Avvenire, 18 marzo 2025
«La guerra nasce dentro di noi: per uscirne curiamo le menti»
«Mia madre, Zosia, aveva nove fratelli. A parte una sorella e una nipote, l’intera famiglia venne sterminata a Treblinka. Fin dalla più tenera età, pertanto, ho fatto mio il motto “Mai più”, cardine della società israeliana. Lo intendo, però, in modo diverso dalla gran parte di quest’ultima. Per me, vuol dire indagare e spiegare le cause dell’orrore della Shoah. Ovvero il diffondersi di un nazionalismo e razzismo sempre più aggressivi che hanno consentito l’ascesa di Hitler. Per questo, è indispensabile combattere in modo incondizionato contro la xenofobia, lo sciovinismo, il fascismo per prevenire ulteriori genocidi, pulizie etniche e violazioni su larga scala dei diritti umani contro cui è indispensabile combattere. Per Israele, invece, “mai più” significa costruire uno Stato e un esercito forti in grado di difendere gli ebrei dalle minacce. Fino a trasformare il Paese in una Sparta contemporanea». Daniel Bar-Tal ha dedicato la vita e la carriera a esplorare i meccanismi che consentono ai conflitti di protrarsi a tempo indeterminato. Veri e propri “inganni cognitivi” generati, prima ancora che dalle condizioni materiali, dalla mente e dalla sua più potente manifestazione: la parola. O, meglio, la concatenazione di parole con cui una società rappresenta sé stessa e il mondo. Narrazione, si chiama. Un insieme di credenze integrato e declinato su due storie coerenti: l’ethos del conflitto – la visione del presente e del futuro – e la memoria collettiva, l’immagine del passato.
A svelare questa “camicia di forza invisibile” è la psicologia po-litica, disciplina di cui il 79enne Daniel Bar-Tal, docente emerito dell’Università di Tel Aviv, è studioso di fama internazionale. Spaziando dall’Irlanda del Nord al Kurdistan, ha elaborato una teoria sistemica complessiva sulle barriere socio-psicologiche che, nel corso di contese durature, precludono la via della pace. Gli oltre sette decenni di violenza israelo-palestinese ne costituiscono il paradigma, come afferma in La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo- palestinese, il primo dei suoi venticinque libri tradotto in italiano e pubblicato da Franco-Angeli (pagine 400, euro 34,00): oggi sarà presentato alle Acli con Gad Lerner e giovedì a Roma con Anna Foa e Giorgio Gomel. Il saggio sottopone il Paese a una sorta di seduta di psicoanalisi collettiva in cui, grazie al linguaggio fluido e al ritmo incalzante, il lettore viene catapultato. Fino a penetrare gli abissi profondi dello spirito israeliano e dei propri.
Perché quello israelo-palestinese è un esempio, forse il più eloquente, di conflitto “intrattabile”?
Le radici della disputa affondano nelle aspirazioni contrastanti dei due popoli. Due opposti nazionalismi che si sviluppano sulla sterra terra. Su elementi reali, però, le parti hanno costruito narrazioni di sostegno sempre più rigide, trincerandosi nelle rispettive posizioni fino ad arrivare al disprezzo e alla negazione degli avversari e della loro visione del mondo. Molto del conflitto, dunque, “si crea ed esiste nella mente”. Vale per gli israeliani – sui quali concentro la mia ricerca – ma anche per i palestinesi. Smontare quest’armatura cognitiva è fondamentale per mettere fine alla violenza.
Che cosa intende?
Gli eventi cruenti si sono verificati e si verificano e hanno segnato la storia dello Stato di Israele. La loro interpretazione, però, si basa un sistema di credenze collettive. Il cosiddetto repertorio socio-psicologico che ha avuto e ha un ruolo determinante nello sviluppo e nel perpetuarsi del conflitto. Nel convincere gli israeliani, per parafrasare Benjamin Netanyahu, di dovere vivere con la “spada in mano”. È nato a partire dagli anni Venti dalla necessità degli ebrei di dovere convivere con la violenza. Una volta consolidato, però, è diventato la lente principale attraverso la quale le persone leggono la realtà. In questo prisma, dai margini ristretti, non rientrano le nuove informazioni necessarie per costruire un altro repertorio di idee che conduca alla pace.
