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 2025  marzo 15 Sabato calendario

Intervista ad Andrea Balestri

Era il Pinocchio di Luigi Comencini ma ora sembra più Geppetto. Andrea Balestri, che nel 1972 ha interpretato il burattino diventato bambino nel famoso sceneggiato televisivo, esce dal garage della sua casa a Palaia, nel Pisano: “Mi scuso, sono in pensione e mi diverto con il legno – esordisce – costruisco mobiletti”.
L’ha per caso ispirata qualcuno?
“È l’eredità di Geppetto”.
Come ha iniziato?
“Realizzando cornici per le foto dei film che gli appassionati mi chiedevano. E poi mi sono cimentato con piccoli mobili, ma solo per la casa in cui vivo”.
E invece come diventò Pinocchio, oltre 50 anni fa?
“Comencini cercava un bambino toscano e nel 1971 mandò alcuni fotografi nelle scuole elementari per fare foto agli alunni. Il regista guardò più di tremila scatti. Poi ci convocarono in un hotel, ci fecero indossare un vestitino e ci fecero sfilare: camminavamo, ci giravamo, come su una passerella. Rimanemmo in sette. E allora andammo da Comencini per l’ultimo provino”.
Come andò?
“Eravamo nella sua stanzetta a Roma. Mi chiese se avessi il coraggio di tirare un martello sul bel quadro che era sul muro, io lo feci e andò in mille pezzi. Allora mi disse arrabbiato: ‘Ma come, l’hai rotto veramente? Era molto costoso, ora lo devi ripagare’. E io gli risposi: ‘Ma me l’hai detto tu di romperlo, io non ti pago proprio un bel nulla’. E così convinsi Comencini, forse per la mia spontaneità”.
Quindi la sua non era una maschera.
“No, ero proprio così: vivace, impertinente, non stavo mai fermo. Proprio come sono ora”.
Anche a scuola?
“Sì, lanciavo le palline di carta o tiravo le treccine alle bimbe. Ma a quel tempo la mia maestra Antonietta era una mamma, calmava anche i bimbi agitati. Una volta andai a scuola con le scarpe rotte, lei mi prese dal Cep, il quartiere nel quale abitavo, mi portò dal calzolaio e mi comprò un paio di scarpe nuove. ‘Da oggi verrai sempre con queste’”.
Veniva da una famiglia umile?
“Eravamo sei fratelli ma in casa eravamo in cinque dato che uno lavorava come cameriere e faceva le stagioni fuori. L’unico che lavorava era quindi mio padre, imbianchino, mentre mia madre era una casalinga doc”.
E quando la scelsero come Pinocchio come la presero?
“Per mia madre non fu tanto piacevole perché ero il ‘cocco di mamma’, ero il più piccolo dei sei figli e quindi era dispiaciuta nel vedermi andare via. Mentre mio padre era contento perché avremmo guadagnato un po’ di soldini”.
Quanti?
“All’incirca 8 milioni di lire, che erano tanti”
.
E cosa acquistaste?
“Una cucina e mobili nuovi, mio padre prese una bella macchinina. Con così tanti soldi ti togli qualche sfizio in più”.
Il rapporto con suo padre era come quello di Pinocchio con Geppetto?
“Mio padre ha voluto bene a tutti i figli, è stato un buon babbo. Non era un padre padrone ma se ti diceva che a mezzanotte dovevi stare a casa, era così punto e basta”.
Quanti anni aveva quando iniziarono a girare Le avventure di Pinocchio?
“Iniziai ad aprile e a settembre festeggiai gli otto anni”.
Il set le sembrava il Paese dei balocchi?
“All’inizio ero titubante. Nonostante fossi un bimbo vivace, rimasi molto impressionato: c’era tanta gente, le telecamere, i fari, i cavi. Mi sembrava una fabbrica. Poi mi abituai, conobbi la troupe e non vedevo l’ora di girare perché mi divertivo: diventò un gioco”.
Con quali attori si divertiva di più?
“Per esempio con Domenico Santoro che interpretava Lucignolo: era più grande di cinque anni ma giocavamo come bimbi. Andavamo a caccia di lucertole”.
