repubblica.it, 17 marzo 2025
"La pensiamo come Trump e Putin”, gli incontri segreti dei meloniani contro il filoatlantismo di FdI
Martedì sera a Milano, in un locale in zona Navigli si incontrano una trentina di camerati. Sono quasi tutti iscritti a Fratelli d’Italia e ferventi meloniani, qualcuno è nelle istituzioni (due sono vicesindaci, un altro assessore nei comuni dell’hinterland) e condividono una sorta di disagio: la politica estera del partito. «Ai tempi dell’Msi se ne discuteva con libertà, qui adesso sull’argomento c’è massima censura», conferma un partecipante. Non vuole identificarsi, «sennò al prossimo giro non mi candidano», dice. Ma poi passa la parola a chi la faccia ce la mette, «tanto ormai sono sputtanato», sorride l’altro, vale a dire Roberto Jonghi Lavarini, alias il “Barone nero”, volto noto del mondo post-missino milanese. «Sull’Unione Europea, sulla guerra civile in Ucraina, sulla crisi in Medio Oriente, sulla Nato, sul nuovo mondo multipolare, siamo persone che la pensano esattamente come Trump e Musk, Orban e Putin, Marine Le Pen e Calin Georgescu. Chi ha la tessera di Fdi vorrebbe esprimersi, liberamente e pubblicamente in tal senso, nel partito, nelle istituzioni e con i giornalisti. Convinti, credo a ragione, che a pensarla come loro siano più della metà degli elettori della fiamma», assicura lui.
Sono una minoranza silenziosa, che si pensa però maggioranza, se solo si potesse essere sinceri. Come quando Fdi stava all’opposizione, era un partito del 4 per cento e Vladimir Putin era considerato un modello positivo dalla stessa Giorgia Meloni. Gente che sui grandi scenari geopolitici condivide il teorico russo Alexander Dugin. Il quale, parlando a Millenium, il mensile del Fatto uscito ieri, sull’Italia spiega che «il vostro populismo al potere è stato sedotto dai globalisti e oppresso dai liberali di sinistra europei che odiano la Russia (...) Meloni se è a favore di Trump lo sarà anche di Putin. In ogni caso è molto più naturale che lei segua questa ideologia piuttosto che finga di essere una sorella minore del potere globalista europeo». Dugin del resto stima Steve Bannon e viceversa, e Bannon è stato a lungo una specie di grande saggio per i Fratelli d’Italia.
Ma comunque, fra Lombardia, Piemonte e Liguria ce ne sono stati diversi di contatti e incontri tra militanti in dissenso con la linea filo-atlantista. Tra i promotori c’è l’imprenditore Carlo Alberto Biggini – stesso nome del nonno, che fu a capo del ministero dell’Educazione Nazionale della Repubblica di Salò – che a sua volta dà una mano a organizzare qualche presentazione dell’ultimo libro dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, Trump, la rivincita. Da non dimenticare: Sangiuliano in passato ne scrisse anche uno, non certo antipatizzante, su Putin. Un altro imprenditore come Stefano Tardugno, già in An, e l’europarlamentare della fiamma Sergio Berlato, che l’altro giorno in Europa invece di astenersi come ha fatto Fdi ha votato contro alla risoluzione di sostegno all’Ucraina, guardano con interesse a questi movimenti per adesso sotterranei. Dove sul piano culturale si muovono figure rispettate tra i camerati, anche se considerati ai margini del discorso politico più operativo, come Maurizio Murelli e Rainaldo Graziani. Il primo con antiche esperienze eversive, il secondo – figlio di Clemente, fondatore di Ordine Nuovo – animatore di un circolo culturale che è anche ristorante in provincia di Varese e dov’è di casa la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti.
In attesa di una possibile rinnovata agibilità politica per gli “anti-mondialisti”, la chiave per emergere nel dibattito interno è una: organizzare convegni, eventi “culturali”, meno assoggettabili al controllo politico classico delle sorelle Meloni.