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 2025  marzo 16 Domenica calendario

Intervista a Kim Rossi Stuart

Si aggira per la casa, ordinatissima, senza scarpe. Parquet chiaro, salotto inondato dalla luce, Kim Rossi Stuart abita a due passi da Lungotevere. L’unica traccia dei figli, Ettore, 13 anni, Ian 5, e Lea 3, un tirannosauro sul tavolo. Eleganza naturale, quaranta anni di carriera, nella serie kolossal Il Gattopardo, firmata da Tom Shankland per Netflix, ha il ruolo di don Fabrizio Corbera, il principe di Salina. Un successo che divide («Giù le mani dal capolavoro di Luchino Visconti», «Glamour, nessun contesto storico»; «Tutto si può rielaborare, il punto di vista è quello di Concetta») l’attore offre una bella prova nel ruolo che fu di Burt Lancaster. «Non ho mai visto il film. Ho letto la sceneggiatura e poi il libro».
Adesso l’ha visto?
«Non ancora. Non abbiamo fatto il remake, per la serie siamo partiti dal libro. Sono cose diverse nei presupposti, che poi ci siano alcune scene simili, è naturale. È una produzione fatta con grande cura, senza rinnegare niente e nessuno».
Le polemiche?
«Penso di aver vinto la mia scommessa, non parlo per frustrazione ma per solidarietà nei confronti della categoria degli attori. Ho trovato fuori luogo, che alcuni, prima di aver visto la serie, abbiano criticato – e quasi ridicolizzato – gli interpreti. Il paragone è improponibile».
Ha detto che per il ruolo del principe è partito dalla voce.
«Ho seguito la parabola del personaggio: dalla carne allo spirito. Don Fabrizio si presenta con il suo ego, gli istinti primordiali, il desiderio di imporsi. Ho messo su ciccia e muscoli, studiato una voce profonda che restituisse la sua imponenza. Poi mi sono dedicato al viaggio spirituale, tra i non detti del libro: abbandonare la materia».
Spieghi meglio.
«Il racconto, nel senso profondo, per me non è racchiuso nella frase “Cambiare tutto perché nulla cambi”. Quella è la crosta legata all’ego, al potere. Il non detto è: tutto cambia per diventare polvere. Amaro, il principe si chiede: “Di questi 72 anni quanto ho vissuto?”».
Chi considera aristocratico?
«Certo domandarlo a me che ho sempre avuto un’attrazione per la strada e considero Pasolini fondamentale… Sono pure mezzo aristocratico, mia nonna, da parte di padre, era una nobile scozzese ma mi sento distante. Tom sul set ripeteva concetti che mi sfuggivano: l’eleganza, gli aspetti positivi, la nobiltà d’animo, di comportamento. Oggi penso che l’aristocrazia andrebbe recuperata. Viviamo nella sguaiatezza, di presidenti delle superpotenze senza stile, e non parlo solo dell’attualità recente. In Italia la decadenza è iniziata 20 anni fa».
Nella serie Concetta è centrale. ll rapporto con Benedetta Porcaroli?
«Quasi mi vengono i lucciconi pensando ai ragazzi, a Benedetta, a Saul Nanni e a Deva Cassel. Sono sprofondato nella realtà dei personaggi. In Benedetta vedevo mia figlia tra vent’anni, sentimento che esulava dalla mia volontà e dal raziocinio. Mi sento ancora suo padre, ce lo siamo detti con Benny».
Che padre è?
«Non bisogna permettere che i figli si sentano responsabili o sovraccaricati, non devono coprire le spalle ai genitori. È un grande errore. Faccio il padre. È vero quello che si dice, dopo due maschi arriva la femmina e stravolge i parametri. Lea mette in atto comportamenti femminili di seduzione. Mi ha accolto con: “Brutto, cattivo, vattene via”. La mamma le aveva detto che sarei dovuto partire».
Da piccolo ha vissuto in campagna, libero. Come si regola?
«Avrei optato per una maggiore autonomia, i bambini vanno anche messi alla prova, ma oggi vale il contrario. Vogliono essere consolati e temono le critiche. Dobbiamo riflettere sull’iperprotezione».
Sua moglie Ilaria Spada è solare, lei introverso: com’è andata tra voi?
«È ancora un mistero. La nostra storia è particolare. Siamo apparentemente il giorno e la notte, lei è trascinante simpatica e ironica. Dentro casa, la vita è un’altra. Ma mica ci mettiamo a fare gossip?».

No, pura curiosità. Rimpiange qualcosa dell’adolescenza?
«Non sono portato al rimpianto. Ho 55 anni, mi incammino verso la vecchiaia, devo farlo con rigore, ed è facile cadere nella trappola. Quello che ci accade, nel bene e nel male, va accettato. Però mi sarebbe piaciuto frequentare l’università».
La bellezza che ruolo ha avuto?
«Non la vivevo bene quando registi importanti dicevano: “Grazie, hai fatto un bel provino, ma sei troppo bello per il ruolo”.
Senza pelle di Alessandro D’Alatri segnò la svolta. Anche adulto, nel ruolo del pittore Calandrino con i Taviani, ho giocato su corde diverse».
Nei film che ha diretto, “Anche libero va bene”, “Tommaso” e “Brado” in cui Saul Nanni (che nel “Gattopardo” ha il ruolo di suo nipote Tancredi), interpretava suo figlio, ha raccontato di sé.Timori?
«Avrei voluto debuttare nella regia a venti anni. Scrivere è sempre stata la cosa in cui mi sento più portato. La verità rende liberi, sempre. Mettersi a nudo è l’atto più costruttivo. Non temo la fragilità, la condivisione delle proprie debolezze è il primo passo nei rapporti: nel privato con mia moglie e nel legame col pubblico».