E con gli adulti invece?
“Con Nino Manfredi avevo un rapporto straordinario, riusciva a farmi stare calmo parlandomi. Una volta giravamo in una stalla e c’era puzza di letame, ma io stavo mangiando comunque un bel panino al formaggio. Lui mi chiese ‘Ma come fai con questa puzza?’. Io lo guardai e gli risposi: ‘Ma io mangio con la bocca mica con il naso’”.
E Franco Franchi e Ciccio Ingrassia?
“Una volta dovevamo girare all’una di notte la scena dell’osteria, ero nella nostra roulotte e rischiavo di addormentarmi. Così Comencini chiese a Franco e Ciccio di tenermi sveglio. Venne prima Ciccio e cominciò a raccontarmi favole ma non funzionò, poi Franco mi insegnò prima a fare le pernacchie con l’ascella e poi il gioco delle nove carte. Mi insegnò il trucco e mi disse: ‘Ora chiami tutta la troupe e a ognuno fai scommettere 50 o 100 lire. Allora mi svegliai come un grillo e quella notte guadagnai 1.200 lire”.
Ha avuto il privilegio di conoscere anche Vittorio De Sica.
“Con lui girai solo una piccola scena. Quando sbagliavo le battute venivo rimproverato perché lui poteva rimanere sul set per un tempo limitato. E allora una volta sbagliò lui, andai da Comencini e gli dissi: ‘Hai visto, non sbaglio solo io ma anche lui che è un grande attore’. E De Sica finita la scena andò dal regista: ‘Quel bambino è un rompiscatole ma è in gamba’. Non avevo peli sulla lingua”.
Con la fatina Gina Lollobrigida invece il rapporto non era così idillico.
“Ha sempre parlato male di me: diceva che ero un bambino terribile, maldestro e viziato. Forse perché era un po’ gelosa delle attenzioni che venivano rivolte a me piuttosto che a lei”.
Per esempio?
“Io avevo 10 costumiste e lei tre: non perché fossi Pinocchio ma perché ero un bimbo di 7 anni e mezzo lontano dalla mamma, e loro mi trattavano proprio come madri”.
Il rancore era immotivato o accadde qualcosa in particolare?
“Un giorno, all’inizio di questo rapporto un po’ travagliato, avevano programmato uno shooting in una villa: vennero i fotografi dei più importanti giornali. L’appuntamento era alle 8 e lei non si vedeva, noi intanto iniziammo a posare per qualche scatto. Arrivò con la sua macchina alle 9,15, andò nel camerino e uscì dopo tanto tempo. Mi venne incontro e mi allungò la mano, io la ritirai e le dissi che con lei non avrei più fatto le foto perché sarebbe dovuta venire prima. Lei si arrabbiò, mi offese e io le risposi in toscano. Mi stava per tirare uno schiaffo ma mio padre, che era lì con me, fece notare che fossi solo un bambino e le fermò la mano. Lei inciampò e finì a terra. Poi il giorno dopo andò da Comencini e disse che non andavo bene come Pinocchio. E sa cosa le rispose?”.
Cosa?
“‘Io il mio Pinocchio l’ho trovato, per la Fatina decida lei’”.

Come viveva quel periodo fuori dal set?
“Vivevo a Roma con mio padre dal lunedì al venerdì, poi per il weekend tornavo a Pisa e vedevo mia madre e i miei fratelli. E quando ero lì i miei amici mi chiedevano sempre cosa accadesse durante le riprese, era un continuo domanda e risposta”.
Una piccola star.
“Non mi sono mai sentito una star, sono rimasto sempre con i piedi per terra. E lo sono tuttora: sempre umile. Mi dava solo un po’ fastidio che alcuni bambini della mia età per sfottò mi chiamassero Pinocchio e così nascevano le zuffe. ‘Io non sono Pinocchio – rispondevo – ma Andrea’”.
E questo accade ancora oggi?
“Qualcuno mi chiama in questo modo non per cattiveria, ma perché mi riconoscono e mi ricordano così. Mi fermo e parlo con tutti tranquillamente, anzi mi fa piacere essere circondato da tanto affetto”.
