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 2025  marzo 16 Domenica calendario

Intervista a Gabriele Corsi

«Sono uno splendido, brizzolato conduttore di 53 anni e me la passo meglio adesso di quando ne avevo 40». Gabriele Corsi del Trio Medusa, che da solo conduce da tempo programmi tv dalle alterne fortune – Reazione a catena nel 2019 su Rai1 andava bene ma gliela tolsero senza un perché, mentre dal 10 marzo è sul Nove per la settima edizione del simil-karaoke Don’t Forget The Lyrics – si presenta così. Si tiene in forma con il padel e il fitboxing (a Roma ha aperto addirittura una palestra in franchising) in attesa di condurre per la quinta volta consecutiva su Rai1 la parte italiana dell’Eurovision Song Contest, in programma quest’anno a Basilea, in Svizzera, il 13, 15 e 17 maggio.

Al suo fianco ci sarà BigMama: al volo una sua canzone la sa fischiettare?
«Eh... Beh... Dell’ultimo album, no (ne ha fatto solo uno, Sangue, ndr), ma di La rabbia non ti basta, sì. Lei mi piace, riesce con poche parole a visualizzare una situazione. Faso di Elio e le Storie Tese pochi giorni fa mi ha detto che Lucio Dalla in questo era il migliore».

Proprio Elio dopo Sanremo ha detto che «la musica di oggi non è peggiore di quella di prima, la musica di oggi non esiste. La trap è solo un assemblaggio, nel 90 per cento dei casi, di roba preesistente fatta da gente che non sa suonare. Che umiliazione ascoltare la canzone vincitrice del Festival con l’autotune»: che ne pensa?
«A me quest’edizione è piaciuta. Soprattutto Simone Cristicchi, Brunori, Willie Peyote e Lucio Corsi...».

A proposito, siete parenti?
«No, pura e semplice omonimia».

Meglio la sua o quella di Olly?
«Quella di Corsi, ma Olly ha presentato un pezzo sanremese perfetto. Detto questo, a Basilea voglio andare vestito con qualcosa di Topo Gigio. Lo adoro».

Secondo lei, che all’Eurovision è di casa, dopo il forfait di Olly chi vince?
«Temo molto la Francia con Louane, brava e lanciatissima. Lucio Corsi farà sicuramente bene e poi vediamo quello che succede con il tormentone Tutta l’Italia di Gabry Ponte. L’incognita maggiore sono le giurie di qualità che possono sempre ribaltare il televoto».

E l’estone Tommy Cash, quello di “Espresso macchiato”?
«Poverino, non credo abbia chance. Pochi giorni fa l’ho incontrato negli studi tv dove a Roma facciamo Don’t forget My Lyrics e mi sono presentato: “Ciao Tommy, sono il conduttore per l’Italia dell’Eurovision...”. Mi ha detto di essere mortificato per tutte le polemiche sulla sua canzone. “Non volevo offendere, è un gioco...”. Lui è un comico alla Checco Zalone, quelli che protestano non hanno il senso del ridicolo? Si indignano per queste sciocchezze e non dicono una parola contro l’evasione fiscale?».

Facendo fitboxing qualche cazzotto vero l’ha preso o no?
«L’ho preso, l’ho preso. Mi è uscito il sangue dal naso e ho rimediato qualche occhio nero. Però sto meglio. Mangio bene, non bevo alcolici, vado a dormire presto. E quando lavoro ora mi chiamano “il monaco”. Comunque faccio la mia parte seriamente, ma non mi prendo troppo sul serio. Non faccio operazioni a cuore aperto. Molti del mio ambiente se lo dimenticano spesso. Io per non fare come loro, una volta l’anno vado in missione con l’Unicef per dare una mano in quei paesi dove la gente se la passa malissimo. Quando torno è tutto più chiaro: bisogna aiutare chi sta peggio di noi e assecondare la nostra natura».

Questa saggezza è una conquista recente o viene da lontano?
«Sono sempre stato lucido, però quando c’è stato il lockdown, e ho finalmente visto il calendario con calama, ho capito che l’anno prima ero stato fuori casa trecento notti. Dovevo cambiare. Io sto bene con la mia famiglia, i miei amici, la mia vita: non voglio rinunciarci».

Invece rinunciare a recitare, per uno che da giovane si definiva “l’erede di Carmelo Bene”, è stato doloroso?
«Quelle parole le ho dette, è vero, ma solo perché sono stato l’unico espulso dall’Accademia d’arte drammatica dopo di lui».

