Avvenire, 18 marzo 2025
Un capolavoro perduto del Mantegna ritrovato nel Santuario di Pompei
Il corpo morto di Cristo domina la scena, avvolto dal sudario e sorretto dagli uomini affranti. Maria è raffigurata al centro, in penombra, ripiegata su sé stessa. A destra, Maddalena alza il volto al cielo urlando dal dolore, con il volto cosparso di lacrime. Sullo sfondo, la luce del tramonto illumina i monumenti di una Gerusalemme che rievoca una Roma antica, con tanto di Pantheon. Questa Deposizione, ritrovata pochi anni fa nel Santuario di Pompei, di cui vi diamo l’anticipazione, è opera di Andrea Mantegna (1431-1506), e da giovedì 20 sarà in mostra nella pinacoteca dei Musei Vaticani a Roma per alcuni mesi. Mantegna è un pittore che negli ultimi anni ha visto crescere il suo catalogo grazie a scoperte casuali nei depositi di alcuni musei: La Resurrezione di Cristo all’Accademia Carrara di Bergamo e la Madonna col Bambino, San Giovannino e sei sante dal Correr di Venezia. Quest’ultima, però, è indubbiamente la più sensazionale, soprattutto per l’insolito luogo del rinvenimento: Pompei. Come ci è arrivata questa Deposizione? Il grande pittore veneto non si recò mai nel Meridione; si spinse sino a Roma negli anni tra il 1488 e il 1490, invitato da Innocenzo VIII ad affrescare la cappella del Belvedere nei Palazzi vaticani (un ciclo andato purtroppo distrutto nel 1700). A sciogliere il mistero c’è però un importante documento. Nel marzo 1524 l’umanista Pietro Summonte scrisse al suo amico Marcantonio Michiel che a Napoli si trovava “in Santo Dominico una cona (icona, ndr.), dove è Nostro Signore levato dalla croce e posto in un lenzolo, di mano del Mantegna”. Questa lettera, ritenuta il principale documento sull’arte napoletana del Rinascimento – nonché «il più antico compendio della storia dell’arte napoletana», secondo Julius von Schlosser – è stata analizzata da alcuni critici in passato. Fausto Nicolini le dedicò un volume nel lontano 1923, L’arte napoletana del Rinascimento e la lettera di Pietro Summonte a Marcantonio Michiel. Anni dopo Ferdinando Bologna, allievo di Roberto Longhi, in un articolo su “Paragone” del 1956, rese note alcune versioni più tarde del dipinto: una fa parte del polittico conservato ancora oggi nella collegiata di San Giovanni Battista ad Angri, nel Salernitano, un’altra si trova in collezione privata. La Deposizione originale sembrava invece perduta.
Da questi studi sono partite le indagini di Stefano De Mieri, docente di Storia dell’arte moderna all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, nonché allievo di Bologna, che racconta come lo ha ritrovato. «Ho scoperto il quadro nel luglio del 2020 consultando il portale BeWeb, dove è confluita l’inventariazione dei beni mobili delle diocesi italiane e che costituisce da tempo uno strumento formidabile per la conoscenza del patrimonio artistico, specialmente di quello non censito dalle Soprintendenze». Sul sito era pubblicata proprio l’immagine di una Deposizione conservata a Pompei: era molto rovinata, ma lo studioso l’ha collegata a quelle citate nel saggio del suo maestro. «A causa della pandemia – racconta – mi fu possibile osservare l’opera de visu, presso la Prelatura di Pompei, solo l’anno dopo, nell’estate 2021. Il dipinto si presentava molto alterato dai rifacimenti ma le parti meno compromesse – il volto della Maddalena in lacrime, lo sfondo con la Gerusalemme celeste, la porta monumentale a sinistra vagamente rievocante l’Arco di Tito – erano di una qualità tanto elevata da escludere che ci si trovasse dinanzi a un’ulteriore copia antica». A questo punto, De Mieri si è attivato perché la tavola venisse restaurata. «E ciò è stato possibile grazie all’intervento della direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta e alla sensibilità dell’arcivescovo di Pompei, Tommaso Caputo, che ha voluto affidare l’opera ai laboratori dei Vaticani, vale a dire a una delle strutture in grado di operare ai massimi livelli nel campo del restauro». La Deposizione è stata quindi portata a Roma e lentamente ripulita dalle ridipinture successive, che hanno fatto emergere la mano del suo autore, qui al culmine della sua attività.
