il venerdì, 15 marzo 2025
Intervista a Bruno Bozzetto
Quando iniziò, alla fine dei 50, l’Italia era neorealista, nelle sale non si animava nulla fatto salvo per Bambi e Cenerentola. E per iniziare si costruì in casa un balordo accrocchio, una chimera fai da te che incrociava un umile asse da stiro da massaia del boom, tipo casalinga di Voghera (per citare Arbasino, nessuno si offenda) e un obbiettivo. Prese vita così, un fotogramma alla volta, tra film e Caroselli, una bella fetta di immaginario nazionale. «Arte e commercio, ma di qualcosa dovevo pur campare», ricorda con lombardo spirito pratico Bruno Bozzetto, pioniere del cartone animato tricolore, inventore dell’immortale Signor Rossi, matrice di tutti i Fracchia e i Fantozzi.
Magnifico 87enne, è protagonista dal 15 marzo e fino al 30 novembre de La Pop Art di Bruno Bozzetto, antologica allestita al Museo Interattivo del Cinema di Milano. Città natale e teatro di tutta la carriera del disegnatore e regista, che dell’enciclopedico omaggio (oltre 60 i cortometraggi) curato dalle figlie Anita e Irene e da Matteo Pavesi, direttore della Fondazione Cineteca, contesta il titolo. «Non credo di essere stato mai vicino alla Pop Art».
La versatilità con cui è rimasto in equilibrio tra generi e vocazioni, tra vincoli e libertà, dice il contrario.
«Della Pop Art condivido l’idea che la realtà, nel bene o nel male, nel privato così come nei consumi di massa, sia il vero campo di gioco. Faccio però fatica a definirmi autore solitario, artista eroico. Animare è un lavoro di squadra, è lo Studio Bozzetto con Guido Manuli, Giovanni Mulazzani, Giuseppe Laganà. Artisti grazie ai quali mi sono dedicato alla parte del lavoro che più mi interessava. Non la fatica del disegno ma l’ideazione, la regia dello spettacolo».
Prima ancora che disegnatore è stato inventore.
«Per necessità. Mio nonno era pittore, e non nego di aver disegnato sin da piccolo. Ma la mia passione originale era il cinema. I miei mi recuperavano il pomeriggio alle proiezioni. A vent’anni studiavo legge, mio padre come tutti quelli usciti dalla guerra voleva per me il posto fisso, la certezza.
L’animazione allora in Italia era la Disney, di autoctoni c’erano stati solo La Rosa di Baghdad e soprattutto I fratelli Dinamite di Nino Pagot, un mio eroe. A Pagot mi presentai. “Crede possa fare di questa passione un mestiere?” chiesi. “Un passatempo, se va bene” rispose. Trovai allora una specie di manuale, How to Cartoon, che spiegava il funzionamento dei rodovedri, i fogli in cellulosa su cui disegnare. E mi arrangiai».
La aiutò papà.
«Fu indispensabile e non era fotografo come è stato scritto ma direttore di un’industria chimica. Lui sì ingegnere laureato, che difatti escogitò il marchingegno dell’asse da stiro su cui fissare i rodovedri da fotografare con la 16 millimetri appesa perpendicolarmente. Mi aiutò, avvertendomi che il fallimento era dietro l’angolo e la vita da contabile in azienda probabile».
Invece finì a Cannes.
«Grazie al direttore della Cineteca di Milano di allora, che mi propose per una sezione parallela del concorso. Il film era Tapum! La storia delle armi. Una satira sulla guerra, dunque sull’invincibile, come si vede, stupidità umana. L’umanità è la mia ossessione, le letture di Desmond Morris o di Konrad Lorenz mi hanno educato all’etologia umana, allo studio dei comportamenti. Che contano più della politica».
Dall’etologia al Carosello il passo è breve.
