Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  marzo 17 Lunedì calendario

La telefonata Trump-Putin che fa tremare Kiev: che cosa si diranno e perché gli obiettivi non sono inconciliabili

Donald Trump e Vladimir Putin praticano entrambi arti di combattimento. L’uno tira di boxe, colpisce duro, di sorpresa, e incassa solido, senza darne mostra. L’altro, cintura nera di judo, schiva e risponde con agilità di mosse e sfruttando i punti deboli dell’avversario. La telefonata di domani mette alla prova i rispettivi talenti. Trump e Putin vogliono due cose diverse. Il Presidente americano vuole la fine della guerra in Ucraina; quello russo la sottomissione dell’Ucraina. Sui piatti della bilancia c’è molto altro, specie da parte russa – una grossa fetta di territorio – ma gli obiettivi di fondo sono quelli.
Gli obiettivi sono diversi ma non inconciliabili. Basta che, pur di ottenere la pace, Trump acconsenta alla sottomissione. Questo lo scenario che fa scorrere brividi sulla schiena di Volodymir Zelensky – dei leader europei che vedono nell’abbandono dell’Ucraina all’imperialismo russo da parte del Presidente americano il campanello d’allarme del ritiro americano dal vecchio continente. La Nato, dopo tutto, era nata per tenere gli americani “dentro” e non ripetere l’errore del dopo la Prima Guerra Mondiale, quando gli americani abbandonarono l’Europa a sé stessa. La differenza fra primo e secondo dopoguerra è storia. Indipendentemente dall’Ucraina, la sirena dell’evacuazione Usa è già suonata – ieri. La chiusura di Voice of America e di Radio Free Europe è l’inizio dell’uscita americana dall’Alleanza Atlantica. Se Washington rinuncia ad esercitare il soft power che ha ispirato generazioni di dissidenza e resistenza democratica non c’è Articolo 5 di hard power che tenga. Donald Trump sa di aver già messo Vladimir Putin di buon umore.
Nella telefonata di domani il Presidente americano potrebbe anche puntare i piedi per terra e insistere sulla proposta di tregua senza condizioni, che i suoi fedeli esecutori di ordini hanno concordato con gli ucraini a Gedda. Usare la leva dell’assistenza militare all’Ucraina per avvocato farsi del “suo” accordo, per il quale ha già estratto concessioni da Kiev. Esigere che adesso siano i russi a farle. Per accedere alla tregua temporanea di un mese, gli ucraini hanno infatti rinunciato alla controassicurazione, per loro esistenziale, di garanzie internazionali che li tutelino da future aggressioni di Mosca. Tregua temporanea, rinuncia temporanea.
Putin invece pone condizioni durature – fra cui smilitarizzazione ucraina e niente garanzie – per la tregua temporanea. E, anziché insistere, Trump da proprio l’impressione di essere pronto a discutere le condizioni poste da Putin, rinunciando quindi preventivamente al “senza condizioni” che era il presupposto della proposta concordata a Gedda. Nell’annunciare la telefonata ha dato indicazioni molto sommarie. Parleremo, ha detto, di territorio, di centrali energetiche (Zaporinha?), di “alcuni beni” (assets) da dividere. Significa poi tornare a far pressione su Kiev per estrargli nuove concessioni?
Questa prospettiva di accordo Trump-Putin alle loro spalle fa tremare gli ucraini. Credevano di aver già concesso abbastanza per avviare il primo passo verso la fine della guerra con la tregua di trenta giorni. Si trovano ora relegati al ruolo di comparse in un negoziato russo-americano sull’Ucraina senza l’Ucraina. Trump e Putin parleranno di come disporre di roba altrui – territorio, centrali – ma soprattutto di come disporre della sicurezza altrui. Nelle “condizioni” poste dal Presidente russo c’è infatti l’esclusione di forze militari a mantenimento della futura pace, poi cosmeticamente ammorbidita dall’accettazione di “osservatori disarmati”. Come c’erano, quelli dell’Osce, nel 2022, dileguatisi al momento dell’invasione russa. Kiev ha imparato lezione. Trump invece si dice sicuro che la Russia non invaderà più. Vladimir sa che Donald se lo vuol sentir ridire. Domani glielo ripeterà. E, metodo infallibile con Trump, solleticherà la vanità del Presidente americano: dammi l’Ucraina addomesticata e io ti darò la pace. Il grande successo diplomatico che cerchi.