Nello show business le è mai sembrato di essere un burattino piuttosto che un bambino vero?
“No, sono sempre rimasto vivace, spontaneo e sincero. Anche se a volte la sincerità ti mette in cattiva luce”.
Chi era il suo grillo parlante allora?
“Mia madre e i miei fratelli, in particolare Franco, il più grande. Ho avuto una buona educazione. Mio padre però dopo Pinocchio iniziò ad andare al circolino, a pagare da bere a tutti e perse la testa per una donna molto più giovane, così abbandonò il tetto coniugale e Franco prese le redini della famiglia. La mia vita non è stata tutta così rose e fiori”.
Perché poi non ha continuato quella carriera?
“Non l’ho mai saputo con precisione ma a quanto mi hanno riferito, dopo Pinocchio la San Paolo Film propose a mio padre di trasferire la famiglia a Roma per farmi studiare nella scuola di recitazione. Gli avrebbero dato anche un nuovo lavoro e una casa, ma lui rifiutò per rimanere a Pisa. Qualche altro film l’ho fatto, ma poi per le produzioni sarebbe costato troppo portarmi a Roma ogni volta, pagandomi albergo, viaggio e accompagnatore”.
Un grande rimpianto?
“No, sono contento di come sia andata la mia vita. La fortuna è un treno che passa solo una volta: io l’ho preso ma sono sceso alla prima fermata, purtroppo. Ma non ho rimpianti. Sono orgoglioso, non capita a tutti i bambini di poter conoscere dei grandissimi attori”.
Ma le sarebbe piaciuto a posteriori continuare quella carriera?
“Ora ho una compagnia di teatro amatoriale e mi piace più il teatro che il cinema. Quindi non so. Economicamente sì, ma gli attori devono stare lontani da casa, girare in lungo e in largo, mentre a me piace stare in pantofole. Sono casalingo”.
È stato male quando ha iniziato a non ricevere più tutte quelle attenzioni?
“No, anzi ero contento: così potevo vivere la mia infanzia”.
Poi siete riusciti a resistere economicamente?
“Sì. Non ho finito la scuola media, in seconda ho abbandonato e a 15 anni ho iniziato a lavorare: prima come carrozziere, poi muratore, commesso di un supermercato e infine, nel 1991, in un’azienda municipalizzata come operatore ecologico, dove sono rimasto fino allo scorso anno. Una signora mi chiese anche un selfie quando le portai a casa i sacchetti della differenziata. Ora sono in pensione”.
Non ha mai provato a rientrare nel mondo del cinema da adulto?
“Ho fatto qualche cortometraggio e una piccola parte in un film di Massimo Ceccherini, Faccia di Picasso. Poi nel 2011 ho fondato una compagnia teatrale con la mia compagna attuale, Cecilia: mi piace sentire il pubblico che ride e applaude”.
Alcuni attori preferiscono discostarsi dal personaggio che li ha resi celebri, lei invece addirittura racconta la sua esperienza in uno spettacolo. Perché?
“Quando aprii la mia pagina su Facebook, c’erano ogni giorno 20 o 30 persone che mi inviavano messaggi per chiedermi come fosse fatta la balena o altre informazioni sul film. E io educatamente rispondevo. Poi decisi di scrivere un libro con tutte le spiegazioni. Ho capito che il film di Comencini è rimasto nel cuore della gente. Sono tra i pochi rimasti di quel cast e allora perché non soddisfare la loro curiosità?”.
Una missione, insomma.
“Missione è un po’ troppo, non sono un prete (ride). Ma sono orgoglioso e felice di poter parlare di Comencini, che per me è stato come un babbo e ha fatto qualcosa di incredibile. Fin quando avrò un po’ di fiato e la gente vorrà ascoltarmi, lo racconterò”.
Legge Pinocchio ai suoi nipotini?
“Ne ho tre. I bimbi di oggi preferiscono giocare alla Playstation ma sono comunque orgogliosi del loro nonno, raccontano di me a scuola. Uno in particolare ha anche l’altro nonno che si chiama Andrea: quando mi vede, per distinguermi, dice ‘Arriva nonno Pinocchio’”.