Corriere della Sera, 16 marzo 2025
Gli Usa attaccano gli Houthi: 31 morti. Trump all’Iran: «L’appoggio ai terroristi deve finire». La risposta degli ayatollah
Da giorni si temeva una ripresa degli attacchi da parte dei militanti contro il traffico navale in Mar Rosso
Gli Usa hanno giocato d’anticipo, anche se c’era qualche segnale nell’aria, e hanno lanciato una serie di raid contro gli Houthi nello Yemen. Una «campagna» condotta insieme alla Gran Bretagna destinata a protrarsi per giorni o settimane con un doppio obiettivo: la milizia sciita e l’Iran, il loro principale sponsor.
I bunker e i barchini-kamikaze
Da giorni si temeva una ripresa degli attacchi da parte dei militanti contro il traffico navale in Mar Rosso. I leader lo avevano annunciato come risposta al blocco degli aiuti verso Gaza da parte di Israele. Era seguita una mobilitazione e soprattutto erano stati notati movimenti militari. Tra questi il continuo trasferimento di materiale all’interno di bunker scavati in zone montuose.
Inoltre, c’era stata un’esplosione in un porto costata la vita ad alcuni combattenti e a diversi «consiglieri» stranieri (forse iraniani) mentre stavano mettendo a punto dei barchini-kamikaze. Mezzi utilizzati per le incursioni sulla via d’acqua: oltre 150 a partire dal 2023.
L’attacco: 31 morti e decine di feriti
Washington ha manovrato schierando la portaerei Truman al fianco del dispositivo aeronavale occidentale che da mesi incrocia nella regione. E ha sferrato il colpo con diverse ondate affidate a missili da crociera, droni, caccia. Colpite la capitale Sanaa, la regione di Marib, il porto di Hodeida, postazioni, depositi, centri di comando e forse anche alcuni target di alto valore, ovvero ufficiali nemici. Un’azione massiccia, estesa, che – secondo fonti locali – ha provocato 31 morti e decine di feriti.
Una prima fase di strike, ripetono gli americani, presto seguita da ulteriori interventi per contenere e debilitare l’apparato della milizia. Che ha sempre dimostrato di saper «incassare» e, al tempo stesso, in grado di avere comunque un arsenale sufficiente a dettare condizioni in uno scacchiere strategico. Gli esperti, ma anche l’intelligence, ha più volte notato come sia difficile valutare lo stato dell’apparato Houthi.
Il messaggio di Trump all’Iran
La Casa Bianca ha accompagnato l’attività bellica con un messaggio rivolto agli ayatollah. Ed è stato lo stesso Donald Trump a postarlo in rete con i toni roboanti che lo contraddistinguono: «All’Iran: l’appoggio ai terroristi Houthi deve finire IMMEDIATAMENTE! (scritto in maiuscolo, ndr). NON minacciate il popolo americano, il suo presidente che ha ricevuto uno dei più ampi mandati della storia presidenziale, e neppure la via d’acqua».
A sottolineare il monito, con avviso di ulteriori conseguenze, The Donald ha fatto diffondere una sua foto mentre seguiva in diretta i raid. Le parole sintetizzano la strategia dell’amministrazione nei confronti di Teheran: massima pressione diplomatica/sanzioni per bloccare il programma nucleare ed avviare negoziati; eventuale opzione militare (anche se Trump ha ribadito che preferisce la trattativa). Prendendo di mira l’alleato yemenita dei mullah gli Stati Uniti vogliono far capire all’interlocutore che tutto è possibile e lo mettono alla prova.
Il missile lanciato dagli Houthi
Gli Houthi, come prevedibile, hanno replicato promettendo una ritorsione. Possibile che cercheranno di ostacolare il traffico marittimo e di raggiungere con droni/missili il territorio israeliano oppure qualche installazione nella regione da dove sono decollati i velivoli statunitensi. Nella notte un missile lanciato dallo Yemen è esploso nella penisola egiziana del Sinai, non lontano dalla città costiera di Sharm el-Sheikh. Lo scrive il Times df Israel, affermando che l’esercito israeliano sta indagando per capire se il missile intendesse colpire Israele.
Il movimento ha ancora molte armi, messe insieme in loco oppure ricevute via mare dall’Iran. Un report recente ha rivelato che ha allungato il raggio d’azione dei droni-kamikaze grazie a tecnologia cinese e non è stato escluso che abbiano avuto anche appoggi da parte dei russi.
Domenica mattina è poi arrivata la risposta di Teheran. Il regime, dopo aver condannato i «barbari bombardamenti», ha affermato che gli Usa non hanno alcuna «autorità» per dettare la politica estera di un altro Paese mentre i pasdaran hanno messo in guardia contro ogni «aggressione». A ruota è intervenuto il ministro degli Esteri Sergei Lavrov: in un colloquio telefonico con l’omologo americano Rubio ha chiesto di «fermare gli attacchi nello Yemen». Secondo i media statunitensi Mosca era stata avvisata attraverso i canali diplomatici dell’imminente strike.