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 2025  marzo 17 Lunedì calendario

Intervista a Simone Moro

«Il mio piano B dell’esistenza? Tra terra e cielo, natura e volo». Simone Moro, 57 anni, di Bergamo, alpinista, pilota di elicotteri, scrittore, conferenziere. Soprannome, «il polacco», per la sua scelta di affrontare le montagne più alte d’inverno. Come lui nessuno, quattro Ottomila nella stagione più fredda dell’anno. Risponde al telefono dal Pighet, collina della Bergamasca di 640 metri, nella casa che ha comprato da un suo grande amico, l’alpinista Mario Curnis. E sta scrivendo un libro «su quanto è cambiato l’alpinismo in Himalaya, sui “baluba” delle spedizioni commerciali». Aggiunge: «Mi viene il mal di testa a scrivere, una roba brutta».
Qual è la cosa più bella che le è accaduta in montagna?
«Tre ore fa qui a Pighet. Ho aiutato una delle mie trenta capre a partorire tre capretti».
Pensavo all’alpinismo…
«No guardi, non è una cosa campata in aria, c’entra eccome la mia azienda agricola con tutto ciò che ho fatto».

È il suo piano B, cioè quando smetterà di arrampicare?
«Anche, ma in realtà il piano A è partito da qui, dalla natura. Mi sono innamorato da bambino della montagna, dell’uomo che lavora in montagna. Pastorizia, cultura, religione. Mi mancava. Rieccomi. Non divento asceta e neppure scappo. Sono nel mondo partendo di qui. Con 30 capre e 5 asini. Nella natura ho sempre portato i miei figli e loro ne sono entusiasti».
Lei è pilota di elicottero dal 2009.
«Sì, qui al Pighet ho il mio eliporto. Sei elicotteri, tre grandi e tre biposto. Due sono qui, uno è a Taormina con mio fratello Marcello, voli turistici, uno è in Nepal per volontariato e soccorsi e uno lo invio in Pakistan per un nuovo progetto».
Fra i suoi record c’è anche il soccorso dal cielo.
«Sull’Everest l’anno scorso. Ho fatto un soccorso in parete a 7.400 metri, recuperando un militare indiano che era bloccato da due giorni. La prova provata che si può fare soccorso anche a quella quota. Attività che rientra nella mia terza fase, dopo le arrampicate sportive, le Alpi e i giganti della Terra sono pronto a vivere senza Ottomila e la corda in vita. Sono di nuovo papà, il mio terzo figlio, Francesco, l’11 aprile compirà un anno».
Perdoni la domanda sciocca, è più facile far partorire una capra o salire un Ottomila?
«Far partorire una capra. Ma direi che è più naturale. Salire un Ottomila d’inverno è roba da aiutati che il ciel ti aiuta. È innaturale, ma fa parte del mio modo di essere alpinista, passione e esplorazione».

Ambizione no?
«Certo, ma né cieca, né sorda. Nello zaino anche la rinuncia. È per questo che sono arrivato a 57 anni senza un congelamento. Tanti purtroppo muoiono per ambizione, per non volersi fermare. È questo il più grande pericolo della vita e non solo nell’alpinismo. L’ho imparato da Riccardo Cassin che un giorno mi disse “diventerai bravo, ma devi diventare anche vecchio”».
Lei ha perso tanti amici in montagna.
«Quando sono arrivato a contarne cinquanta mi sono fermato, conta troppo dolorosa.
Alcuni vittime di imprudenza, ma la montagna ha pericoli oggettivi, imponderabili».
Come le valanghe. Nel 1997 lei è l’unico sopravvissuto alla valanga sull’Annapurna.
«Sì, sono morti Dmitrij Sobolev e Anatolij Bukreev, il mio migliore amico».
Bukreev l’anno prima era scampato alla sciagura sull’Everest in cui morirono nella bufera otto alpinisti, tra cui anche le guide.
«Fu quello che riuscì a salvare più vite, eppure fu denigrato dal libro dell’americano Jon Krakauer. Grande libro ma scritto con l’arroganza di chi pensava di avere la verità e invece non aveva capito che cosa aveva fatto Bukreev. Analtolij ne fu schiacciato, distrutto. L’alpinismo è sovente vittima di queste superficialità».
Per questo scrivere non le piace? Eppure lo fa.
«Scrivere bisogna. Chi narra se stesso sovente è visto male, ma molti tra noi alpinisti si sono ispirati alla lettura. È un mondo per far sognare, è una cosa profonda, necessaria. È quasi una missione. L’alpinismo narrato è altruismo, se te lo tieni per te è egoismo, uno spreco. Ma è importante la sincerità, ho letto arrampicate della domenica come fossero exploit eccezionali. Reinhold Messner, di cui sono amico, è il mio maestro, alpinista visionario e narratore. Ha scritto cento libri ma è famoso per ciò che ha fatto, ricordiamocelo. Ha poi saputo essere qualcuno senza la piccozza in mano. Altri sono scappati dalla realtà, lui ha fatto politica, musei, film. È un uomo con la U maiuscola».
Il primo libro che ha letto?
«Le mie montagne di Walter Bonatti nella biblioteca Cai di Bergamo. Ero bambino».
E la prima scalata da solo?
«A 13 anni durante una settimana bianca a Santa Caterina Valfurva con i miei. Avevo nascosto l’attrezzatura nella 131 Mirafiori di papà Franco. E sono salito in cima al Sobretta di quasi 3.300 metri. Ho giocato a fare l’alpinista, ero il più felice del mondo».
A proposito di rinuncia, lei per sei volte d’inverno è tornato dal Manaslu (8.163 metri) senza aver raggiunto la vetta. Un’ossessione?
«No, è una bella montagna che mi attira
. È il più nevoso Ottomila del Nepal, per questo è raro trovare le condizioni per poterla salire. D’inverno, pur essendo facile è ostica. La neve è sempre tanta. Voglio farla in stile alpino, come sempre. Non mi interessa il successo a tutti i costi».
Per etica, insomma. Si rimprovera di aver tradito l’etica in qualche occasione?
«All’Everest. Per quattro volte con l’ossigeno
. Un errore che ho gridato forte e per primo. Si rischia di essere incoerenti, lo riconosco e lo dico. Fa male soprattutto a me. Grazie all’Everest con l’ossigeno ho fatto le mie prime salite invernali senza accettare compromessi».
Non ha smesso con l’alpinismo anche per salire l’Everest senza ossigeno?
«Non mi sono dato un termine da alpinista. Non sono Mosè, non ho da cercare tavole sui monti e se fossi più intelligente forse avrei già smesso. Sono ampiamente appagato, ho scritto una pagina della storia dell’alpinismo. Smetterò con gli Ottomila facendo l’Everest senza ossigeno e il Manaslu d’inverno. Poi ci sono tanti Settemila inviolati e migliaia di Seimila, sia in Pakistan sia nella parte occidentale del Nepal. Mondo sconosciuto ai più. Non a me».
Che dire ai giovani alpinisti?
«Fate le cose per voi stessi senza pensare a diventare personaggi. Un alpinismo di sogno, avventura. E ricordatevi che è più facile morire che vivere».