Parlando con “Volumno”, il nick che il 18enne usava nella chat, Criss chiedeva «è arrivato l’Oxy?», prima di ingerirne in dosi massicce insieme con le benzodiazepine fino alla morte.
SOLITUDINE
«Quando mio figlio è arrivato al pronto soccorso – aggiunge la mamma – non ha voluto confidarsi con noi genitori e nemmeno con i fratelli, lui è il più piccolo di quattro. Siamo persone perbene, uno dei nostri ragazzi fa il poliziotto. Però lui è molto chiuso e riservato, sempre con il telefonino in mano. Eppure, mi creda, li abbiamo sempre seguiti i nostri figli, abbiamo parlato con loro dei pericoli della rete e delle droghe. Lui sta male, noi non sappiamo come fare, è una cosa più grande di noi. Mio marito e io curiamo gli altri, ma ci sentiamo molto soli e impotenti in questo: è il nostro cruccio. Vede? Questi sono i fogli delle visite specialistiche da fare: il primo appuntamento ce lo hanno dato solo per la fine di aprile. Mio figlio deve seguire un percorso: è ostaggio di droghe sintetiche, di mefedrone e benzodiazepine. Aveva avuto un’altra crisi l’anno scorso che sembrava superata – continua -. Io avevo preso l’aspettativa per aiutarlo. Poi, improvvisamente, da fine gennaio ha riavuto problemi fino alla crisi a scuola. E ora che ci penso tutto torna».
Questa mamma disperata si ferma, riprende fiato. «Sono cardiopatica, devo parlare con l’avvocato, non sapevo nulla, è sconvolgente. Però è vero: quel ragazzo di Perugia è morto a fine gennaio e mio figlio – dice – ha ripreso a stare male proprio in quel periodo, non può essere solo una coincidenza. Io non so come faccia a reperire la droga, forse da internet, chi la vende a questi ragazzi va punito. Lui sta sempre con quel maledetto telefono, la Playstation gliel’ho tolta, ci giocava troppo. Si è chiuso in se stesso, sta male. Forse lo stesso malessere di Andrea, una disperazione».