Lo studioso, intanto, sta ricostruendone la storia. «La mia l’ipotesi è che l’opera facesse parte dell’allestimento della cappella absidale di San Domenico Maggiore a Napoli, che sin dal 1494 aveva cominciato ad accogliere le arche, e dunque le spoglie dei sovrani aragonesi. Da alcune fonti sappiamo che ai lati dell’altare maggiore, prima dell’incendio del 1506, si trovavano due altari, su uno dei quali forse poté essere sistemato il dipinto». Mantegna avrebbe realizzato quindi la Deposizione nell’ultimo decennio del 1400, poco dopo il soggiorno romano, forse su commissione di Federico I re di Napoli (nonché zio di Isabella d’Este, la celebre marchesa di Mantova che commissionò all’artista varie opere); i monumenti sullo sfondo, dopotutto, sono le sue tipiche reinterpretazioni dell’antichità, mai semplici riproduzioni. Resta ancora molto da indagare, perché già nel 1500 il quadro sembra sparire nel nulla: l’incendio che devastò la basilica all’inizio del secolo deve avere danneggiato l’opera, che subì in seguito alcune pesanti ridipinture, venendo spostata rispetto alla sua collocazione originaria, tanto che nelle guide e nei testi dei secoli seguenti non se ne fa mai menzione. Un silenzio che fece sì che venisse quasi dimenticata, eccetto le due versioni seguenti, di minore qualità. Nel corso del 1800, molto probabilmente tramite una donazione, la Deposizione, ritenuta ormai opera di un autore ignoto e offuscata dalle ridipinture, viene portata nel Santuario di Pompei. Fino all’attuale scoperta.
E una felice coincidenza ha voluto che proprio in queste ultime settimane Papa Francesco abbia canonizzato il suo fondatore, Bartolo Longo. Si può capire bene, allora, la gioia dell’arcivescovo Tommaso Caputo, che ad Avvenire ricorda come «150 anni fa fu proprio un quadro «il certificato di nascita” della “Nuova Pompei”. Raffigurava la Beata Vergine del Rosario che Longo volle portare lì. Non aveva pregio artistico, e non era neppure particolarmente attraente quell’immagine che sembrava segnata da una sorta di precarietà permanente, viste anche le avventurose modalità con le quali il dipinto arrivò da Napoli a Pompei. Un secolo e mezzo dopo, sempre attraverso un quadro, Pompei aggiunge un tratto straordinario alla sua storia». Per quanto riguarda la futura collocazione della Deposizione, spiega monsignor Caputo, «troverà naturalmente posto nel museo centrale del Santuario. I lavori di sistemazione sono in corso e si concluderanno in tempo per accogliere il dipinto, dopo l’esposizione ai musei Vaticani. Non è stato un iter facile quello che ha portato alla definitiva certificazione, avvalorando così la felice e provvidenziale intuizione circa l’autore da parte del professor De Mieri. Il “Il Mantegna di Pompei” avrà il posto d’onore in una sala che comprenderà altri dodici dipinti di pregevole fattura, appartenenti in gran parte alla scuola napoletana del ‘600 e del ‘700. Si sta insomma preparando la casa a un ospite così illustre, che testimonia come anche sotto il profilo dell’arte pittorica Pompei sia un grande punto di riferimento».
Il dibattito critico, intanto, è aperto. L’auspicio è che emergano altri documenti in grado di fare luce su quest’opera così sfortunata.