ilmessaggero.it, 17 marzo 2025
Garlasco, i dubbi nelle indagini. La criminologa: «Ecco i cinque punti che non tornano»
«Presto Alberto Stasi uscirà dal carcere». La criminologa Anna Vagli analizza il delitto di Garlasco. «Dopo così tanti anni, anche a livello investigativo, il margine di errore dal mio punto di vista potrebbe aumentare». Per l’esperta del caso ci sono alcuni dubbi che rimangono su quello che, a tutti gli effetti, appare come un omicidio.
Il Dna è come il nostro codice fiscale, quindi ognuno ha il suo e ci identifica. Però deve essere comunque circostanziato, quindi deve essere ricondotto alla fase omicidiaria per poter dire che appartiene all’assassino di Chiara Poggi. Tuttavia credo che sia un DNA da contaminazione e di conseguenza non penso che sia rilevante ai fini delle indagini. Al momento c’è un colpevole che è Alberto Stasi, vedremo dove porteranno le nuove indagini su Sempio, posto che anche lui frequentava casa Poggi e quindi, al di là di quello che viene detto, dovrà essere contestualizzato per poter dire che lui è l’assassino.
Stasi ha agito da solo?
Credo di sì. Giuste le indagini se ci sono elementi da approfondire su Sempio. Ma ricordiamoci che Stasi è stato condannato in via definitiva. Il concorso dovrà essere dimostrato per scardinare sia la sua condanna che un’eventuale responsabilità di Sempio. Dopo così tanti anni, anche a livello investigativo, il margine di errore dal mio punto di vista potrebbe aumentare. Quando le situazioni sono così intricate bisogna anche guardare alla vittimologia (ramo criminologia che studia la vittima per risalire all’autore del reato).
Ovvero?
Ci si può avvalere anche dello strumento dell’autopsia psicologica, che è la ricostruzione biografica degli ultimi mesi di vita di una persona morta in circostanze sospette. Si utilizza per cercare di capire chi è l’autore del crimine, di capire quali erano i rapporti che legavano Chiara a un amico o al fratello. Per fare questo bisogna intervistare parenti, amici e tutte quelle persone che sono gravitate negli ultimi mesi di vita intorno a Chiara.
Perché secondo lei è colpevole?
La telefonata al 118 dopo il delitto è fortemente indiziante.
Il non dire che era la fidanzata a essere morta è atipico per una persona in stato di choc autentico. Che lo avrebbe dovuto spingere a raccontare spontaneamente. Poi lui dice che non sa se è ancora viva. Prima di chiamare i soccorsi, però, va in caserma.
“Sì, mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli a Garlasco [..] È una via senza uscita, mi sembra il numero 29 ma non ne sono sicuro. Credo che abbiano ucciso una persona ma non ne sono sicuro, forse è viva. Adesso sono andato dai carabinieri, c’è sangue dappertutto e lei è sdraiata per terra”
In quel frangente l’operatore del 118 domanda se si tratta di un parente. Alberto Stasi risponde.
“No è la mia fidanzata”. E ancora. “Ma lei è in casa adesso”. “No sono in caserma, sono appena arrivato, adesso gli dico cosa è successo”
Cosa non torna della versione di Stasi?
In quella chiamata ai sanitari il giovane commette un primo errore, raccontando di aver trovato la giovane sdraiata in terra. Ma, in realtà, Chiara era riversa sulle scale che dal piano terra conducono alla cantina. C’è qualcosa di ancor più agghiacciante ed è rappresentato dal tono di voce di Alberto: asettico, distaccato, quasi imperturbabile.
Discute di una persona forse uccisa, forse ancora viva. Soltanto dietro suggerimento dell’operatrice riferirà che ad essere ferita mortalmente era la sua fidanzata. C’è di più. Stasi non ha effettuato quella telefonata mentre tentava di prestare soccorso alla vittima, dal momento che dal suo racconto forse poteva ancora essere viva. Al contrario, dopo averla vista in una pozza di sangue si è diretto alla stazione dei carabinieri. Dichiarerà inoltre che c’era sangue dappertutto, ma lui ne uscirà completamente immacolato quando giungeranno sul posto il 118 e i carabinieri. Un comportamento sicuramente non assimilabile alla perdita di una fidanzata. Per di più in un contesto evidentemente di matrice omicidiaria.
Dal modo in cui è stata uccisa quali conclusioni si possono trarre?
I colpi che hanno ucciso Chiara Poggi, e che hanno determinato quello spargimento di sangue, sono quelli inferti al capo e al volto. Il fatto che siano state colpite queste zone anatomiche non è un caso. Chi fa profiling, infatti, sa bene che scagliarsi contro il capo e il volto implica l’esistenza di una conoscenza diretta tra vittima e carnefice. Mi spiego. Si decide di colpire al capo per eliminare i pensieri che la vittima non dovrebbe avere, mentre ci si scaglia contro la bocca per impedire la fuoriuscita di parole che rivelerebbero un segreto inconfessabile. Lo scopo di Stasi era fin dall’inizio quello di annientare Chiara nella sua identità prima ancora di privarla per sempre del suo respiro.
