La Stampa, 16 marzo 2025
Intervista a Vanessa Scalera
Il primo a chiamarla è stato Ferzan Ozpetek: «Amore – le ha detto con una certa agitazione –, non devi rispondere! La prossima volta ti devi girare dall’altra parte e dire “scusate, non sento”». Se avesse seguito il consiglio del regista che l’ha diretta nel campione d’incassi Diamanti, Vanessa Scalera non sarebbe diventata protagonista dello scambio polemico con Mariolina Venezia, la scrittrice che inventato il personaggio di Imma Tataranni. Adesso è passato un po’ di tempo, e, a proposito di quel duetto che ha fatto furore sui social (l’autrice l’ha definita ingrata, l’attrice, ha ribattuto «io non ti devo nulla»), Scalera, ospite nei giorni scorsi del Milazzo Film Festival, taglia corto, citando un vecchio film di Franco Brusati, Dimenticare Venezia. Insomma, distacco vagamente altezzoso, un po’ come fa Tataranni quando non è convinta di qualcosa e squadra l’interlocutore con il sopracciglio alzato: «Quella sono io, è il mio modo di guardare il mondo».
Che cosa le piace di più del suo mestiere?
«La cosa più bella è mascherarsi, mettersi nei panni di qualcun’altro. Per diventare Tataranni ho dovuto fare un lavoro sul mio corpo, che è esile, mentre lei è una pesantona, farmi quei capelli color Biscardi... Mi piace vedermi diversa, sfidarmi, penso che un attore sia uno strumento e credo che, quando si recita, sia necessario dimenticare il più possibile se stessi e chi si è».
Ora che ha raggiunto un gran successo, le è venuta la voglia di levarsi qualche sassolino dalla scarpa?
«No, non sono più una ragazzina e non devo dimostrare niente a nessuno, sono tranquilla, non provo sentimenti di revanche. E poi sono bravissima a dimenticare le cose che, magari in passato, mi hanno fatto stare male. Per esempio mi è capitato di sbagliare provini, è successo perché ci ero andata con un eccesso di emotività, che poi mi impediva di dare il meglio».
C’è stata un’esperienza che le è rimasta impressa perché particolarmente angosciosa?
«Si, è successo con Nanni Moretti, ero andata a fare il provino per un ruolo nel film “Mia madre”, una cosa che ricordo con terrore. Lui cercava una fragilità che serviva al personaggio, io non riuscivo a trovarla, mi ha fatto piangere, poi mi ha lasciata da sola…ho provato tantissima angoscia, ero convinta di aver sbagliato tutto, poi però Moretti mi ha presa, facevo un’infermiera».
Secondo lei perché andò così?
«Ero giovane, alle prime armi, Moretti mi ha strappato il cuore, anche se avevo lavorato già con Marco Bellocchio…Poi ho compreso che lui è ossessionato dalle virgole, dalla precisione delle battute, è una sua modalità di lavoro, io, invece, non riuscivo a ricordare una parola. Poi, sul set, Moretti si è rivelato un uomo gentile, ma la mia parte, alla fine, è stata tagliata».
Se pensa ai suoi inizi, si sente diversa da com’è oggi?
«Sì, certo. Anche se mi dispiace dirlo, noto di avere delle intemperanze che prima non avrei sospettato di avere. L’eccesso di esposizione a volte mi stanca, magari mi viene da dire un no e capisco che potrei risultare scortese. E poi so che, come tutti gli attori, devo tenere a bada quella sensazione che nasce dalla popolarità, cioè il pensare che tutto sia dovuto. Ogni tanto noi attori facciamo le bizze, quando riconosco in me questa tendenza mi arrabbio con me stessa. Insomma, per evitare questi pericoli, serve una grande intelligenza di vita».
Quando ha capito che voleva essere attrice?
«Per i miei genitori è ancora una scoperta stupefacente, loro fanno gli infermieri, i miei nonni erano contadini, sono cresciuta a Latiano, per vedere un film dovevo andare a Brindisi, sono stata per la prima volta in una sala cinematografica a 12 anni, il film era The Doors di Oliver Stone. Insomma, vengo da un background che con il cinema non ha proprio niente a che vedere…».
E quindi?
«La verità è che mi è sempre piaciuto fare la pagliaccia, ma non riesco ancora a spiegarmi perché mi facesse così felice esibirmi».
Come hanno reagito i genitori alla sua scelta?
«Sono sempre stati molto taciturni e silenziosi, ma devo dire che, sulla mia decisione, hanno mostrato una grande apertura mentale. Non mi hanno mai ostacolata e, comunque, mia madre ha sempre detto che provare a farlo sarebbe stato impossibile e inutile. Eppure erano molto preoccupati, lo sono stati fino a pochi anni fa».
Una volta arrivata sulla cresta dell’onda, ha mai avvertito invidia, magari da parte dei suoi colleghi?
«L’ho avvertita, sì, anzi, la sto avvertendo adesso. Per reazione tendo a chiudermi. L’invidia certe volte arriva anche da chi non fa il mio mestiere, da chi pensa che tu, siccome sei diventata famosa, devi necessariamente essere diversa da prima».
Si è montata la testa?
«Forse ero nata già con la testa montata e quindi non riconosco di esserlo diventata ora. No, scherzo, direi che sono solo soddisfatta».
In “Diamanti” interpreta una super– costumista da Oscar, bravissima, irascibile, autoritaria. Come l’ha costruita?
«Ho cercato di comprenderla, sono andata in una sartoria, mi sono fatta raccontare le storie di questi grandissimi costumisti che magari erano burberi, ti trattavano male, poi, però, un attimo dopo, ti davano una pacca sulla spalla. La gente che lavorava per loro non provava alcun rancore per via di quei comportamenti aggressivi. Quelle persone erano vissute come geni a cui veniva perdonato un po’ tutto».
Parliamo di autori. Com’è stato recitare con Ferzan Ozpetek?
«Mi ha messa alla prova, come se mi chiedesse di risolvere la scena che dovevo interpretare, ha un gran sarcasmo».
E con Marco Bellocchio?
«È un regista accogliente, simpatico. Dice poche cose, lavorare con lui è stata un’esperienza bellissima».
E con Marco Tullio Giordana?
«Sa metterti a tuo agio, anzi di più. Sa che maltrattare gli attori non funziona, anche se, in passato, c’è stata una generazione di registi che lo faceva, pensando che fosse giusto, che servisse a ottenere quello che volevano. Era un modus operandi assodato».
Come si pone rispetto alla questione della parità tra i sessi nel mondo dello spettacolo?
«I film si montano ancora sui nomi degli attori, sul maschile, e non sul femminile. Da noi non c’è ancora uno star-system, ma la realtà è che in Italia ci sono bravissimi attori così come bravissime attrici, però l’atto creativo di un interprete maschio è sempre celebrato in maniera diversa».
È nella nuova ballata che Checco Zalone ha dedicato al patriarcato, tutta ambientata in un contesto molto meridionale. Si è mai sentita discriminata perché del Sud?
«No, non mi è mai successo, anzi, tante delle cose che ho fatto vengono proprio dalla cultura del meridione da cui provengo».
Quali sono le sue attrici preferite?
«Olivia Colman, Frances McDormand».
Se dovesse dare consigli a un principiante che cosa direbbe?
«Non sarei mai capace di dare un consiglio giusto a un giovane attore, semplicemente perché io stessa mi sento ancora una giovane attrice».
Che cosa avrebbe voglia di fare adesso?
«Il godimento massimo per me resta il palcoscenico, non lascerò mai il teatro».