repubblica.it, 17 marzo 2025
Tren de Aragua, cosa è la gang con cui Trump giustifica le deportazioni di migranti
All’inizio era un sindacato: duecento operai edili delle ferrovie chiamati a realizzare una delle opere più importanti del piano nazionale socialista per lo sviluppo ferroviario. Si dovevano collegare, via strada ferrata, gli Stati di Aragua e di Caraboto, nel nord del Venezuela. Era il 2004. Molti credevano ancora nel grande progetto di Hugo Chávez: rendere moderno il paese secondo gli auspici della Rivoluzione Bolivariana.
Ci credevano anche quegli uomini dalla pelle scura, le mani callose abituate a scavare e costruire. Ma i salari erano bassi, i soldi non arrivavano. Lo Stato pagava raramente e male. È bastato poco per guardarsi attorno e iniziare a chiedere contributi in denaro. Per difendere la popolazione dagli assalti dei balordi, per garantire la pace, protezione, anche successo in politica. Così, in pochi anni, il sindacato che era noto come il Tren de Aragua – dal progetto ormai abbandonato e mai concluso – si è presto trasformato in una banda che oggi conta almeno 5 mila aderenti. Gente dura, senza scrupoli, diventata ricca e potente. Perso il lavoro nelle ferrovie, la maggior parte di quegli edili si è messa a estorcere, minacciare, trafficare. E la popolazione, sottomessa ma complice, ha accettato il nuovo corso perché garantiva ciò che lo Stato centrale aveva smesso di fornire: servizi e assistenza.
Il Tren de Aragua stabilisce il suo quartier generale a Maracay, capitale dello Stato omonimo e in particolare nel quartiere di San Vincente. È un’area popolare, densamente abitata: la gente obbedisce e si adegua. La battaglia per il potere all’interno della banda porta alle prime defezioni e alle denunce. Qualcuno ha esagerato, i nuovi arrivati hanno esagerato e la gente ha cominciato a lamentarsi. Molti finiscono dentro. C’è un carcere fuori Maracay che si chiama Tocorón. È una struttura antica e poco controllata. Presto si riempie di banditi e criminali. La battaglia per la supremazia si sposta all’interno di quelle quattro mura. Prevale subito un giovane che ha carisma e sa come muoversi.
Si chiama Héctor Rusthenford Guerrero Flores ma per tutti è il “Niño” Guerrero. È lui a prendere il potere. È l’unico in grado di controllare il carcere dall’interno. Si fa rispettare e viene rispettato. Tocorón presto si trasforma in una sorta di albergo: ci sono celle di lusso, alcune vere suites, campi di calcio, da tennis, una discoteca, una grande piscina, sale giochi, uno zoo, perfino un casinò dove si può puntare giorno e notte. Il governo Maduro, nel frattempo succeduto a Chávez, lascia correre. Non ha il tempo e la forza di imporre un nuovo ordine dietro le sbarre. Il Niño Guerrero coglie al volo l’occasione. Tratta con gli emissari del potere centrale, si propone garante di un ordine che è in grado di gestire. Sarà libero dai controlli, potrà trasformare quel penitenziario, obsoleto ma dotato di tutti i comfort, nella sua nuova centrale operativa. Ci sono i cellulari, persino una stazione radio a onde corte: servono a impartire gli ordini e a dirimere i contrasti all’esterno tra le diverse bande che vogliono erodere territori e settori del traffico.
Siamo ormai nel 2013. Il giovane Héctor vuole conservare una parvenza di legalità. Forma un’istituzione, la Fundación Somos El Barrio JK, con la quale punta ad avere finanziamenti dallo Stato e stringere accordi che facciano comodo ad entrambi. È stato grazie a questa proposta, andata in porto, se il Tren de Aragua diventa il principale fornitore di servizi pubblici. Si guadagna la simpatia e il favore della popolazione che si sente finalmente sicura e garantita. Cinque anni dopo, nel 2018, l’organizzazione esce allo scoperto. Si tuffa nel traffico di esseri umani che è diventato un fiume con la crisi in Venezuela e l’esodo di almeno 5 milioni di persone.
È il Tren de Aragua a controllare la famose “truchas”, i sentieri in mezzo alla giungla che collegano il Venezuela con la Colombia. Sconfina con lo Stato di Tachira e il dipartimento Norte de Santander. Si scontra con l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), la più forte a antica organizzazione della guerriglia colombiana. Uno scontro feroce e duro. Ridotta con forti perdite, alla fine la banda riesce a resistere e si riorganizza. Allarga il suo spettro di affari. Traffica in oro, diamanti, armi, droga, auto, pezzi di ricambio, gas e petrolio. Taglieggia e incassa.
Nel 2023, Maduro rompe l’accordo con “El Niño” Guerrero e spedisce 11 mila soldati che irrompono nel carcere. Smantellano il resort creato all’interno e trasferiscono i detenuti in altri penitenziari. Ma il capo è già fuggito. Qualcuno lo ha avvertito e il giorno prima dell’incursione prende il largo. I fondatori tornano verso casa, in Perú. Qui stringono accordi con le gang locali. Si impongono quando c’è resistenza. Prevalgono con la forza, ma anche per il volume di business che hanno creato. Oggi è l’unica organizzazione transnazionale con tentacoli che si diramano in Colombia, Perú, Ecuador, Cile, Bolivia, Panama, Cosa Rica, Messico e, sebbene in piccola parte, perfino negli Usa. Ha soldati e sicari a disposizione. È in grado di ordinare ed eseguire omicidi su commissione su tutto il Continente latinoamericano.
La Dea e il Dipartimento di Giustizia Usa la considerano tra le più pericolose e potenti. Per questo hanno chiesto e ottenuto da Donald Trump che venisse inserita nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, alla pari di alcuni Cartelli messicani. Questo lascia le mani libere alla stessa Cia e ai corpi speciali che possono intervenire al fuori del territorio statunitense. Per il momento è bastato arrestare i sospetti presenti negli Usa, caricarli su degli aerei e trasferirli direttamente in Salvador. Nonostante il decreto del Tribunale che lo vietava.
Trump ha giocato sugli orari. Ha fatto finta di niente e prima che l’ordine giudiziario diventasse ufficiale aveva già deportato nel paese centroamericano 200 sospetti aderenti al Tren de Aragua. Sospetti, non elementi certi. La prova sono i tatuaggi. Se qualcuno ricorda quelli adottati dalla banda finisci in catene. Senza processo e senza difesa. L’operazione è stata possibile grazie all’accordo che il tycoon ha raggiunto con il presidente salvadoregno Nayib Bukele un mese fa. Gli arrestati sono finiti nel Cecot, il Centro di detenzione contro il terrorismo, una mega struttura moderna e tecnologica che sorge vicino a Tecoluca in grado di ospitare fino a 40 mila detenuti. Un vero campo di concentramento.
Il Venezuela di Maduro protesta, ma sono proteste deboli. Il presidente eletto per la quarta volta con una clamorosa truffa ha altri problemi da risolvere. Dentro e fuori il paese. Nel video fatto girare da Bukele si vede bene il trattamento riservato ai nuovi arrivati: vestiti con maglietta e pantaloncini bianchi, catene ai piedi e ai polsi, testa schiacciata verso il basso, i capelli tagliati a zero e poi sbattuti a terra, accucciati come gli altri in attesa del proprio destino.