Chiara Poggi conosceva il suo assassino?
Una circostanza impossibile da confutare. Sul corpo della vittima non sono state riscontrate lesioni da difesa quindi, con ogni probabilità, la stessa non si aspettava di essere aggredita dalla persona che aveva di fronte perché si fidava. Inoltre, Chiara indossava un pigiama estivo e parecchio scollato ragion per cui, in considerazione delle sue caratteristiche personologiche, non avrebbe mai aperto a un estraneo così vestita. Ma vi è di più. La casa non presentava nessun segno di effrazione, nessuna cosa era stata sottratta e l’aggressore era stato capace di divincolarsi senza difficoltà e con disinvoltura nell’ambiente considerando che le persiane di casa erano ancora chiuse.
Un altro punto sui cui sono sono concentrate le indagini sono le scarpe di Stasi, prive di tracce ematiche. Non sono un simbolo della sua presunta innocenza?
Tutto il contrario. Dal momento che gli esseri umani non volano, la mancanza di tracce ematiche sotto quelle suole lo inchioderà in maniera incontrovertibile. Durante l’appello bis, difatti, venne conferito incarico di espletare una perizia, la terza, avente ad oggetto la possibilità o meno di calpestare le tracce ematiche.
I periti, nel nuovo esperimento, arrivarono a concludere che, ipotizzando otto passi dall’ingresso dell’abitazione al primo scalino delle scale che conducevano in cantina, la possibilità che Alberto non calpestasse il sangue di Chiara era pari allo 0,00038 %. A maggior ragione, considerando come punto di arrivo il secondo gradino, la percentuale si riduceva allo 0,00002 %. In aggiunta, questo è un cammino che Stasi doveva aver inevitabilmente percorso a ritroso. Oltre alle percentuali c’è anche un altro dato da tener presente. Di fronte alla vista del cadavere della fidanzata è assurdo ed inumano anche solo pensare che Stasi abbia chirurgicamente cercato di evitare di calpestarne il sangue.
Ci sono poi le impronte sul dispenser del sapone al piano terra di casa Poggi.
Un altro elemento fortemente indiziante della colpevolezza di Alberto Stasi. Ed è allo stesso modo presente il profilo genetico di Chiara Poggi, ma non degli altri suoi familiari. Circostanza anomala dal momento che frequentavano quella casa. Tuttavia, una tale assenza può essere giustificata soltanto da un’attività di ripulitura. Nello specifico, è plausibile che il giovane, dopo aver ripulito il lavandino e il dispenser, nel tentativo di risistemare quest’ultimo abbia lasciato quelle due tracce.
L’elemento che ha inchiodato Stasi è il profilo genetico di Chiara rinvenuto su uno dei pedali della bicicletta sequestrata. Cosa non torna?
Due testimoni – in un orario compatibile con quello della morte della ragazza – avevano visto parcheggiata fuori dalla villetta una bicicletta nera da donna. Il maresciallo Marchetto, dopo essersi recato al negozio di ricambi auto del padre di Alberto, deciderà di non sequestrare proprio una bicicletta corrispondente a quella descrizione. Ma dopo nove anni quel mancato sequestro gli varrà una condanna per falsa testimonianza. Difatti, per giustificare la propria inerzia, aveva dichiarato davanti al GUP di aver assistito all’interrogatorio della testimone e di non aver reputato la bici presente nel negozio di Stasi compatibile con quella avvistata. Al contrario, una settimana dopo il delitto, era stata sequestrata una bicicletta bordeaux da uomo.
E proprio sui pedali di quella bici verrà trovata una consistente quantità di Dna appartenente a Chiara. Alberto, però, quando si era recato a casa di quest’ultima e aveva scoperto il corpo, era in auto. Dunque, non può trattarsi di contaminazione secondaria, bensì primaria. Ma come si spiega che la bicicletta avvistata dai testimoni era nera da donna e non bordeaux da uomo? Grazie a una consulenza disposta dal legale della famiglia Poggi si è scoperto, dopo sette anni dal delitto, che i pedali della bicicletta nera lasciata nel negozio del padre di Alberto e quelli della bicicletta bordeaux potrebbero essere stati invertiti. Difatti, la marca di pedali “Union 20” montati sulla bicicletta nera, è quella usata per le biciclette marca Umberto Dei, proprio come il modello della bicicletta bordeaux.
Quando uscirà Stasi dal carcere?
Il fine pena di Stasi è previsto per il 2030, però con i benefici di legge potrà uscire già nel 2028