Corriere della Sera, 16 marzo 2025
Intervista a Stefania Andreoli
Stefania Andreoli, partiamo dall’inizio?
«Prendiamola alla larga: 1979, nasco a Busto Arsizio in provincia di Varese. Primogenita, due anni e mezzo dopo arriva mio fratello Riccardo, il nome lo scelgo io. Lui è il bello della famiglia».
Infanzia difficile?
«In un quartiere difficile. A pochi isolati abitavano persone in regime di semi-libertà, tanti conoscenti della mia adolescenza poi finiranno in carcere. Non è stata una passeggiata».
Mamma e papà che cosa facevano?
«Papà ha fatto una bella carriera in banca, ancora oggi gioca a tennis e si tiene in forma. Mia madre era bellissima, ha presente Brigitte Bardot? Una volta venne a scuola con una pelliccia, con i boccoli biondi, ero molto orgogliosa. Ma lavorava solo papà, non siamo mai stati ricchi».
Qualche schiaffo gliel’hanno dato?
«Più di uno».
E lei, che oggi da psicoterapeuta insiste molto sui gesti gentili nei confronti dei piccoli, come l’ha presa?
«Male, tanto è vero che a lungo io ho nutrito rancore verso i miei genitori. Qualche volta, poi, gli schiaffi arrivavano per difendere mio fratello, quindi doppio smacco: io, donna, ero quella che doveva tacere e incassare. Però oggi, matura e forte di un rigore teorico nella mia professione, capisco i miei. Finalmente vedo le persone che sono e che sono state, al di là dei genitori».
È difficile perdonare?
«Lo è capire. Io oggi li capisco, capisco il contesto nel quale si trovavano a educare una figlia, so che oggi riflettiamo più profondamente sul valore dell’educazione. E se oggi sono una psicoterapeuta felice del mio lavoro e della mia vita, lo devo anche a loro: nulla avviene per caso, siamo il risultato di una trama».
E la trama della vita di Stefania Andreoli com’è stata finora?
«Piena di disastri!»
Ma suvvia, dottoressa, lei è popolarissima, seguita da oltre mezzo milione di persone sui social, è ospite fissa da Alessandro Cattelan in radio, i suoi libri vendono decine di migliaia di copie, va in tv e ha un parco pazienti molto nutrito. Anche se ha «combinato disastri», come dice lei, di certo ne è uscita benissimo.
«Sfatiamo subito una convinzione: tanti pensano che chi fa il mio lavoro abbia avuto una vita irreprensibile e che non abbia sbagliato un colpo. Falso: io in passato ho flirtato a lungo con il rischio, anzi, ci sono stati dei momenti in cui le cose o le sentivo fortissimo o non le volevo sentire affatto. E ne parlo senza problemi, uno dei valori che i miei mi hanno insegnato è quello di essere autentica, sincera, in tutto».
Allora cominciamo: una follia del passato.
«Be’, nel 2010, appena reduce da una convivenza sbagliata – la prima e ultima pre-matrimonio – sono partita per le Azzorre con un biglietto di sola andata. Non stavo bene, è evidente, ma volevo rischiare. Non sapevo come e per che cosa, fatto sta che quando vidi un cameriere bello e claudicante, mi innamorai subito. In seguito seppi che era un ex tossicodipendente, ma non fu un problema, ero disposta a tutto pur di stare con lui. Anzi, ero intenzionata a lasciare tutto e ad aprire un bar a Graciosa».
Chi riuscì a dissuaderla?
«Le mie amiche».
In passato ha sofferto molto per amore?
«Sì e se vado con la memoria al primo fidanzato non è un ricordo piacevole».
Racconti.
«Si chiamava Luca, io avevo diciassette anni e lui qualcuno in più. Oggi chi mi segue conosce il mio impegno contro la violenza sulle donne: ebbene, quello fu un rapporto impari sul piano affettivo, irrispettoso da parte sua, profondamente doloroso per me».
La picchiò?
«Mi diede una testata con il casco, per fortuna che anche io ne indossavo uno. Se oggi mi batto affinché le donne siano rispettate, questa inclinazione nasce anche da quello che ho vissuto. E quando l’imprinting affettivo è sbagliato, si tende a commettere errori in amore».
Lei da qualche anno è separata da suo marito, Cristiano Zabeo, con il quale ha avuto due figlie. Che cosa ha incrinato il rapporto?
«Intanto ci tengo a dire che oggi siamo in rapporti ottimi, che ci vediamo e che insieme educhiamo Agnese e Delfina. Anzi, sono fiera di come abbiamo gestito la separazione, senza traumi né per noi né per le bambine. Io credo che ad un certo punto le nostre strade si siano divise, dopo il matrimonio, la mia carriera ha cominciato a volare: televisione, pazienti, libri, social. Arrivavano soldi, che in ogni caso restavano in famiglia: abbiamo avuto sempre un conto bancario unico, fino alla separazione. Però la scelta di mandare avanti me nella carriera, facendo lui un passo indietro, evidentemente non è (ancora) un modello amoroso sostenibile. Sentivo che lui era a disagio, capivo che c’era qualcosa che non andava, anche se non ho colto subito l’asimmetria. Alla lunga, non abbiamo retto».