«Per necessità e per caso. Non volevo appunto fare il contabile, e un giorno incontro un compagno di scuola diventato operaio all’Innocenti. “Ma sai che il responsabile del marketing ha visto il tuo film? Se vuoi ti presento, cercano idee”. Il primo Carosello fu l’elefante Kuko alla guida della Spider 9500, Innocenti ovviamente».
Nel ’65 altro film, West and Soda, nel frattempo il Signor Rossi.
«La dicotomia commercio e arte, restando ai Caroselli, non è esatta. Per legge, per un minuto e 45 secondi, non si poteva fare alcun riferimento allo sponsor cui erano riservati 35 secondi in coda. Sono stato libero di prendere in giro gli stessi prodotti che pubblicizzavo. Il Signor Rossi ha le fattezze di un critico che mi bocciò a un concorso, ed è più positivo di quanto sembri, un testimonial senza padrone».
L’italiano medio, Rossi, non è in fondo così meschino.
«Tutt’altro. Nonostante la propria inadeguatezza, si getta, prova a fare. E poi non è solo italiano. Il Signor Rossi è molto più famoso in Germania ad esempio, e l’ho sempre considerato un personaggio universale, un uomo. Stop. Mi è riuscito meglio quando l’ho mandato in vacanza al mare, ispirandomi alle mie di avventure, piuttosto che a un safari fotografico in Africa dove non avevo mai messo piede. La realtà, il vissuto, è il miglior punto di partenza, l’ho insegnato quando ho potuto».
Il Signor Rossi oggi sarebbe tatuato tipo Fedez o Vacchi.
«Non credo, perché il Signor Rossi ha comunque una certa età, ha passato i 50. Ed è una maschera che non può avere segni permanenti, distintivi, deve essere appunto universale. Ho ammirato molto, tra gli eredi, quelli inventati da Villaggio, forse un filo calcati. Il vero figlio del signor Rossi secondo me è stato Carlo Verdone, che si è calato in decine di parti e caratteri conservando sempre il passo goffo e comune della normalità, dell’italiano standard. Quello cialtrone che malgrado tutto, prova, ride, piange, cade, sogna».
Con Piero Angela per dieci anni tra Quark e Super Quark ha illustrato a cartoni amplessi e combinazioni del dna. Che cos’è l’italiano standard?
«Piero Angela non era standard, era eccezionale e io un suo fan sfegatato. Gli scrissi, avrei voluto fare un film partendo da un suo libro. Disse no, troppo rischioso. Dopo tre mesi mi richiamò e iniziò la collaborazione. Il successo arrivò perché non ho mai considerato standard gli italiani. Gente svelta, raffinata, che capisce le novità. Temo che l’omologazione, l’eccesso di immagini di bassa qualità abbiano deteriorato il gusto. La bellezza sta nei particolari, e per contemplare la perfezione anche comica di una formica in un prato serve il silenzio».
Che cos’è la comicità?
«La sottolineatura di un’eccezione, di un imprevisto. È un omino che non riesce ad attraversare le strisce perché in Italia lo investono. Sono figlio di Milano, di Gaber e di Jannacci che compose le colonne sonore dei miei primi film, e condivido anche per assonanza di cognome l’ironia nebbiosa di Pozzetto. Rispetto la satira che si accanisce sul soggetto, ma non fa per me».
Da Milano è scappato.
«Sto a Bergamo, in campagna. Mi è morta la pecora Beelen da due mesi, continuo a guardare negli occhi il mistero degli animali. Li osservo non come creature disneyane, ci ritrovo qualcosa che nella violenza l’umanità ha perduto. Mi manca Milano dove torno appena posso, mi mancano i giri in Vespa e il caos: non sono un eremita luddista. So cos’è l’intelligenza artificiale, quando arrivò Photoshop fui entusiasta, con un clic potevo colorare un vestito di Rossi. Ogni nuova tecnologia è come un cavallo selvaggio. Va domata. L’IA tende a fare di testa propria, non segue l’autore. Va bene per farci un brainstorming, da assistente. Soprattutto quando sei solo in campagna con pecore e formiche.