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 2025  marzo 16 Domenica calendario

Carlotta Cossutta: “Io come nonno Armando, la politica è parte di me”

Ha 38 anni Carlotta Cossutta, nipote di Armando Cossutta, il leader del Partito comunista italiano scomparso dieci anni fa. Carlotta, folti ricci neri ribelli come il suo carattere, è ricercatrice ed insegna Filosofia politica all’università degli Studi di Milano, un impegno che affianca alla militanza al movimento transfemminista guidato dalla rete “Non una di meno”. Era in piazza l’8 marzo quando le ragazze vestite di fucsia hanno inscenato il rito Anàsyrma, che discende dalla mitologia greca, mostrando i genitali alla città in segno di protesta e di resistenza al patriarcato.
Che avrebbe detto suo nonno di quel gesto?
«Lui era aperto ogni forma di pratica, anche se forse il nostro alzare le gonne e mostrare la vulva non l’avrebbe capito, mentre gli sarebbe piaciuto il nostro ridere, un’espressione identitaria per reagire a una società che non ci piace. Quello era anche un suo modo di agire. Da giovane partigiano lo arrestarono i fascisti e mentre lo interrogavano per sapere dove nascondeva le armi, lui rispondeva solo “Sono Armando Cossutta, sono nato il 2 di settembre a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni” imperterrito. In questo ripetere incessantemente il suo nome e la sua biografia, ci vedo una connessione ideale con le nostre pratiche femministe. Io metto in piazza quello che ho, in questo caso il corpo, come lui metteva il suo nome».
Sono passati 10 anni dalla sua morte, come ricorda il nonno?
«Da piccola mi facevo raccontare la sua partecipazione alla Resistenza. Il momento topico di questo racconto era il suo arresto, la permanenza San Vittore, dopo che a 17 anni, studente al liceo classico Carducci, era entrato in clandestinità».
Siete sempre stati una famiglia antifascista?
«Sì, con mio padre Dario, che è stato consigliere comunale a Milano, sono sempre andata alle manifestazioni, il 25 aprile. Mi ricordo il nonno che parlava dal palco alle manifestazioni, ne ho in mente una in Piazza del Popolo con centinaia di migliaia di persone. La concezione del suo ruolo pubblico è la cosa che mi porto dietro, come la presenza dei compagni, attorno al nonno ovunque noi andassimo, come una comunità allargata».
Ma lui era un nonno presente?
«Da parlamentare europeo, passava tanto tempo a Strasburgo, però c’era per me come per gli altri tre nipoti, un figlio di zia Maura, mia sorella e mio fratello. Ci vedevamo spesso, il Natale a Milano, il Capodanno a Bonassola, dove passava anche l’estate. Discutevamo su tutto, anche quando ho iniziato a interessarmi al femminismo, alle questioni di genere, che chiaramente non gli erano molto famigliari. Era attento ma non mi ha mai detto di iscrivermi a Rifondazione».
Cosa le ha insegnato?
«Che la politica può essere una ragione di vita, che non si può stare nel mondo senza interrogarsi e che la politica si fa insieme. La sua vita è stata il tentativo di mantenere una forma di coerenza, portando avanti una concezione del comunismo come speranza possibile».
Difendeva un ideale di comunismo superato dalla Storia.
«Diceva che la felicità è tale solo se è condivisa. E restava fedele ai suoi ideali anche quando erano problematici. Soffrì quando l’Unione sovietica si dissolse, quando fallì Gorbaciov, quando ci fu la restaurazione di Putin, che fece di quel paese terreno di rapina per le multinazionali. Nell’ultima parte della vita si dedicò all’Anpi, con una certa lucidità previsionale. Per lui era uno spazio da presidiare, voleva trasformare l’associazione dei partigiani in luogo di pratica antifascista per affidare la memoria e la riflessione sull’Europa alle nuove generazioni».
Lei anche ha fatto politica da ragazzina?
«Ho studiato al classico al Parini, ero nel collettivo del liceo. Nel 2001 partecipai ai preparativi per il boicottaggio del G8, anche se poi mi mandarono in Germania a studiare e non partecipai alle manifestazioni. Quel momento fu il trauma della mia generazione e fu una delle pochissime volte in cui vidi furibondo anche il nonno».
Essere sua nipote le ha mai creato problemi?
«Per alcuni avevo come un marchio di fabbrica. Il preside del Parini, Straniero, che era di destra, mi diede della stalinista. La cosa più difficile è stata tenere assieme la dimensione privata del mio affetto per lui con la percezione pubblica del suo ruolo. Però sono stata fiera di portare questa eredità. Ai funerali laici al Senato, la famiglia delegò me a fare gli onori di casa: mi trovai a dare la parola a Massimo D’Alema o a Luciana Castellina. Ho fatto volentieri la scelta di assumermi la responsabilità di portare questa eredità».
Come mai è diventata femminista, punto di riferimento per molte giovani attiviste?
«Ho studiato filosofia politica e poi sono approdata agli studi sulle donne, in un momento in cui in Statale non c’era in nessun modo uno spazio di riflessione su questo tema. Dopo la laurea su temi classici, ho fatto il dottorato perché mi piace studiare, col concorso sono approdata a Verona dove ho incontrato fra gli altri Adriana Cavarero, Olivia Guaraldo e Lorenzo Bernini che già lavoravano su questi temi e da lì tutto è partito. Ma già mia mamma mi faceva leggere Noi e il nostro corpo e io mi ero imbattuta in filosofe poco conosciute che mi aprirono un mondo».
Dallo studio alla pratica.
«C’è stata l’Onda, avevamo costituito un collettivo che si occupava di questioni di genere. Dentro la mia ansia di studio c’era il modo di provare a conciliare i diversi aspetti della vita che mi interessavano. Ho fondato il collettivo femminista e queer “Ambrosia”, la rete Sommovimento nazionale da cui è nata “Non Una di meno”».
Essere femministe oggi è fare Resistenza?
«Sì e sono contenta di vedere una nuova generazione di ragazze agguerrite e attente. Vado nelle scuole, parlo di Carla Lonzi, dell’orgasmo clitorideo e quello vaginale. Ai miei tempi del liceo sarebbe stata una cosa da marziani, loro interagiscono. Le pratiche femministe sono un modo di mettere in discussione gli istituti familiari, la sessualità, le identità e i binarismi di genere; sono un antidoto potentissimo al fascismo, che si caratterizza nelle forme più diverse, dal mito del buon padre di famiglia al controllo del corpo delle donne».