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 2025  marzo 17 Lunedì calendario

Lavoro povero, record nel terziario Urgente ridurre i contratti precari"

Il settore del terziario, a partire da ristorazione e turismo, è uno dei comparti più colpiti dal lavoro povero, denuncia Fabrizio Russo, segretario generale della Filcams Cgil, che domani a Roma celebra i 65 anni della sua costituzione. Basta vedere i dati sulle retribuzioni giornaliere: mentre la media generale di tutta l’economia (esclusa l’agricoltura) viaggia sopra i 96 euro lordi al giorno, il settore del turismo (ovvero alloggio, ristorazione, agenzie di viaggi) è poco sopra i 60 euro per giorno lavorato, con la ristorazione che si ferma a 55. E così tra minore retribuzione giornaliera e maggiore stagionalità, finisce che un addetto del turismo riceva in media meno di 11 mila euro all’anno contro il 23.600 che percepisce invece un lavoratore dipendente italiano.
Perché questo divario?
«A pesare sono soprattutto tassi molto più alti della media di contratti part-time e contratti a termine. Non c’è nessun altro settore che abbia una concentrazione di tipologie contrattuali precarie come il nostro -. Nel nostro campo tutte le tipologie contrattuali precarie sono declinate, a partire da part time, tempo determinato e lavoro somministrato, peraltro tutte con un’incidenza percentuale importante».
Flessibilità e stagionalità, però, sono connaturate a molte di queste attività.
«È vero, ma è anche vero che nel corso degli anni c’è stata una degenerazione senz’altro importante da questo punto di vista che non ha minimamente riguardato gli altri gli altri settori. Il risultato è che se ci sono settori dove le condizioni di lavoro sono peggiorate sono senz’altro i nostri. I numeri sono eclatanti. Se guardiamo i dati sul part-time a fronte di una media nazionale del 27%, il turismo sta quasi al doppio (52%). Mentre negli appalti (pulizie, manutenzioni e mense collettive) si tocca anche il 70-80%, con l’orario settimanale medio ampiamente al di sotto delle 20 ore e centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che stanno anche tra le tra le 5 e le 10 ore settimanali».
E questo come si riflette sulle retribuzioni mensili?
«Questi lavoratori percepiscono 2 o 300 euro al mese, 400 nel migliore dei casi».
Quanto di questo part-time è volontario e quanto invece è imposto dalle imprese?
«I lavoratori in part-time sono circa 4,5 milioni e si stima che il 50% sia involontario. Quindi parliamo più o meno di 2 milioni e mezzo addetti costretti a lavorare part-time».

Si crea un esercito di lavoratori poveri…
«Tutto il terziario conta circa 10 milioni di addetti, ma nei servizi è compreso anche il contratto delle colf e delle badanti che interessa almeno un altro milione e mezzo di lavoratrici e lavoratori. Ma poi oltre alle forme precarie in questo campo c’è una concentrazione di forme di lavoro irregolare che non ha raffronti rispetto a nessun altro settore e che peggiora ancor di più la situazione».
Come si può invertire questa tendenza?
«Oltre una certa soglia noi non riusciamo a spingere, per questo serve un piano di interventi legislativi per ridurre le tipologie di contratti precari, introdurre un sistema che consenta di risolvere il problema del part-time involontario e del tempo determinato. Insomma un po’ come si sta cercando di fare con i quattro referendum sul lavoro promossi dalla Cgil».
Ma controlli su questi settori se ne fanno?
«Si, ma considerando il numero di imprese se ne fanno obiettivamente troppo pochi. Anche perché poi secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro nei nostri settori forme di lavoro irregolare arrivano tra l’80 ed il 90%. In pratica ogni ispezione si conclude con una sanzione».