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 2025  marzo 16 Domenica calendario

Franconieri: “Con la scienza anche dopo trent’anni nessun killer è al sicuro”

Il profilo genetico su un guanto di pelle conservato da 32 anni nei sotterranei del tribunale di Vicenza, l’improvviso “match” con un campione biologico su un fazzoletto sul luogo di una sparatoria in Calabria. «Immagini un dna ignoto trovato sulla scena del crimine che gira in una banca dati per anni e poi combacia con quello di un’altra scena del crimine, attuale. Oggi nessun assassino rimasto libero può pensare di averla fatta franca definitivamente. Anche se sono passati trent’anni siamo in grado di andarli a prendere»
Pamela Franconieri, lei è la responsabile del pool cold case del Servizio centrale operativo. Quanti di questi vecchi casi avete risolto?
«Su 360 casi esplorati, 150 sono stati considerati degni di approfondimento, e 61 sono stati risolti. E non sono pochi. Da investigatore posso dire che dare giustizia a famiglie che vivono da anni nel dolore e trovare prove a carico di presunti responsabili impuniti è una soddisfazione».
Quale può essere la chiave risolutiva a distanza di tempo?
«I progressi scientifici e tecnologici innanzitutto, ma uniti alle nuove tecniche di investigazione, perché trovare l’identità di un Dna può non bastare.Le nostre sono indagini che rivivono anche grazie ad una prospettiva diversa. Quando un investigatore va sulla scena di un crimine la deve guardare, respirare, ma deve avere anche una certa distanza. La nostra è una distanza temporale che è fondamentale, ci fa vedere con occhi diversi».
Ci racconti un caso che le ha dato particolare soddisfazione.
«Quello dei coniugi Fioretto e Begnozzi. Era il 1991, lui avvocato, lo attesero sotto casa. Un’ esecuzione, quattro colpi di pistola, non risparmiarono neanche la moglie. Il dna del killer venne isolato nel 2012 su una pistola e su tre guanti ritrovati sulla scena del crimine ma non aveva alcuna corrispondenza. Fino al 2023, quando dalla banca dati è venuta fuori la concordanza con un profilo genetico di un uomo coinvolto in una sparatoria in Calabria. Uno ‘ndranghetista nel frattempo finito in carcere».
Ma come si sceglie un’indagine da riaprire?
«Si parte dallo studio di un fascicolo bello polveroso. Lo facciamo noi o le squadre mobili, lo si riguarda con gli occhi di un investigatore che è diverso da trent’anni fa. Cambiano l’approccio, i mezzi. E si va a vedere se dal punto di vista scientifico si può fare qualcosa in più
. Altre volte la sollecitazione parte magari da intercettazioni da cui viene fuori una pista nuova».
I reperti negli scantinati dei tribunali sono dunque preziosi.
«Sono un enorme potenziale tesoro. Su un abito che è stato analizzato 20 anni fa alla ricerca di dna ritenuto inutilizzabile, ora con le nuove tecniche si può fare tantissimo. Come sta avvenendo a Garlasco. Le indagini sono delle scatole molto complesse, l’importante è che il sopralluogo sia fatto bene. È la chiave di qualsiasi indagine».
Cosa le piace di più di questo lavoro?
«A me l’espressione cold case non piace. Per noi sono sempre caldi, ci sono persone che non ci sono più, persone che continuano a soffrire e criminali che pensano di averla fatta franca. Quando a distanza di 25 anni si va a bussare alla loro porta, quando dimostri ai familiari delle vittime che non ci siamo dimenticati di loro, ti ripaga da solo di tutti i sacrifici. La riapertura di un fascicolo è una sfida: c’è una mano che toglie la polvere accumulata e un occhio che riesce a vedere qualcosa in più».