Quali elementi “dissonanti” sono esclusi dal quadro?
L’umanità dei palestinesi, innanzitutto, la cui società è uno specchio della nostra. Ci sono gli estremisti, certo, proprio come da noi. Ma ci sono anche tanti che vogliono e meritano la pace. In secondo luogo, non vi rientra la possibilità di un compromesso, il quale sarebbe vantaggioso per entrambi.
Come si riesce a tenere fuori questi fattori potenzialmente destabilizzanti?
Ho individuato una serie di barriere socio-psicologiche costruite dalla narrativa israeliana dominante e tenute in piedi dagli insegnamenti, diretti e indiretti. La principale è il rifiuto di rinunciare a “Giudea e Samaria” cioè alla Cisgiordania che gli esponenti del sionismo religioso considerano il cuore della “Terra promessa”. Si tratta di un 20 per cento degli ebrei israeliani che, però, ha assunto il controllo di settori cruciali dell’apparato militare, politico, economico. Le altre barriere sono la convinzione cieca nella giustezza dei propri obiettivi, l’ossessione per la sicurezza, la delegittimazione dell’altra parte, il rafforzamento del senso di appartenenza al gruppo, la vittimizzazione anche attraverso la strumentalizzazione della Shoah, il monopolio del patriottismo da parte dei falchi, l’appello all’unità nazionale di fronte al pericolo esterno, la trasfor-mazione della pace in un’idea fumosa, depurata dalla necessità di una serie di sacrifici per ottenerla.
La pace può, però, essere un’opportunità. E il protrarsi del conflitto ha dei costi...
Costi enormi direi. In termini di vite umane: oltre 30mila israeliani uccisi dal 1860. Perdite economiche: quasi 30 miliardi di dollari persi solo nel 2016. La guerra e l’occupazione poi scatenano le condanne della comunità internazionale. Ed erodono il nostro sistema democratico col pericolo, sempre più concreto, di derive autoritarie. Al contrario, solo dal punto di vista materiale, la pace farebbe guadagnare a Israele 125 miliardi di dollari di un decennio. Si tratta di dati scientifici facilmente reperibili. Eppure gli israeliani li ignorano. Perché praticano un processo di “routinizzazione” del conflitto: è comune a molte società che vivono in contesti violenti. Per andare avanti lo normalizzano attraverso una socializzazione costruita ad hoc, il cui perno sono la leva obbligatoria e la scuola. La guerra, così interiorizzata, finisce per diventare una necessità. Il “rischio” di pensare alternative non viene contemplato.
Israele è dunque condannata a un conflitto permanente?
Poiché i conflitti si generano nella mente, è dalla mente che vengono create le idee per porvi fine. Come il sostegno del conflitto, anche quello al processo di pace, implica una nuova narrativa che ci consenta, quando sarà il momento, di giungere alla pace. La domanda allora è: come possiamo costruirla? Nella storia è accaduto in vari modi. Dall’alto, grazie a una leadership illuminata – come in Sudafrica – o dal basso, per l’azione della società civile organizzata, vedi Nord Irlanda. O, ancora, per la pressione di Paesi terzi o per il raggiungimento di una consapevolezza da entrambe le parti dell’insostenibilità della violenza. Non ho idea di come avverrà per Israele. So, però, che negli anni Settanta prima, con la normalizzazione con l’Egitto, e negli anni Novanta, poi, con gli Accordi di Oslo, questa contro-narrativa è stata capace di affacciarsi sulla scena. Quelle idee di democrazia, libertà, giustizia sono ancora vive, radicate in settori, al momento minoritari. Con insistenza e sacrificio, però, possono riemergere.