La Stampa, 17 marzo 2025
“Io, licenziata in tronco perché protesto contro Vucic”. E il leader fa il mea culpa
Hanno provato di tutto per rendere violenta la manifestazione organizzata dagli studenti serbi. Oltre mezzo milione di persone hanno reso sabato il centro di Belgrado una protesta corale, diffusa, contro il presidente della Repubblica Aleksandar Vucic. È stato facile per i provocatori mescolarsi alla folla e agire. C’è stato chi ha lanciato lattine di birra e bottiglie contro gli agenti di polizia, chi ha scatenato liti e tirato pugni senza motivo. I provocatori sono stati individuati e isolati rapidamente e la manifestazione è proseguita. Alle sette di sera si è persino udita una detonazione potente, lancinante.
Secondo gli esperti di apparecchiature militari sembrava lo sparo di un cannone sonico, un’arma di proprietà del servizio di sicurezza serbo. I ministeri dell’Interno e della Difesa hanno smentito di averla usata ma – qualunque ne sia stata la causa – il suono misterioso ha avuto l’effetto di seminare il panico nel mezzo milione di persone radunate nel centro di Belgrado. Nemmeno in questo caso si è scatenata violenza. In molti hanno iniziato ad andare via e chi è rimasto ha continuato a cantare, a urlare slogan. Era l’impegno degli studenti, non trasformare il 15 marzo in nient’altro che in un immenso urlo di protesta e ci sono riusciti. Hanno smentito il presidente che aveva descritto la loro manifestazione come una minaccia per il Paese e lo hanno costretto a cambiare tono.
Quando le immagini hanno confermato in modo innegabile che un serbo su dieci era sceso in piazza contro di lui, Vucic ha promesso che entro il 18 aprile dovrà essere formato un nuovo governo, in caso contrario si andrà a elezioni anticipate probabilmente l’8 giugno. «Abbiamo capito bene il messaggio, e tutti coloro che sono al potere devono capire il messaggio quando si radunano talmente tante persone, dobbiamo apportare in noi dei cambiamenti e imparare molto da tutto ciò», ha affermato Vucic parlando in diretta televisiva. «Al tempo stesso – ha aggiunto – spero che anche gli altri abbiano capito bene il messaggio della maggioranza della Serbia, e cioè che i cittadini non vogliono una rivoluzione colorata, non vogliono violenze e che desiderano cambiare il governo attraverso le elezioni».
Le violenze non ci sono state e ora è il momento di cambiare, è la risposta che arriva dalla piazza alle affermazioni del presidente. Vojslava Crnjanski ha 57 anni, in Serbia è una firma nota, ha ottenuto riconoscimenti e ha un ampio seguito. A gennaio è stata licenziata dal giornale in cui lavorava, il Vecernje Novosti. «Ho ricevuto la decisione il 13 gennaio, un giorno dopo aver pubblicato una foto di me e del mio amico mentre protestavamo davanti alla Corte costituzionale in una storia sul mio profilo Instagram privato. Mi hanno dato una settimana di preavviso e sei mesi di stipendio, e mi hanno mandata via. Dopo 31 anni di lavoro come giornalista. Naturalmente, nella decisione di risoluzione del mio rapporto di lavoro si affermava soltanto che la necessità di svolgere il mio lavoro è cessata, e si spiegava che secondo un’analisi dettagliata delle prestazioni lavorative dei dipendenti del mio settore stavo ottenendo i risultati lavorativi più bassi. Eppure la mia prestazione lavorativa al momento del licenziamento era la più alta in termini di numero di articoli e che ho ricevuto due volte il premio di Giornalista dell’anno e diversi premi Collegium per singoli articoli, l’ultimo a dicembre. Ho quindi motivo di sospettare che il motivo del mio licenziamento non sia stata la mia prestazione. Ora, dopo 31 anni di lavoro, sono disoccupata ma non smetto di protestare. Sono andata alla manifestazione di sabato, è stata importante e ha mostrato la forza di questo movimento. Vucic ha detto che è pronto a cambiare? Ammetta che tra i manifestanti c’erano dei provocatori, li faccia processare e ascolti le richieste degli studenti. Solo allora mi fiderò di lui».
Vojislava Crnjanski è solo una delle troppe persone che in Serbia sono vittime di un sistema che il movimento di studenti è deciso a cambiare. È una delle poche che accetta di farlo con nome e cognome. Gli altri hanno ancora paura di esporsi ma appartengono a ogni categoria sociale. Ci sono ristoratori a cui è stato sottratto il locale che avevano, professori che per partecipare alle proteste hanno ricevuto uno stipendio di 15 euro, dipendenti pubblici licenziati per essersi rifiutati di sottomettersi a un ricatto. Dopo la prova di forza di sabato chi sta subendo da anni in silenzio inizia a sentirsi meno solo mentre chi si è scoperto più debole è proprio il presidente che sta cercando una strategia per placare una protesta che rischia di trascinare il Paese in una profonda crisi economica e di travolgere lui e il suo sistema.
Ma la strategia è unica. «Dare seguito alle richieste degli studenti per attivare strumenti e procedure anticorruzione e fare sì che la magistratura sia indipendente e la giustizia civile rapida. In questo modo sicuramente rilancerebbe la crescita del Paese», avverte Biagio Carrano, titolare della società eastCom consulting che edita il portale Serbian Monitor, un attento osservatorio sulla realtà serba.
Che faranno a questo punto gli studenti? «Chi è più intelligente non si arrende, chi è più intelligente si organizza!», hanno scritto sui loro profili social della facoltà di Lettere dell’università di Belgrado.