La Stampa, 17 marzo 2025
" Sunita e Butch erano pronti a tutto Musk ha ragione, andremo su Marte"
Paolo Nespoli è uno degli astronauti europei con maggiore esperienza di vita e lavoro in orbita. Astronauta dell’Agenzia spaziale europea dal 1998 al 2018, ha preso parte a tre missioni, trascorrendo 313 giorni in orbita in tre diverse missioni: la prima, sullo Space Shuttle della Nasa nel 2007 per la durata di 15 giorni; la seconda a bordo della Sojuz TmA-20, per la Expedition 26 e 27 per quasi sei mesi, più i quattro mesi con la Expedition 52 e 53 partita con la Sojuz Ms-05 da luglio a dicembre 2017.
I due astronauti di Starliner sono rimasti in orbita molto a lungo. Dal lato psicologico può avere influito?
«Sunita e Butch sono due astronauti con alle spalle grande esperienza spaziale. Avevano già effettuato missioni di lunga durata, e sicuramente ciò ha pesato. Anzi, credo che siano stati scelti per questa prima missione di test della Starliner proprio perché veterani, e quindi pronti a tutto».
Dunque quando dicevano di essere contenti dell’opportunità, era vero …
«Certamente. Per loro, che sono già verso fine carriera, fare una missione quasi da record è stata una grande opportunità. Ed è stata anche un’occasione per la Nasa di avere una forza lavoro in più in orbita, con due astronauti così preparati. E poi tutte queste missioni di lunga durata ci danno ulteriori informazioni su ciò che potrà avvenire in futuro, con missioni per Marte, ad esempio. Anche se dureranno ben più di nove mesi».
Lei ha conosciuto i due astronauti?
«Sì, molto bene. Perché Sunita faceva parte del team di astronauti selezionato nel 1998, lo stesso della mia selezione. Però ho lavorato di più con Butch, perché impegnati in uno stesso team che lavorava per un programma di addestramento a terra».
Cosa significa, ora, tornare sulla Terra? Lei stesso racconta spesso che non è semplice riadattarsi.
«È soggettivo. Io ad esempio ho sempre patito molto il riadattarsi alla gravità terrestre. Quando vai nello spazio da terrestre diventi extraterrestre, e al ritorno la cosa è inversa. Vi è un problema fisico, perché nonostante la ginnastica in orbita, il fisico si indebolisce. Anche dopo le prime due o tre settimane, per un po’ bisogna stare attenti agli strappi muscolari. Piuttosto dolorosi. Per fare certi movimenti, all’inizio, ci vuole cautela. E poi paradossalmente nello spazio molte cose sono meno faticose: là non devi fare delle scale per andare su e giù, oppure spostare un pacco pesante e grosso all’inizio può sembrare faticoso».
E dopo quanto tempo si recupera completamente?
«Dopo circa sei mesi. Ma non è che prima sei in degenza, solo le prime tre settimane, poi tutto procede bene».
È vero che non si può guidare in questo periodo?
«Sì, ma è solo una precauzione. Preferiscono non farti guidare perché all’inizio anche certe percezioni, dovute all’apparato vestibolare ma non solo, devono riadattarsi».
Un esempio?
«Quando rientrai da una delle mie missioni, mi fecero fare una cosa all’apparenza assai banale, come tirare una pallina contro un muro. Anche quello era utile, perché quando sei in assenza relativa di gravità vi è percezione diversa sulle traiettorie di un oggetto. Nei primi giorni, il riadattamento rientra tutto in un importante processo biomedico».
E per il futuro? Il ritorno sulla Luna sembra vicino, ma davvero, come dice Elon Musk, potremo andare su Marte entro pochi anni?
«La storia, sia recente che passata, ci insegna che ciò che ora appare quasi impossibile poi diventa realtà. È capitato quando siamo arrivati sulla Luna negli anni Sessanta, e pochi decenni prima sembrava follia. Andare su Marte è certamente complicato, vi sono molti problemi ancora da risolvere: la protezione dalle radiazioni, come fare scendere con sicurezza e forma fisica gli astronauti dopo otto mesi di viaggio, e tanto altro ancora. E poi ci vorrà un’astronave gigantesca. Ma sono certo che ci arriveremo, su questo concordo con Musk».
Ma ora c’è prima la Luna da riconquistare, più vicina e meno complicata da raggiungere.
«E lo faremo con il grande contributo dell’Europa e delle istituzioni, dell’industria e della ricerca italiana. Per queste grandi conquiste disogna basarsi sulla cooperazione di tante nazioni. È fondamentale. Così come è importante che l’Europa diventi più autonoma nei grandi programmi spaziali: siamo bravi e abbiamo tutte le potenzialità». —