La Stampa, 17 marzo 2025
Trump licenzia i giornalisti: “Non si parla male di me”
Scherzavano, ma non troppo, i reporter di Voice of America quando pensavano al loro futuro e a che cosa sarebbe diventata sotto la presidenza Trump la mitica Voa, avventura cominciata nel 1942 per dare informazioni vere alle popolazioni devastate dal conflitto mondiale. «Da Voice of America a Voice of Maga», diceva uno dei corrispondenti che segue la Casa Bianca.
Ma nemmeno gli incubi più terribili – diventare il megafono di Donald – avevano disegnato un risveglio così traumatico. L’accelerazione è arrivata venerdì sera quando il presidente ha siglato un ordine esecutivo con il quale ha svuotato sette agenzie federali. Fra queste la Us Agency for Global Media, Usagm. È la casa madre che raccoglie tutti i media finanziati dal governo federale che operano o negli Stati Uniti o all’estero. Come Radio Free Europe, o Radio Liberty, che trasmettevano dall’Est Europa ai tempi della Guerra Fredda. Sotto l’ombrello di Usagm ricade la Voa, struttura voluta del Congresso e che quindi per legge non può essere dissolta. Così anziché chiuderla, Trump l’ha svuotata.
Da oggi Voa spegne le antenne. La sua voce non arriverà più ai 354 milioni di utenti nel mondo che ogni settimana la ascoltano in 49 lingue. I numeri di questa macchina d’informazione sono poderosi: un budget di 260 milioni di dollari; oltre 2000 dipendenti, piattaforme radio, tv e Internet che si avvalgono di 31 studi fra televisivi e radiofonici. Senza contare le ramificazioni nel mondo. Sabato mattina i dipendenti federali e alle 2.43 i contractor hanno ricevuto una e-mail. Viene comunicato loro che sono messi in aspettativa retribuita (non c’è un limite) e riceveranno i benefit previsti, come il pagamento dell’assicurazione sanitaria. Devono restare a disposizione. Entro un giorno, se convocati, devono presentarsi in sede. Ieri sera ai contractor è stato notificato che il loro contratto sarà stracciato fra 15 giorni.
Nel frattempo, obbligatori la restituzione del badge per accedere agli uffici, consegna di tutti gli strumenti di lavoro e sgombero delle scrivanie. I telefonini e le chat questo weekend erano bollenti fra inviti ai colleghi delle altre testate a fare qualcosa, appelli disperati – «ho un mutuo, famiglia, cosa posso fare ora?» – e l’attendismo di chi dice: «Non sappiamo cosa accadrà, ma una cosa è certa, domani non andrò al lavoro. E nemmeno martedì».
Trump al giornalista: “Zelensky dittatore? Non posso credere di averlo detto"
Gli uomini del Doge – la creatura di Musk per ridurre sprechi e posti di lavoro – da qualche tempo avevano preso posto nei sotterranei del palazzo della Voa al 1785 di Pennsylvania Avenue. Avevano chiesto ogni documento, spulciavano ogni voce, costi. «Avevo anche risposto al questionario su cosa ho prodotto in settimana», racconta un reporter ricordando quando il mese scorso Musk aveva ordinato ai dipendenti federali di spiegare giorno per giorno cosa avessero fatto nell’orario di lavoro. Musk celebra con perfida ironia la chiusura postando il nuovo logo, “Dope, Department of Propaganda Everywhere”, alla Casa Bianca festeggiano in maniera sguaiata. Harrison Field, il vice portavoce, ha fatto un post su X sbeffeggiando la Voa in decine di lingue, “Bye bye”, “Arrivederci” e via dicendo. E l’ufficio stampa sabato sera si è persino preso la briga di spiegare in 3 pagine, le “malvagità” giornalistiche della Voa, definita The Voice of Radical America. Da dove attingono gli zelanti dell’ufficio stampa di Trump? Da articoli dei media della galassia ultraconservatrice. «Hanno preso dieci storie rigirandole come vogliono per giustificare tutto. Ce ne è una sui migranti transgender del 2019. Come se parlare di trans fosse la peste», si sfoga uno dei reporter presi di mira.
Che l’aria fosse diventata irrespirabile, che la VOA fosse nel mirino dei vendicatori trumpiani era facile intuirlo. Sin dalla nomina di Kari Lake, ex giornalista dell’Arizona, politica con un record di sconfitte alle elezioni, ma fedelissima del tycoon, a direttrice di Voa, senza ratifica del Senato. Che ha tenuto in stand by anche quella, ben più importante, di Brent Bozell III. Chi è? Un attivista conservatore fondatore di Media Research Center organizzazione che ha fra i suoi obiettivi quello di smascherare i pregiudizi dei media liberali. È nipote di William F. Buckley, il fondatore della National Review, la più prestigiosa rivista conservatrice d’America, fucina di grandi intellettuali che oggi non è proprio sintonizzata sul conservatorismo scapestrato e schizofrenico di Donald. Brent è il padre di Leo Bozell IV, il suo nome figura fra gli assaltatori di Capitol Hill ed è nell’elenco dei “graziati”. Già queste nomine avevano fatto capire che il clima era cambiato alla VOA. Inchieste interne e rimozioni di giornalisti di prestigio sono avvenute in poche settimane. Patsy Widakuswara, capo dei Corrispondenti alla Casa Bianca, è stata rimossa con il più classico schema del promoveatur ut moveatur. Era nella lista dei giornalisti scomodi. Mercoledì, nello Studio Ovale, ha fatto una domanda a Trump su Israele che il tycoon ha liquidato in malo modo. La Casa Bianca ha recapitato ai “capi” di VOA la lamentela per la domanda sgradita.
Lo staff di The Donald ha iniziato a smontare ogni pilastro del giornalismo indipendente: la sala stampa della White House aperta ai nuovi media; il pool che segue il presidente rivisto per inserire media amici; l’accesso a Studio Ovale ed Air Force One bandito all’Associated Press (e Huffington Post) rea di continuare a chiamare Golfo del Messico quello che per Trump è Gulf of America. Per Trump poi i media che scrivono male di lui sono «illegali e corrotti». Cnn, Msnbc e altri «scrivono male di me al 97,6%». Questo «deve finire. Deve essere illegale», ha detto. Anzi, detto e fatto.