Oggi lei è innamorata?
«Molto. Di un uomo profondamente diverso da quelli del passato, ma sono diversa anche io».
Meno flirt con il rischio?
«Sono in analisi da dodici anni, a qualcosa sarà servito. Oggi mi sento una donna matura, consapevole, risolta. E una donna così sa come vive l’amore? Come un lusso. Non vai più a cercare nell’altro quello che ti manca, ma ci arrivi completa, “già mangiata”. E partendo da questo punto, ti puoi permettere mille cose: dalla semplice carezza, al silenzio, all’assenza, al gioco. Quando smettiamo di chiedere all’altro o all’altra di colmare i nostri vuoti, allora cominciamo davvero ad amare».
Che tipo di analisi sta facendo?
«Sa che non lo so bene? È una donna, bravissima, ma non so se sia junghiana o freudiana o altro. Stando alla lunghezza delle sedute, direi lacaniana, ma ho capito che fa per me la prima volta che ho messo piede nel suo studio: quando ho visto che possiede uno svuota-tasche firmato Ginori, ho concluso che è il mio tipo. Da tre anni, ogni giovedì, prima vado in palestra, poi dalla dottoressa, quindi pranzo fuori e poi vado al lavoro. La routine, ogni tanto, mi piace».
Sui social, l’immagine che lei restituisce è quella di una donna bellissima e sicura di sé.
«Lo sono, intendo “sicura di sé”. Pensi che sono nata con una displasia delle anche: niente di che, diciamo che sono venuta al mondo con una parte del corpo fragile. E non mi sono sentita sempre una bella donna, anzi. Quando ho conosciuto il mio futuro marito pesavo dieci chili in più: era una barriera con il mondo, tenevo alla larga tutti. Lui mi ha corteggiata pazientemente, alla fine ho ceduto. E da gennaio a settembre, quando ci siamo sposati, ho perso peso. Eppure, il primo, feroce litigio, lo abbiamo avuto nel giorno della “promessa”».
Il motivo?
«Non ricordo, ma qualcosa mi dice che è legato ai punti della Esselunga. Una sciocchezza. Allora io avevo i capelli lunghi fino ai fianchi, ma mi sentivo così bella e sicura di me che andai a tagliarli. Il giorno delle nozze avevo i capelli alla maschietta».
Come adesso.
«Stanno ricrescendo, ma tagliarsi i capelli è un segnale: che stai bene con il tuo corpo, che puoi divertirti a cambiare pelle, che puoi permetterti di giocare con il tuo aspetto. E sono felice anche di mostrarmi così a chi mi segue sui social. I maligni dicono che sono una “egoriferita”? Certo, rispondo io: a chi devo riferire se non a me stessa?».
Facciamo un gioco psicoanalitico?
«Volentieri».
Se le dico «madre», che cosa le viene in mente?
«Utero».
E se le dico «Freud»?
«Cocaina».
Se dico «Recalcati»?
«Ingiustizia».
In che senso?
«Nel senso che Massimo Recalcati è un bellissimo uomo, affascinante e pieno di sex appeal. Eppure, nonostante sia bello, nessuno mette in discussione le sue competenze. In me, invece, l’aspetto fisico deve essere sempre accompagnato da un dubbio sulla mia preparazione. Ecco perché lui mi fa venire in mente un’ingiustizia».
Se dico «Cattelan»?
«Rispondo “intelligenza”. Da anni sono ospite fissa nella sua trasmissione Catteland, su Radio Deejay e la prima volta che l’ho vista mi sono detta: “mamma mia che bello”. Però io preferisco i bruni, così mi sono subito sentita tranquilla. Per anni, durante le pause della trasmissione, non ci siamo detti una parola: lui si metteva a guardare il telefono, io le mie scarpe. Poi, da un anno, abbiamo scoperto che ci piace anche conversare e così ho potuto capire quanto lui sia intelligente, sensibile, empatico. Oggi posso dire che tra di noi c’è una bella e franca amicizia».
Le sue figlie. Agnese ha 13 anni e Delfina 10. Possiedono il cellulare?
«La minore è troppo piccola, la prima ce l’ha ma rigorosamente senza social. Vede, nella nostra famiglia sia io che Cristiano chiediamo loro da sempre una cosa sola: che siano rispettose nei confronti del prossimo. Per nostra scelta loro vanno nelle scuole pubbliche e nelle classi multietniche: devono capire subito, sin da piccole, che tutte e tutti siamo parte di un’unica umanità. E non verranno mai punite per un brutto voto, ma solo quando e se mancheranno di rispetto a qualcuno. Queste regole in casa le abbiamo scritte su grandi fogli che teniamo affissi in cucina, in soggiorno e nelle loro camere».
Ultimo rimando freudiano: so che non siete parenti, ma se le dico «Vittorino Andreoli» che cosa le viene in mente?
«Sopracciglia».
In effetti.
«Lo invidio: con quelle sopracciglia può incazz... arrabbiarsi come si deve, diamine!».