Cos’era successo?
«Dissapori con un professore. Cosa successa anche a Bene, un genio. Comunque la cosa più bella dell’attore è che si può recitare a qualsiasi età. Penso a Diego Abatantuono, passato al cinema serio con Pupi Avati, e mi dico che se uno ha la forza di uscire dalla propria comfort zone, tutto può essere».

E lei ce l’ha questa forza?
«Sì, io ho sempre fatto le mie scelte per stare bene, quindi penso proprio di sì. Vado avanti e vediamo quello che succede. Come cantava il Califfo (Franco Califano, ndr), non escludo il ritorno».

A novembre è uscito il suo libro “Che bella giornata, speriamo che non piova”, tutto su suo padre, gravemente malato di Alzheimer: per caso diventerà qualcos’altro?
«Posso anticiparle che sarà girato un film diretto da Rolando Ravello. Quando ha saputo che era uscito, mi ha mandato un messaggio bellissimo per chiedermi un appuntamento. Ci siamo visti il giorno dopo e subito mi ha detto:”Voglio fare un film. Non l’ho ancora letto ma non me ne frega niente”. Rolando ha una creatività incredibile e aveva già trovato una chiave narrativa perfetta. Il giorno dopo mi ha chiamato la produttrice Simona Ercolani e ha comprato i diritti: adesso stiamo lavorando alla sceneggiatura».

Reciterà?
«Forse sarò la voce fuori campo».

Un film da regista prima o poi lo farà?
«Mi piacerebbe moltissimo. Mia nonna mi ha lasciato il diario di guerra di mio nonno. Loro due sono stati separati durante dopo poco tutto il conflitto, ma quando si sono ricongiunti lui è morto di leucemia. Una storia drammatica, ma anche molto romantica e avventurosa».

Cosa l’ha sorpresa di più nel momento in cui la storia di suo padre è diventata pubblica?
«La partecipazione della gente. Che mi ha commosso. Proprio come le parole di Simone Cristicchi nella sua Quando sarai piccola».

Adesso suo padre come sta?
«Non bene. È alimentato meccanicamente. Le diagnosi parlano di giorni, mesi, anni. Non si sa, ma la strada è segnata. Il mio problema è sentirmi in colpa ogni volta che mi allontano per lavoro: vivo con il cellulare in mano».

Quando è andato in tv a recitare il monologo che apre il suo libro, “Fammi essere ancora figlio”, qual è la reazione che più l’ha sorpresa?
«Quella di papà. Era ancora in condizione di capire e dopo un po’ mi ha detto “Bravo”. Da quella sera ho iniziato a dire e a scrivere alle persone care quanto volessi loro bene. Il nostro tempo non è infinito. Perché sprecarlo?».

Sua figlia studia canto jazz a New York: è vero che sull’aereo di ritorno, dopo averla salutata, ha avuto una tale crisi di pianto che l’hostess le ha detto di smetterla di dar fastidio?
«Sì, è così. Mia figlia, che adesso ha 21 anni, nel 2022 si è trasferita in America. In volo, ho visto l’Oceano e il pensiero di tutta quell’acqua che mi avrebbe separato da lei mi ha fatto crollare. Ho iniziato a singhiozzare. Mia moglie mi diceva di calmarmi, ma non c’è stato niente da fare. Non mi interessa fare il maschio alfa, mi scorre il sangue nelle vene e rivendico questo mia debolezza».

In questi anni c’è mai stato un equivoco più o meno ricorrente sul suo conto?
«Sì, tutte le volte che qualcuno ha pensato che fossi un comico. Non lo sono».

Come Trio quante volte avete pensato di sciogliervi?
«Mai. Abbiamo pensato di lasciare la radio, per stanchezza, ma poi non l’abbimao mai fatto: l’amiamo troppo. È la nostra dimensione ideale. E poi ci conosciamo da quando abbiamo 16 anni: ci saremo sempre».

Invece quanti amici ha nel mondo dello spettacolo?
«Non tanti. Quelli del mio ambiente, forse anch’io, hanno un unico argomento di conversazione: se stessi. Io per fortuna ho gli amici di sempre e li frequento».

Da ragazzo suonava in una cover band dei Police: ha in mente anche un disco?
«Perché no? Pensi che mia figlia sta producendo un disco con quattro pezzi e tempo fa ho provato a chiederle se aveva bisogno di una mia canzone. Non credo che accetterà. Magari ci riprovo adesso. Sto partendo per New York».