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 2025  marzo 15 Sabato calendario

Frida immortalata dall’amico Nickolas

Una delle immagini più iconiche che ritraggono Frida Khalo, tanto da essere elevata (insieme a poche altre) a sua effigie feticcio, è una fotografia scattata a New York nel 1939. Con un copricapo floreale, Frida è seduta su una panchina bianca: indossa un abito tipico tehuana, formato da un huipli in raso nero ricamato con cotone dorato su una gonna larga a trama floreale. Le mani intrecciate sul grembo, la pittrice messicana di Coyoacán guarda dritto davanti a sé con l’aria sicura di chi sa di essere il punto di mira di un amore tutto per sé. A Frida, gli Stati Uniti non non erano mai piaciuti, e a New York c’era tornata al seguito del marito Diego Rivera. Ma non è il di lui amore a tracciarle sul viso i contorni di quella fiducia nella vita. Più semplicemente, è chi la sta fotografando ad amarla. È Nickolas Muray. Nome originario Miklòs Mandl (1892-1965) e ungherese di nascita, si trasferisce prima a Berlino dove si specializza in arti grafiche per giungere a New York nel 1913 a caccia di fortuna. Qui, dopo una gavetta decennale, all’inizio degli anni 20, è il fotografo di punta di Harper’s Bazaar America.
Frida e Nickolas si conoscono per caso, durante una vacanza in Messico di Muray insieme a un artista amico della coppia Rivera-Khalo, Miguel Covarrubias. Subito il fotografo viene catturato dal magnetismo istintuale della pittrice, e tra i due nasce una forte attrazione che sfocerà in una relazione, tra il 1937 e il ’46, che sarebbe poi mutata in un amicizia, come testimoniano i moltissimi scatti di Nickolas con Frida protagonista. E quei suoi ritratti, realizzati da una prospettiva così privilegiata – dell’amante, dell’amico, del confidente –, li ritroviamo in mostra a Roma, al Museo Storico della Fanteria, raccolti in Frida Kahlo through the lens of Nickolas Muray (fino al 20.07). Si tratta probabilmente della testimonianza più toccante e vivida sulla pittrice, tanto da imporsi nella memoria collettiva ed edificare l’estetica di Frida: appartengono, infatti, a Muray i noti primi piani coloratissimi in cui Frida posa fiera e bellissima in abiti tradizionali, tra cui spicca quello in cui indossa gli orecchini a forma di mano, dono di Picasso, con alle spalle la mitica Casa Azul a Coyoacán. Ritroviamo pure immagini più intime, come quando si lascia immortalare mentre dipinge Le due Frida, dipinto emblematico, in cui a testimonianza del divorzio da Diego, ritrae due di se stessa, una delle quali ha il cuore rotto.
A Nickolas, è questo il punctum delle immagini, Frida si è affidata, consegnata senza rete di protezione e con amore. Lo chiamava Nick. Anzi, nella loro corrispondenza – che costituisce al pari degli scatti una parte imperdibile dell’esposizione –, scriveva sempre “My adorable Nick” oppure, più toccante “Mi niño”. E lui iniziava le sue missive con “My darling Fridita” oppure “Darlingest Xochitle”, riprendendo il vocabolo Xochitle che in lingua nahuatl significa “fiore”. Non stupisce, perciò, che in mostra sia presente anche uno scatto che in qualche modo, e per fortuna, stona con l’estetica del mito Frida. È una fotografia del 1945: Frida ha da poco terminato il dipinto La colonna spezzata in cui racconta l’aggravarsi degli effetti sul suo fisico dell’incidente sul tram subito da giovane, e di raffigura in lacrime, col corpo inchiodato e scavato che scopre al suo interno la colonna malmessa di un tempio. In questo scatto del “suo” Nick, Frida è sulla sedia a rotelle, ha i capelli sciolti, non acconciati, il viso emaciato, non truccato, eppure è ancora illuminata da un bagliore di felicità.